Bersani & Berlusconi, il Colle e il rischio del ’92

La bussola politica

E’ la settimana del presidente, la settimana degli accordi sottobanco, dei tradimenti all’ultimo minuto, dello scrutinio segreto e dei franchi tiratori a Montecitorio: da giovedì 18 aprile il Parlamento sarà riunito in seduta comune per eleggere il nuovo capo dello stato. E non c’è ancora una maggioranza chiara, così si diffonde nel Palazzo il timore del caos, di un’elezione incontrollabile come fu quella di Oscar Luigi Scalfaro nel 1992: allora esplose una bomba a Capaci, ma quel voto fu anche funestato dalla rivalità tra Andreotti e Forlani, i due grandi democristiani che si combatterono fino all’ultimo e furono poi annullati con tutta la loro intelligenza politica, l’uno dopo l’altro, dalla falange dei franchi tiratori che li fecero cadere e affondare sul campo fangoso dello scrutinio segreto e del voto a maggioranza variabile. E’ così che si fanno fuori i candidati al Quirinale. Romano Prodi, Giuliano Amato, Franco Marini, Massimo D’Alema, Anna Finocchiaro, Sergio Mattarella. Chi sarà il prossimo presidente della Repubblica?

Silvio Berlusconi e Perluigi Bersani, i due Ber., non sembrano essersi capiti, forse recitano, forse in realtà hanno già individuato un nome che piace a entrambi e su questo ancora misterioso profilo faranno convergere subito i loro tanti voti. Ma se è così non lo danno a vedere. Lontani, ciascuno acquartierato nella propria trincea, i leader di Pd e Pdl si sparano addosso parole durissime, convocano la piazza e adottano, ciascuno con il suo stile, un bellicoso vocabolario da campagna elettorale. Potrebbe essere l’antica e suprema arte della dissimulazione, i duellanti potrebbero in realtà essere già d’accordo. Ma anche no. E dunque la paura si diffonde, serpeggia nei corridoi del Parlamento e tra i vecchi che ricordano le drammatiche e confuse elezioni del passato: che succede senza un accordo? Superato il terzo scrutinio l’elezione presidenziale diventa certamente ingovernabile per chiunque, non c’è forza di persuasione o vincolo d’appartenenza, non c’è ordine di scuderia che tenga: il presidente può essere eletto a maggioranza assoluta degli aventi diritto, bastano soltanto 504 voti. Pochissimi. Un numero che, al buio, nel segreto dell’urna, potrebbe anche concentrarsi su un nome imprevisto, incontrollabile, sorprendente ma pure sgradito – per paradossale che possa apparire – a chiunque, a tutti i partiti, sia alla maggioranza del Pd sia alla maggioranza del Pdl, sia al gruppo dei centristi guidati da Mario Monti. Sarebbe un pasticcio irrimediabile.

Ber.&Ber. si osservano come due giocatori attraverso il tavolo italiano, gli occhi pieni di politica. Potrebbero incontrarsi oggi, o forse domani. Fanno sapere di volersi vedere, di volersi ancora parlare perché – sussurrano – un accordo ancora non c’è. Eppure entrambi sanno di correre un rischio, guardano Beppe Grillo e riconoscono in quel volto goffo e sudato una variabile pericolosa perché incontrollabile, imprevedibile: chi voteranno quelli del Movimento 5 Stelle? Né Bersani né Berlusconi possono davvero permettersi il lusso di scoprirlo all’ultimo momento. Il Cavaliere ha un interesse fatale nell’elezione del prossimo presidente della Repubblica. E’ circondato da un impietoso calendario di udienze, è prossimo ad alcune nuove condanne, Berlusconi ha bisogno che il capo dello stato non sia un nemico incline alla sua crocifissione giudiziaria (“se eleggono Prodi sarà meglio espatriare”). Per Bersani le cose non sono troppo diverse. Il segretario del Pd non può permettersi il lusso di andare al rimorchio dell’inafferrabile e concorrenziale Movimento 5 Stelle, non può accettare che siano i grillini, quelli che lo dileggiano, a scegliere un candidato cui poi il Pd debba obbligatoriamente accodarsi. Bersani, debole com’è sia dentro sia fuori dal suo partito, ha paura, intuisce un rischio esiziale per la tenuta del suo già periclitante Pd: sa benissimo che senza un accordo con Berlusconi, a scrutinio segreto una parte dei suoi deputati e senatori potrebbero finire col votare assieme ai grillini rendendo così reale l’incubo di un elezione a sorpresa, svincolata dalle decisioni della segreteria. L’elezione di Prodi? L’ex presidente del Consiglio ha molti sponsor, ma anche tanti nemici. Chissà.

Veleno, pugnale o franchi tiratori? Nel 1992 prima cadde Forlani, mentre Andreotti che era d’un’altra pasta rimase in piedi fino all’ultimo, sanguinante, per poi vedersi anche lui tragicamente sconfitto. Presidente del Consiglio a ripetizione, aveva atteso quel momento per tutta la vita. Con l’impassibilità di sempre vide quel sogno tramontare. Oggi potrebbe non essere così diverso. E dunque nel Palazzo circola una leggenda: Berlusconi e Bersani temono così tanto lo scenario del 1992 da essersi in realtà già messi d’accordo da un bel po’. Dissimulatori e furbi, i due Ber. stanno solo fingendo di litigare e simulano distanza e livorosa freddezza per proteggere in realtà il prezioso contenuto del loro patto segreto, l’accordo politico sul nome del prossimo presidente, il patto che sarà rivelato solo giovedì, soltanto un minuto prima che l’elezione presidenziale abbia inizio a Montecitorio. E’ una leggenda, una storia evanescente. Eppure non inverosimile. Se così fosse, i contatti di queste ultime ore e il colloquio tra Berlusconi e Bersani che dovrebbe tenersi nelle prossime ore servirebbero solo a limare alcuni dettagli, a specificare alcuni passaggi, di un contratto già siglato. L’elezione del capo dello stato è legata, intimamente, al futuro di questa incerta legislatura appena cominciata. Solo il prossimo presidente della repubblica potrà decidere se, come e quando sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Possono Bersani e Berlusconi permettersi sul serio di avere un presidente incontrollabile?

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