Portineria MilanoPd e Pdl alzano i toni, ma resta aperta la trattativa

Le ore calde delle consultazioni

La trattativa tra Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi per creare un governo come indicato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è diventata ormai di dominio pubblico. I due si sfidano a distanza, citandosi a vicenda. E durante una giornata surreale per la politica italiana, tra manifestazioni pro e contro Berlusconi a Roma, i leader di Pd e Pdl hanno deciso di darsele a distanza, chiamandosi in causa più di una volta anche per scaldare le rispettive tifoserie. Ognuno insomma ha invocato l’altro, di fatto per la prima volta dalla fine delle elezioni. Toni accesi, certo, tra il richiamo alle urne da parte del Cavaliere e la promessa di una legge sull’ineleggibilità invece da quella di di Bersani. E tuttavia, come suggeriscono “i pompieri” e i “riformisti” in azione in queste ore, la trattativa per un governo “largo” o “grasso” è ancora in corso.

Ovvero, c’è chi la mette così. «Sia Silvio sia Pier Luigi» stanno cercando di alzare la posta in gioco, stanare l’avversario e arrivare ai tavoli della trattativa della prossima settimana con le idee un po’ più chiare. Il percorso è irto di ostacoli, le reciproche piazze gridano vade retro inciucio, ma le trattative nei dietro le quinte continuano. A muoversi per i democratici sono Enrico Letta e Vasco Errani, che tra domenica e martedì hanno in agenda una serie di incontri con pidiellini e leghisti. «Berlusconi prova a costringere Bersani a un governo, ma ormai la vedo difficile, almeno con il segretario Pd in posizione da premier», suggeriscono fonti di centrodestra che continuano a insistere su una figura nuova, ad esempio quella di Enrico Letta. 

Di fatto, fino a martedì, i telefoni di Berlusconi e Roberto Maroni saranno incandescenti. Eppure, all’interno del Pd, c’è chi in queste ore sta provando a convincere le diverse anime democratiche almeno su un punto. Bersani, è il ragionamento, è il primo ex Pci emiliano ad aver conquistato la chance per la presidenza del Consiglio. È il caso di abbandonare la partita così su due piedi, per tornare alle urne? Nel centrodestra questo messaggio sta iniziando a trapelare, anche se farlo attecchire sarà tutta un’altra musica. L’impressione, dunque, è che le strade alla fine restino due: la prima, auspicata da Napolitano e sostenuta da Berlusconi, su un governo di grande coalizione, magari formato da giovani Pdl e Pd. Ad oggi sembra quella più stretta e impraticabile. 

La seconda invece, di larghe intese, di minoranza e a tempo, magari otto mesi con una Bicamerale per le riforme. Una ipotesi che sta cominciando a prendere quota.  Avrà magari dei numeri risicati in parlamento e vivrà volta per volta per i voti al senato (copyright Roberto Calderoli), ma forse è quella più sensata e praticabile. Certo, bisognerà trovare una soluzione per la presidenza della Repubblica, dopo che Berlusconi ha cassato la nomina di Romano Prodi. In queste ore sul tavolo pesante del toto Colle il segretario del Pd avrebbe messo l’ex Presidente del Senato Franco Marini, considerato «il più a destra di tutti fra i papabili» perché ha un profilo democristiano e potrebbe garantire un salvacondotto al Cavaliere. Mentre sembra tramontare l’ipotesi Franco Frattini, anche perché viene considerato «inaffidabile» fra gli stessi berlusconiani.

Nel frattempo, Bersani continua dritto per la sua strada. E vuole provarci: «Non c’è nulla di impossibile», sbotta con i cronisti che lo incalzano. Nel pomeriggio il segretario del Pd ha iniziato il giro di consultazioni incontrando le parti sociali. «Non un caso», spiegano dall’inner circle .  Del resto al primo punto del programma di governo ci saranno certamente «le riforme immediate su questioni sociali e moralità pubblica». Anche se il punto sarà un altro. Come spiega non senza malizie un dalemiano di ferro, «Napolitano vuol vedere i numeri, e al momento i numeri non ci sono». E anche se dallo staff del segretario smentiscono una trattativa in corso con il Pdl, «la strategia non cambia», gli sherpa di rito bersaniano sono tutti in movimento. «Senza i voti del Pdl non andiamo da nessuna parte», confessa un ex ministro del governo D’Alema. Ad oggi «il governo delle larghe intese», lo chiamano così nei corridoi dei palazzi romani, è più lontano perché dal centrodestra arrivano segnali negativi. Ma è pur vero che in queste ore «ognuno fa il suo gioco», spiegano. E, «vedrete che alla fine un governo qualcuno lo farà», scandisce con forze un dirigente Pd. 

Ad ogni modo Bersani, «per correttezza e per rispetto degli altri big del partito», ha convocato una direzione nazionale per la giornata lunedì. Una decisione che fa discutere più di un componente dell’assise. «Perché convocarla nel bel mezzo delle consultazioni?», si domandano. In tanti sono «perplessi» perché non si comprende la direttrice del segretario. Ad esempio stasera Bersani si è ricavato un po’ di tempo per incontrare Roberto Saviano, il segretario sonda, esplora profili di ministri potenzialmente capaci di solleticare i grillini, vuole stanarli e metterli in difficoltà replicando lo schema Grasso-Boldrini. In realtà, come spiegano a Linkiesta, la convocazione del caminetto democrat ha una sua ragione: «Il segretario vuol far vedere alla stampa e agli addetti ai lavori che il partito è compatto sulla linea bersaniana», spiega un renziano di ferro. Altri sospettano che dietro la decisione del segretario ci sia lo zampino dei cosiddetti “giovani turchi”, da Matteo Orfini ad Andrea Orlando,  «perché altrimenti avrebbero fatto casino all’esterno». Mentre in  questo modo la direzione filerà liscia, e non ci sarà alcun voce dissidente rispetto la linea tratteggiata dal segretario. D’altronde, come sottolinea con Linkiesta Chiara Geloni,  fedelissima del segretario Bersani, «se il segretario del Pd va a Palazzo Chigi sembra strano che la maggioranza del partito lavori per un’alternativa. Sarebbe controproducente».

Anche se, al fondo, resta il cul de sac in cui si sono infilati i democratici. «Noi non possiamo permetterci che non ci sia un piano “B”: è impensabile tornare alle urne», sbottano dal Nazareno. Questa per ora è l’unica certezza, tenacemente coltivata dai maggioranti del partito: allontanare lo spettro del voto immediato. Perché altrimenti i D’Alema, i Veltroni, i Franceschini e le Bindi sparirebbero dallo scenario politico. Se invece si formasse un governo di qualcuno tipo, tecnico, o politico, o poli-tecnico, «questi personaggi» potrebbero tornare in pista «cavalcando l’onda dell’esperienza» costruita negli ultimi trent’anni. Perché poi, quando tutto sarà finito, fra sei mesi, o fra un anno, la palla passerà al “predestinato”. A quel sindaco di Firenze, che qualche mese fa provò a sconfiggere la nomenclatura, e a “rottamare” tutti i dirigenti di lungo corso. A quel punto «i maggiorenti del Pd non saranno più i protagonisti». Ma fino a quel momento, se non si ha il fegato di fare un passo indietro e tornare alle urne, la forza centrifuga li spinge controcorrente tra le braccia del Cavaliere…   

@ARoldering

@GiuseppeFalci
 

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