Portineria MilanoDe Gregorio, “l’americano” che Fini voleva ministro

Nell'inchiesta su Berlusconi spuntano le pressioni della lobby Usa contro Prodi

Tanto «bravo» nel far cadere il governo Prodi nel 2007, da meritarsi una candidatura a ministro della Difesa nel successivo governo Berlusconi. La storia di Sergio De Gregorio – l’ex senatore dell’Italia dei Valori che ha rivelato ai magistrati di essere stato corrotto dal Cavaliere con 3 milioni di euro – si aggiunge ogni giorno di nuovi particolari inquietanti. A rivelarli è stato lui stesso ai pm della procura di Napoli Henry John Woodcock e Enzo Piscitelli, raccontando nei dettagli dell’accordo che sottoscrisse il movimento Italiani nel Mondo con Forza Italia e di come fu abile nel sabotare per tutta la legislatura la maggioranza di centrosinistra. Si fece portare una volta in barella apposta alla camera per votare contro la fiducia: l’aveva promesso a Berlusconi. 

Tale fu l’impegno e l’influenza su di lui degli Stati Uniti, che fu Gianfranco Fini, all’epoca alleato del Cav, a proporgli di diventare ministro della Difesa. «Sottoscritto il contratto con Berlusconi, nel 2006» ha ricordato De Gregorio «mi evidenziai come uno capace di gestire il ruolo che gli era stato affidato, cioè la presidenza della commissione Difesa, un ruolo politicamente alto fino al punto che Gianfranco Fini, che non aveva mai creduto che il governo Prodi potesse cadere, mi telefonò e mi disse: alla prossima ti facciamo ministro della Difesa…».

Ma dove stavano le capacità del senatore napoletano nell’opporsi al governo Prodi? Perché Berlusconi – che ora si ritrova indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti con una cassetta di sicurezza in Mps sequestrata- avrebbe deciso di consegnarli 2 milioni di euro in nero? De Gregorio, va ricordato, non è un personaggio qualunque, dal momento che nel corso di questi anni è rimasto coinvolto in indagini della criminalità organizzata, in storie di servizi segreti e depistaggi, operazioni poco chiare nel settore degli armamenti della Difesa e soprattutto un posto nella potente e ricca lobby italo-americana Nia-Pac, National Italian American Political Action Committee.

Pieno di conflitti di interesse oltreoceano (siedeva nel board del Nia-PacconVincent Genovese già vicepresidente esecutivo di Agusta Westland negli Stati Uniti ndr), ex giornalista, già coinvolto in un’indagine per riciclaggio dove c’era di mezzo la camorra, divenne celebre perché si ritrovò «per caso» sulla motonave Veracruz con il pentito per mafia Tommaso Buscetta, quello che Giovanni Falcone era andato a prendersi in America per scoperchiare i segreti della mafia.

Le foto uscirono su Oggi nell’estate del ’95. A quanto pare aveva ricevuto una soffiata da ambienti dei servizi segreti, che in un mondo o nell’altro «il senatore» di Italiani nel Mondo ha sempre bazzicato. Fu proprio lui a difendere nel novembre del 2006 il direttore del Sismi Niccolò Pollari, travolto dalla inchiesta sul sequestro di Abu Omar da parte di agenti della Cia.  

All’epoca, da presidente della commissione Difesa, De Gregorio si faceva spesso «ventriloquo» di Pollari, millantando «campagne di trasparenza sui servizi segreti». Nel frattempo aveva anche il tempo di respingere i provvedimenti che il suo governo gli inviava periodicamente in commissione. Il lavoro di sabotatore iniziò subito, appena insediato a Montecitorio.

Chiede il pm nella richiesta alla giunta per le autorizzazioni alla camera: «In concreto in che modo avrebbe dovuto avvenire questo sabotaggio?». Risponde De Gregorio: «Attraverso una serie di azioni che avrebbero sicuramente indebolito il governo Prodi all’interno già della sua eterogeneità… Berlusconi aveva promosso un’operazione “libertà” per determinare con ogni modo possibile la fine del governo Prodi».  

Ma nel verbale di oltre cento pagine, De Gregorio fa riferimento soprattutto ai suoi rapporti con ambienti Usa, anche diplomatici, sostenendo che da questi gli giungevano sollecitazioni perchè in un modo o nell’altro prendesse le distanze dalla maggioranza e contribuisse a determinare la caduta di Prodi. È proprio il senatore a spiegare ai pm come il suo obiettivo di ”frantumare” la maggioranza che sosteneva il Governo, all’epoca divisa anche sulla partecipazione italiana alla missione Nato in Afghanistan, passasse pure sui rapporti ‘privilegiati’ che avrebbe avuto con esponenti dell’amministrazione Usa. 

«Le faccio l’esempio del luglio 2006” (il periodo in cui fu siglato l’accordo con Berlusconi, ndr) quando ”Rifondazione Comunista spingeva perchè non si rafforzasse il contingente militare in Afghanistan. Io – mette a verbale De Gregorio – feci una dichiarazione molto forte, dopo aver incontrato l’ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli e l’ambasciatore americano presso la Nato, presso l’ambasciata di via Veneto… feci una dichiarazione molto forte garantendo il mio personale appoggio. Ed era l’appoggio del presidente della commissione Difesa… fu un primo atto di una serie di comportamenti e di segnali politici” che mi portarono a ”frantumare i rapporti interni all’Unione ed era quello sostanzialmente l’obiettivo dell’operazione liberta».

Non solo. De Gregorio in commissione stoppava pure acquisti di armamenti militari, lui che siedeva nel board di una lobby italo americano con un esponente di spicco dell’Agusta Westland come Genovese. In quegli anni a capo dell’azienda di Vergiate c’era l’ex amministratore di Finmeccanica Giuseppe Orsi, ora in carcere a Busto Arsizio per corruzione internazionale per una commessa di elicotteri in India.

«Non ho comprato e venduto elicotteri» ha detto De Gregorio ai magistrati di Napoli che indagano pure sulle tangenti della holding della Difesa «se l’avessi fatto ve ne sareste accorti, non ho trafficato in carro armati, non ho chiesto di fare affari all’estero». Certo,  a questo – secondo la procura- ci pensava l’amico e faccendiere Walter Lavitola, che gli consegnò per conto di Berlusconi i 2 milioni di euro in contanti: caso vuole che Walterino sia in carcere proprio per il suo ruolo di intermediatore in Finmeccanica.