Borsino vaticanisti: oggi è Scola ieri era Tettamanzi

Un Papa fa

Magari sarà poco presente sulla stampa internazionale. Ma Dionigi Tettamanzi, cardinale arcivescovo di Milano, totalizza, come possibile papabile, un bel pacchetto di citazioni nell’universo dell’informazione italiana.

Il Manifesto (la firma è di Vittorio Bellavite) gli dedica un ritratto molto lusinghiero (ecco il titolo: «Il cardinale amico di tutti») in cui si dice che lui «mediatore per eccellenza… “buca” anche sulla stampa laica. In prima linea sui temi sociali è però un tradizionalista». Niente male come giudizio complessivo di un «quotidiano comunista».

Marco Politi di Repubblica paventa un «rischio outsider», ma il primo nome che cita è proprio quello di Tettamanzi (con Angelo Scola e Camillo Ruini formano, dice Politi, «una terna di prima linea di notevole qualità»). Anche Paolo Piersanti, vaticanista dell’Adnkronos, sostiene che «si affaccia l’ipotesi, peraltro già ampiamente descritta dai media, di una candidatura di Tettamanzi». 

Stefano Filippi su Il Giornale ricorda anche nel primo sommario la vicinanza del cardinale di Milano alla comunità di Sant’Egidio. Il Secolo d’Italia, organo di An, in un articolo non firmato punta gli occhi su Joseph Ratzinger e Camillo Ruini.

Invece Orazio Petrosillo, sul Messaggero, gioca di contropiede e mostra sincero interesse per il cardinale nigeriano Francis Arinze. Grande foto a colori e commento: «Molto simpatico, con un velo d’humour, sdrammatizzatore di tutto ciò che sembra essere drammatico per la Curia, ma sempre molto equilibrato». Numerosi italiani guardano agli italiani, insomma.

Per fortuna l’agenzia Associated Press, con una divertita e disincantata corrispondenza da Roma di Nicole Winfield, descrive il cardinale di Genova Tarcisio Bertone mentre saluta in piazza San Pietro una folla plaudente, disposto anche a rispondere alle domande di una troupe televisiva: «Molti cardinali salutano i pellegrini in fila come se fossero in campagna elettorale, ma non è la folla a eleggere un papa…».

Paolo Conti, 7 aprile 2005, Corriere della Sera

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