L’ultima spiaggia del Pd, “ci affidiamo a Napolitano”

Riproponiamo la nostra analisi

Gliel’avevano detto in tutte le salse, «Pier Luigi andrai a sbattere», «il “vecchio” vuol vedere i numeri». E così è stato. L’esito delle consultazioni, durate una settimana, «non è stato risolutivo», recita la nota del Capo dello Stato.

In un colloquio durato più di un’ora, «un’anomalia per certi versi», Bersani si è giocato l’ultima chance. Il segretario dei democratici ha insistito sul «governo del cambiamento» senza il Pdl, ma si è scontrato con la matematica, e con i numeri che non possiede nella Camera più alta. Napolitano ha storto il naso su una eventuale fronda di una quarantina di «responsabili» del M5s pronta a sostenere un esecutivo a guida Bersani. «I conti non tornano», gli avrebbe sussurrato all’orecchio. Perciò la mediazione è saltata. E adesso la palla torna al centro, e sarà proprio lui, l’arbitro Giorgio Napolitano a stabilire «gli sviluppi del quadro politico-istituzionale».

Uno scenario che crea il panico all’interno del Partito Democratico. E stordisce un partito già logorato dal risultato elettorale dello scorso 25 febbraio. A questo punto «la ditta potrebbe non reggere il colpo», spiega un renziano. Ma «noi – i renziani – ci affidiamo al Capo dello Stato. Noi aspettiamo quello che dice Napolitano». Ormai all’interno del Nazareno il partito di “Napolitano” , lo chiamano così, rappresenta la maggioranza. D’altronde, sottolinea un veltroniano, «che adesso la cosa sia nella mani del Quirinale non c’è dubbio. E il Presidente della Repubblica gode della piena fiducia del Pd». Tutto vero. Tant’è che anche un ex popolare come Beppe Fioroni, che in queste settimane non ha mai escluso «un governissimo con il Pdl», si affida al Capo dello Stato: «Guardi, io credo che bisogna avere rispetto della decisione di Napolitano». Amen. Il partito di Napolitano all’interno del Pd è pronto a tutto: governissimo, governo del presidente, governo tecnico. «Siamo aperti a qualsiasi soluzioni», mormora un ex dirigente dei Ds. «Tutto tranne le elezioni», è il diktat.

Ecco perché adesso il «preincaricato» Pier Luigi Bersani è rimasto isolato. Il «governo del combattimento», gli «otto punti programmatici», «la settimana di consultazioni», l’hanno messo ancor più all’angolo. I big del Pd, da D’Alema a Veltroni, passando per Franceschini e Renzi, sono tutti con il Capo dello Stato. Infatti a tarda sera soltanto un fedelissimo come Davide Zoggia, componente del cosiddetto «tortellino magico», ritiene che Bersani sia ancora in corsa: «Mi pare che il segretario sia ancora in campo. E credo che non sia un caso che domani le consultazioni inizino proprio dal Pdl. E il Pdl che deve dare risposte». E poi al massimo c’è chi come l’ex rottamatore Pippo Civati avverte: «O si trova un’altra figura che trovi la convergenza di Pd, Monti e Cinque Stelle, o si torni a votare».

Insomma per come stanno le cose i democrat cercheranno di trattare con il Capo dello Stato. Ma non gli potranno mai fare muro. E anche gli stessi bersaniani, che fino ad oggi hanno alzato le barricate a qualsiasi forma di governo con il Pdl, alla fine potrebbero cedere. L’ipotesi più accreditata che circola in ambienti democrat sarebbe quella di un governo del presidente a guida Saccomanni o Amato o Cancellieri, e di una sintesi sul prossimo Capo dello Stato. Mentre gli sherpa del segretario Bersani, con in testa Enrico Letta, sarebbero già al lavoro e starebbero trattando con il Pdl su due nomi: Sergio Mattarella e Franco Marini. Due ex democristiani, «mai comunisti», che potrebbero garantire il Cavaliere di Arcore.

@GiuseppeFalci
 

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