In Parlamento i “barbari sognanti” a ranghi ridotti

L’insediamento di quel che resta della Lega Nord

L’orda di barbari sognanti si è trasformata in un club per pochi intimi. È il triste destino della delegazione padana presso il Parlamento italiano. Fino a oggi il gruppo della Lega Nord a Montecitorio era composto da una sessantina di deputati. Nella prossima legislatura saranno solo diciotto. Il deludente risultato elettorale rischia di umiliare ulteriormente gli uomini di Roberto Maroni: regolamento alla mano, stavolta il Carroccio non potrà formare neppure un gruppo autonomo. Ma solo una componente all’interno del gruppo misto (anche se i diretti interessati sperano che il futuro presidente della Camera possa chiudere un occhio).

Dopo la breve campagna elettorale in Padania, venerdì mattina i parlamentari leghisti sono tornati a Roma. Il tempo di riunirsi per l’ultimo ufficio di presidenza della XVI legislatura, poi i pochi fortunati che hanno riconquistato un seggio sono rimasti in città. Da ieri si fa sul serio.

Si fa sul serio per modo di dire. Il progetto di occupare i palazzi romani è fallito miseramente. Dopo anni trascorsi sotto il sole della Capitale, la Lega di Maroni si ritira a nord del Po. Non a caso il segretario è rimasto a Milano, presidente della regione Lombardia. È lì – nella Macroregione vagheggiata dall’ex ministro dell’Interno – che si decideranno i destini del Carroccio. Si punta tutto sull’asse Lombardia-Veneto-Piemonte. Il Parlamento resta una tappa di passaggio. Peggio, un’ambasciata di rappresentanza. Forse nemmeno la più ambita.

A dispetto della nuova fase, nelle conversazioni in Transatlantico qualcuno prova a rivivere lo spirito di un tempo. «Siamo qui per difendere il Nord da Roma». Meglio: «Lavoreremo duro in commissione per tutelare gli interessi della nostra gente». In realtà sono proprio alcuni deputati leghisti a rivelare i nuovi obiettivi. Alla Camera si punta a fare opposizione a oltranza. In Aula e nelle commissioni. I risultati rischiano di essere irrisori, data l’esiguità del gruppo. Ma a giovarne potrebbe essere la visibilità del partito. Diverso il discorso al Senato. A Palazzo Madama anche una pattuglia di 16 parlamentari – tanti dovrebbero essere i leghisti quando Giulio Tremonti si trasferirà nel gruppo misto – potrebbe risultare determinante per gli equilibri politici. Si farà ostruzionismo anche qui, ma con accortezza. Stando ben attenti a sostenere ogni provvedimento – anche governativo – favorevole al Nord.

Del resto, della politica romana alla Lega di Maroni interessa poco. O almeno così si sono convinti a Via Bellerio. Il dibattito sul nuovo esecutivo non scalda gli animi. «Il nostro auspicio – ha spiegato il segretario poco fa – è che nasca un governo che duri cinque anni, con cui interloquire per risolvere i problemi della Lombardia». La corsa al Quirinale interessa ancora meno. Quando il Parlamento in seduta comune inizierà a votare il successore di Napolitano, i leghisti punteranno sul candidato donna (ammesso che ci sia). Senza indicare un proprio nome, neppure per testimonianza.

Intanto a Montecitorio si respira aria di spending review. Sciolti gli uffici stampa dei due gruppi parlamentari, stavolta il responsabile della comunicazione Davide Caparini gestirà un unico gruppo di lavoro. Una struttura più snella, per supportare una delegazione a ranghi ridotti. Quello della Camera è un gruppo giovane, agguerrito, pieno di volti nuovi. A spulciare i nomi dei deputati leghisti saltano subito all’occhio due dati evidenti. Sono tutti uomini. E, ad eccezione di Umberto Bossi, sono tutti maroniani di ferro.

La rottamazione del gruppo dirigente è stata feroce. Su 58 deputati uscenti ne sono stati confermati solo 9. Tra loro il tosiano Matteo Bragantini e “l’economista” Giancarlo Giorgetti, che sarà capogruppo. Confermato il fedelissimo del segretario Gianluca Pini. E con lui il coordinatore dei giovani padani Paolo Grimoldi e il triestino Massimiliano Fedriga, uno dei giovani più promettenti della nuova dirigenza maroniana. Qualcuno, capita l’antifona, è già pronto a trasferirsi al Nord. È il caso di Gianni Fava, che voci insistenti indicano come assessore all’Agricoltura della nuova giunta lombarda. E del segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini, anche lui in ballo per entrare nella squadra di Maroni.

Tra i volti nuovi c’è attesa per il segretario bergamasco Cristian Invernizzi. «Lui è uno bravo». E per il giovane veneziano Emanuele Prataviera. Una carriera spianata: a ventisette anni può già annoverare nel curriculum un posto da consigliere comunale, da assessore provinciale e da segretario locale del partito. E i vecchi parlamentari? Alcuni ex deputati hanno traslocato al Senato. Giacomo Stucchi, Raffaele Volpi, Massimo Garavaglia. A Palazzo Madama c’è spazio anche per le donne: 5 leghiste, capitanate dall’operaia Emanuela Munerato, famosa per aver preso la parola durante la prima fiducia al governo Monti in tenuta da lavoro. Confermato l’ex ministro Roberto Calderoli. Mentre, un po’ a sorpresa, stamattina è stato nominato capogruppo il veneto Massimo Bitonci.

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