CineteatroraFausto e Iaio, il teatro ricorda la Milano di piombo

In scena l’omicidio di via Mancinelli

Da più di dieci anni il silenzio sulla fine violenta di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio, si è tradotto nell’ennesimo caso d’archiviazione. Un delitto di matrice terroristica consumato a Milano nei pressi del centro sociale Leoncavallo la sera del 18 marzo 1978, esattamente due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

I presunti killer sono rimasti impuniti e sguazzano nel mare catastrofico di eventi e indizi che, nello stesso frangente storico, hanno visto avanzare prima il ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio di una Renault rossa in via Caetani a Roma, poi la strage alla stazione di Bologna nel 1980. Una sfilza di falsi motivi per insabbiare le inchieste attorno ai moventi e responsabili di un omicidio a sangue freddo, per il quale non è bastato affidare per almeno vent’anni all’Associazione delle mamme antifasciste il dovere iniquo di mantenere aperto il caso.

Fausto e Iaio avevano diciotto anni, vivevano nel quartiere periferico del Casoretto in una mappa già multietnica e predisposta alle ideologie libere, ai manifesti della lotta armata come ai pomeriggi più svagati al Parco Lambro, senza per forza incrementare lo stereotipo e la fila di tossicodipendenti. Anzi, i due collaboravano a un’inchiesta sull’uso di stupefacenti raccogliendo dati dalle farmacie, percentuali approssimative nell’era dello scambio di siringhe e dell’attribuzione dello spaccio alla destra con gli occhi puntati delle BR. Tutte premesse al sospetto che, dietro gli otto colpi di pistola sparati a Iaio e l’agonia terminale in ambulanza di Fausto, vi fossero ben precise rivendicazioni di natura politica.

A distanza di trentacinque anni dalla lista dei terrorismi, un autore, Roberto Scarpetti, ha scelto di farsene carico non tanto per rispondere con disagio ai perché di un interesse – che di fatto non lo toccherebbe da vicino né per biografia, né tantomeno per vincoli a una città che non gli appartiene – ma per spostare l’asse delle verità sull’esame di una probabile vendetta. Per un innato senso d’appartenenza alla cronaca nazionale più oscura e irrisolta. La finzione teatrale consente, a proposito, di adottare la composizione di elementi quali drammaturgia, messa in scena e segno interpretativo rintracciando una pagina macchiata di sangue e vituperata dall’abbandono, come dai cavilli di un’archiviazione cui la scrittura ha la facoltà di opporsi rimeditando i fatti.

La versione teatrale del duplice delitto di via Mancinelli, Viva l’Italia – Le morti di Fausto e Iaio, passa così alle interrogazioni in forma di monologhi dialogizzanti secondo la prospettiva del regista e attore argentino César Brie teso a incrociare individualità in cerca di risposte. E proprio Brie, che tra il ’75 e l’82 si trovava a Milano a dirigere il Centro Sociale Isola, il primo a essere occupato e presso cui avrebbe fondato il collettivo teatrale “Tupac Amaru”, si reimmerge da presente alle manifestazioni nella rabbia, nello sgomento e nella coltre spessa di avvenimenti, luoghi, carnefici e vittime che fanno della scenografia, dei movimenti, come del riuso delle parole, delle materie e dei protagonisti il lascito di una seconda memoria necessaria.

In scena fino al 14 aprile al Teatro Elfo Puccini di Milano, Viva l’Italia prova a ripartire da un regolamento di conti ricostruendo e liberando i gangli della macchina di possibili colpevoli, fino a soffermarsi sulla proiezione simbolica di un campo di papaveri che stinge davanti a morti e sopravvissuti. Vengono ritrasmesse la cronaca di Radio Popolare e una telefonata della madre di Fausto Tinelli, accanto alla presenza infestante perché inosservata di un gruppetto della destra neofascista romana in adorazione della propria virilità.

Bastano tre teli a delimitare o viceversa smuovere i confini del racconto apparentemente spezzato, senza l’obbligo di documentare al millimetro: dal primo narratore Fausto, con la camicia macchiata, ad Angela, la madre di Iaio, che sospende il grido per dialogare con i ricordi di un bambino che mai scenderà dall’albero; da Mauro, il giornalista prossimo a pagare l’ostinazione delle proprie domande, a Salvo, il commissario trasferito per quell’irreprensibilità colpevole d’aver voluto arrivare fino in fondo e sfiorare Giorgio, il sicario di via Mancinelli. Se dunque i teli fanno luce su chi è rimasto nell’ombra a spiare, segnano i vuoti criminali sporchi del sugo versato da Angela non appena appresa la notizia, mostrano l’omicida spalmare il sangue sul volto di Fausto.

La piega registica insiste con notevole maestria di poetiche nel ricorrere a bare di legno in cui si incastrano alternativamente i personaggi: il commissario preposto alle indagini si stringe nel loculo insieme al proprio responsabile, perfetta caricatura del “minchione” che rifiuta lo scavo. E, allo stesso modo, il rettangolo grigio è la strettoia in cui avviene l’incidente indotto dalla Simca bianca dei killer passati sopra il corpo del giornalista testardo. Per un attimo si evoca il ricordo di una panchina d’amore, ma hanno il sopravvento una cabina telefonica per le soffiate o le minacce in un clima di soffocamento epocale.

Ricreare per densità di immagini è da sempre la misura del teatro di César Brie, un cerchio aperto e chiuso ora dalla solitudine di Angela nella proiezione della via che ricorda i due ragazzini freddati dal terrore. Iaio non compare mai, per lui parlano la camicia insanguinata dell’amico, la posa dei corpi e il rumore dei tasti della macchina da scrivere nella riproduzione esatta che ne fa da dietro le quinte l’assassino con il cane della pistola. Medesimo battere e irrompere del massacro a due rivendicato dall’Esercito Nazionale Rivoluzionario.

La testa di Fausto va indietro al primo colpo vibrato da un attore che impugna un pennello e getta schizzi sulla pellicola trasparente del telo alle spalle, il botto lo fanno le mani contro la plastica, stessa materia dei sacchetti stretti ai polsi del mostro fiero d’aver coperto l’arma per raccogliere i bozzoli. Sul muro di pellicola si scrive a pennarello nero il numero di matricola della pistola, ma il sospetto scompare presto dalla vista e gli altri teli scorrono, vengono accartocciati e ripuliti come le ipotesi e le piste più comode prodotte dalla polizia.

Una sequenza serrata, un ordine di idee svolte dall’analisi e dall’anima di una storia per linee mai dispersive, ma percorse con la precisione e il riguardo della comunità, avvertite con il sentire dei testimoni. Nessuna sbavatura patetica, ma equilibrio e forza nel ferimento partecipe di un cast d’attori – Andrea Bettaglio (Salvo), Massimiliano Donato (Mauro), Federico Manfredi (Fausto), Alice Redini (Angela) e Umberto Terruso (Giorgio) – che si scambiano ruoli in mezzo al caos dei funerali e alla leggerezza stravolta di un concerto blues al Leoncavallo. Oltre le morti e il male senza processo, resta lo sfogo della madre: in scena può ancora lavare il volto del figlio, identica abitudine del lucidarne ogni settimana la foto su una tomba di giustizia nera.

Teatro Elfo Puccini Milano – fino al 14 aprile 2013

Viva l’Italia Le morti di Fausto e Iaio

di Roberto Scarpetti
regia César Brie
con Andrea Bettaglio (Salvo), Massimiliano Donato (Mauro), Federico Manfredi (Fausto), Alice Redini (Angela), Umberto Terruso (Giorgio)
luci Nando Frigerio
produzione Teatro dell’Elfo
prima nazionale
Il testo è stato insignito della Menzione speciale Franco Quadri – Premio Riccione per il Teatro 2011

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