Dittatura argentina: “No, il Papa non fu complice”

Le accuse di collusione

L’elezione del primo papa sudamericano e argentino della storia ha riportato alla luce anche il tema doloroso delle complicità che ebbe una parte significativa della gerarchia ecclesiale con le dittature dell’America Latina. Se oggi il passato Jorge Mario Bergoglio viene riletto con estrema attenzione, dando risalto a singoli episodi certo rilevanti (e però marginali nel contesto di quegli eventi), poco ancora si è detto dei vertici di una Chiesa – quella argentina fra le altre – le cui complicità con la giunta militare di Jorge Videla e di Emilio Massera, furono invece conclamate ed evidenti. Ma certo l’elezione quale successore di Benedetto XVI di Bergoglio ha riaperto il caso e diviso anche i testimoni di quegli anni.

Oggi Adolfo Perez Esquivel, premio nobel per la pace nel 1980, difensore dei diritti umani, incarcerato e torturato dalla giunta militare, si è incontrato con il Papa in Vaticano e nuovamente lo ha difeso dalle accuse di complicità o di passività rispetto ai crimini della giunta. Ma soprattutto con la sua visita odierna a Roma, Perez Esquivel, attraverso l’autorevolezza e la inattaccabilità della sua storia personale, ha voluto proteggere il nuovo Papa, con il quale ha avuto diversi colloqui.

Il grande accusatore di Bergoglio è il giornalista argentino Horacio Verbitsky che ha svolto importanti inchieste sul periodo della dittatura e ha condotto indagini rigorose sulle complicità della Chiesa con i militari. Altri si sono messi dalla parte di Francesco: del resto la ferita è aperta, la storia dei desaparecidos è vecchia di pochi decenni e ancora brucia nella storia di migliaia di famiglie argentine e non solo.

In particolare, la vicenda di Bergoglio – che nella seconda metà degli anni ’70 era Superiore generale dei gesuiti in Argentina – riguarda due suoi confratelli che furono arrestati e tenuti prigionieri per 5 mesi e poi rilasciati dopo essere stati torturati. L’accusa di sempre è che in qualche modo Bergoglio fosse implicato nella denuncia alle autorità militari dei due religiosi avendoli indicati come “sovversivi”. Al contrario, chi lo difende ritiene che se Orlando Yorio e Francisco Jalics uscirono vivi dall’inferno della prigionia, fu proprio grazie all’intervento del Superiore dei gesuiti. La Chiesa allora si spaccò, molti sacerdoti furono uccisi perché si opposero al regime militare, altri fuggirono, molti vescovi furono complici dei militari nella repressione, ma vi fu pure chi, come monsignor Enrique Angelilli, venne assassinato per aver contrastato il disegno criminale dei militari.

In un’affollata conferenza stampa tenuta su una piccola terrazza in una vecchia palazzina dietro il Vaticano, Perez Esquivel ha ripetuto oggi, dopo essersi incontrato Bergoglio, che Papa Francesco «non è mai stato complice della dittatura». «Io ho già detto – ha affermato il premio nobel – che il Papa non ha nulla a che fare con la dittatura, non fu complice. Non è stato forse tra i vescovi che hanno lottato contro la dittatura, nel senso che ha preferito una diplomazia silenziosa a favore dei perseguitati e dei desaparecidos». Tuttavia «in nessun modo lo si può legare alla dittatura. Anche il presidente della Corte suprema argentina chiarito che non ci sono accuse nei suoi confronti». Perez Esquivel ha anche ricordato che all’epoca della dittatura Bergoglio non era vescovo, ma provinciale dei gesuiti, e che «la Chiesa argentina non ha avuto un comportamento omogeneo, ci sono state delle differenze nella gerarchia cattolica argentina: alcuni vescovi sono stati complici, Bergoglio no». Una pietra sulla vicenda, per la verità, l’aveva messa poche ore prima uno dei due gesuiti rapiti nel 1976, l’unico sopravvissuto, Francisco Jalics.

Già nei giorni precedenti il gesuita aveva detto di essersi “riconciliato” con Bergoglio, un’affermazione che non sembrava però chiudere del tutto la questione. Poi un chiarimento ulteriore: Jalics ha voluto infatti spiegare che il suo sequestro non era avvenuto “per iniziativa di padre Bergoglio”. «Ritenevo – ha detto – che eravamo stati vittime di una denuncia, ma dalla fine degli anni ‘90, grazie a diversi colloqui e incontri, sono giunto alla conclusione che tale supposizione è infondata». E poi: «È falso ritenere che la nostra prigionia sia stata causata da padre Bergoglio». Le spiegazioni di Jalics proseguono e riferiscono anche di “voci false” sul conto dei due gesuiti diffuse all’interno della Chiesa; insomma, un clima torbido investiva la stesse organizzazioni cattoliche ed ecclesiali.

Verbitsky, sul quotidiano argentino “Pagina 12”, da parte sua ha preso atto della versione di Jalics, sottolineando pure come in passato lo stesso gesuita avesse detto cose diverse, e però ha riconosciuto che di fatto il gesuita ora scagiona del tutto Bergoglio. Il giornalista mette però in luce un aspetto: lo stesso sacerdote, dice, afferma di aver creduto di essere stato «denunciato insieme a (Orlando) Yorio e c’è voluto un quarto di secolo perché arrivasse a una conclusione diversa».

Infine non prive di peso sono state le dichiarazioni a favore dello stesso Bergoglio del giudice German Castelli: «È totalmente falso che Jorge Bergoglio consegnò questi preti. Abbiamo studiato la questione, abbiamo ascoltato le accuse, abbiamo rivisto i fatti e abbiamo concluso che non c’è niente in questo affare che sia condannabile giuridicamente». Castelli è uno dei magistrati responsabili dell’indagine sulla vicenda dell’arresto di due gesuiti. La storia resta complessa, altre personalità e associazioni – per esempio Le Abuelas de plaza de Mayo (il gruppo di nonne che cerca i figli dei sequestrati “adottati” dai militari) – non hanno perdonato Bergoglio, diversi esponenti della battaglia per i diritti civili sostengono però il contrario. D’altro canto la “guerra sucia”, la guerra sporca condotta dalle forze militari, ha diviso una nazione e ha lacerato la memoria, e ora l’Argentina si trova a fare i conti con il proprio passato insanguinato dal golpe e questo Papa figlio della sua terra, difensore dei poveri, considerato unanimemente un elemento di novità straordinario nella vita della Chiesa universale e non solo. Perez Esquivel sembra aver colto questo elemento.

Va poi considerato che, a volte, i cambiamenti più significativi passano quasi inosservati. Quando qualche giorno fa Jalics affermò di “essersi riconciliato con Bergoglio” il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, durante una affollatissima conferenza stampa, affermò cje le accuse contro il nuovo Papa erano infondate e poi rilevò come lo stesso Bergoglio, da arcivescovo di Buenos Aires, avesse promosso l’iniziativa della pubblica richiesta di perdono da parte della Chiesa per le complicità con la dittatura. Un fatto straordinario di cui in pochi si sono accorti. Per la prima volta, in una sede ufficiale e per di più in Vaticano, la Chiesa ammetteva nelle parole di Lombardi – e in effetti proprio grazie al “mea culpa” dell’arcivescovo di Buenos Aires – le responsabilità, non di un singolo, ma della Chiesa, cioè della sua gerarchia, durante gli anni della dittatura.

Molti sono i capitoli oscuri di quella storia: i rapporti del nunzio dell’epoca Pio Laghi con l’ammiraglio Massera, il sostanziale silenzio della Santa Sede all’epoca dei fatti, le complicità dei vertici della conferenza episcopale guidata prima da Antonio Cagginao e poi da Adolfo Servando Tortolo (quest’ultimo anche vescovo castrense, cioè delle forze armate) con la giunta militare; e ancora va ricordata la figura oscura di Christian Von Wernich, cappellano della polizia di Buenos Aires, condannato all’ergastolo per aver preso parte a decine di sequestri e di omicidi, o l’intesa con i militari del cardinale Juan Carlos Aramburu, all’epoca arcivescovo di Buenos Aires. Di nuovo, in anni recenti, alcune voci dell’episcopato sono state ambigue nel giudizio su quel periodo, e la stessa richiesta di perdono di Bergoglio fu contestata da settori ecclesiali.

L’arrivo di Francesco al Soglio di Pietro, la sua opzione in favore dei poveri, sta costringendo la Chiesa a fare i conti con il proprio passato e con le scelte inconfessabili compiute durante la guerra fredda in America Latina.