Caselli contro Grasso, dalle procure alla politica

Toghe in guerra/1: Palermo. I due rivali storici ora arrivano al conflitto davanti al Csm

Ora che la richiesta di tutela inviata al Csm dal procuratore della Repubblica a Torino Gian Carlo Caselli contro l’ex collega e neo presidente del Senato, Pietro Grasso, è stata accolta, il guanto di sfida si sposta su un piano più elevato. Il più alto possibile. Dai talk show arriva fino alle stanze dove sono custoditi i sigilli della nostra procedura penale.

Ai togati spetterà il compito di giudicare se le parole di Grasso siano state lesive dell’onorabilità di Caselli. Inteso come magistrato e non come cittadino, ovviamente. «Si è insinuato», ha scritto il pm torinese, «che il mio operato sarebbe stato caratterizzato dalla tendenza a promuovere e gestire processi che diventano gogne pubbliche ma restano senza esiti». Il parere del Csm sarà legato a numeri, voti e tecnicismi, dunque il rischio che venga tutto archiviato è concreto. Ma nulla sarà come prima.

Questi fatti passeranno alla storia non tanto perché per la prima volta un magistrato chiede di essere difeso da un altro (sebbene ex), ma perché implicitamente si ammette che la politica è entrata nella magistratura. E in modo nettamente diverso rispetto a ciò che l’immaginario pubblico ha inteso nell’ultimo ventennio. Da un lato Berlusconi e dall’altro i pm. Un cliché (ci riferiamo all’immaginario pubblico) fatto da quasi trenta scontri giudiziari il cui inizio è datato novembre 1994 con la consegna di un avviso a comparire nel bel mezzo del G7 di Napoli e che proseguirà con inchieste che coinvolgono Previti, Dell’Utri e sempre più da vicino lo stesso Berlusconi fino al caso Ruby. E alle recentissime accuse legate al salto di coalizione di Sergio De Gregorio che fece cadere il governo Prodi. Per anni si è scritto della lotta tra procure e Berlusconi come di due fronti granitici, invece, sui fatti che passeranno alla storia, i corridoi giudiziari si sono spaccati e in modo sommerso hanno trovato sponde in giornali contrapposti dalle rispettive forze politiche di riferimento. 

Con la candidatura dell’ex procuratore antimafia tra le fila del Pd e poi la sua nomina al Senato e con il percorso di Antonio Ingroia dentro Rivoluzione Civile, le storiche correnti carsiche della magistratura sono emerse. Finite sulla bocca di tutti. E non sarà facile farle tornare a semplici scuole di pensiero. A visioni distinte ma tutte conviventi nell’alveo della comune lotta antimafia (vale per la Sicilia, ma di visioni distinte sono piene le principali procure d’Italia). Ciò che è esploso grazie o per colpa di Marco Travaglio – dipende dai punti di vista – non trova la sua origine nell’ultima campagna elettorale. È la storia di dieci anni di antimafia tra Palermo, Roma e Torino. Niente di nuovo, visto il botta e risposta tra Grasso e Caselli che ha costellato i loro libri. Senza che mai facessero i rispettivi nomi. Sono, infatti, le stesse tensioni culminate nel 2005 quando tre norme volute dal centrodestra (una delle quali giudicata a posteriori incostituzionale) resero il “torinese” inabile per via dell’età a concorrere alla successione di Pier Luigi Vigna. Quel posto alla Pna lo ebbe Grasso. Non sapremo mai chi dei due avrebbe vinto senza quella legge farlocca.

«Sono l’unico magistrato italiano al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale antimafia», ha scritto Caselli in “Un magistrato fuorilegge” edito da Melampo. «Autorevoli esponenti del centrodestra hanno chiarito pubblicamente che la mia esclusione era da intendersi come un “risarcimento” al senatore a vita Giulio Andreotti, da me ingiustamente “perseguitato” con l’inchiesta aperta nei suoi confronti quando ero Procuratore capo a Palermo».

Nel libro il pm non la manda a dire a nessuno. Elenca una processione fatta di insulti e attacchi personali, sostenendo che la sua eresia sta nell’aver tentato di sciogliere il nodo dei rapporti tra mafia e politica, di aver mirato a svelare il livello delle complicità e collusioni che consentono alla mafia di sopravvivere e prosperare. La lezione che ne trae è: il magistrato libero e onesto rischia di scontrarsi con determinati interessi.

A ben vedere esattamente quello che la scorsa settimana Travaglio ha imputato a Grasso per il fatto di non aver rinunciato, di fronte a una norma anticostituzionale, al posto che fu di Vigna. A questa accusa l’attuale numero uno del Senato aveva però già risposto poco dopo l’emendamento Bobbio. «Rimango fortemente critico verso la scelta governativa di una legge contro Caselli. Io ho un temperamento sportivo, mi piace l’agonismo e sapere che si vince o si perde in relazione ai propri meriti e non per interessamenti esterni». In quel libro/intervista già si fa cenno alle critiche per i processi spettacolari, le stesse critiche che hanno spinto Caselli la scorsa settimana a chiedere l’intervento del Csm.

Nel 2008 già si censurano coloro che pretendono di celebrare i processi a prescindere dalle prove e trasformavano le inchieste «in una gogna pubblica efficace perché distrugge una carriera politica». Nel 2009 in un’intervista in occasione del salone del libro di Torino, Caselli risponde così alla domanda sul perché il processo Andreotti si sia ingolfato. Ricordiamo che si tratta dello stesso processo per il quale Travaglio accusa Grasso di non aver voluto firmare l’appello assieme agli altri magistrati del pool. «Io per trovare risposte a queste domande mi appello a Paul Ginsborg e alle cose che ha scritto commentando un altro libro che era L’eredità scomoda, a quattro mani con un collega di Palermo, Antonio Ingroia. Ora, Paul Ginsborg – e io sono d’accordo con lui – osserva come a partire dal 1996 la Magistratura, la lotta all’illegalità in tutte le sue articolazioni, quindi anche alla mafia, non sia più prioritaria, quanto meno sulle agende della politica. E poi Paul Ginsborg osserva giustamente che quando ci si occupa di Riina e soci va tutto bene, ma le cose non quadrano più quando ci si comincia a occupare anche di quella che si chiama borghesia mafiosa». Quando le nostre indagini toccano anche imprenditori, commercianti, liberi professionisti, medici, avvocati eccetera, «allora ecco una sorta di crisi di rigetto», sintetizza Caselli. Mentre Travaglio da Santoro fa un passo in là e fa capire che qualcuno non si è spinto nella lotta alla mafia là dove poteva fare più male allo Stato.

Appare chiaro che da molto tempo i grassiani e i caselliani stanno dallo stesso lato della barricata, ma non si considerano nel senso stretto del termine alleati. Nei libri è emersa chiaramente la teoria che li separa e nelle aule e nei corridoi delle procure si è palesata la pratica. Diversa e distinta. La prima mossa, a dividere i due fronti, è la mancata sottoscrizione dell’appello contro l’assoluzione di Andreotti nel primo grado di giudizio. Poi nel 2002 c’è lo scontro sulla gestione del pentito Nino Giuffrè. Grasso tiene di fatto nascosto il pentimento – a suo dire temendo fughe di notizie – ai procuratori aggiunti Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte (gli stessi del processo Andreotti). I due si dimettono dal pool di Palermo. Due anni dopo Giuseppe Pignatone, ripescato tempo prima proprio da Grasso quale suo vice, si scontra con i cosiddetti “dissidenti” di Palermo nell’ambito del processo a Totò Cuffaro. Questi ultimi vicini alla linea Caselli-Ingroia suggeriscono il reato di concorso esterno. Passa invece la linea grassiana: favoreggiamento aggravato. Che ne è stato di Cuffaro, tutti ora lo sappiamo. Così come ora sappiamo anche che quando l’attuale presidente del Senato criticava un’area culturale di cui non condivideva la visione della giustizia faceva riferimento a taluni esponenti di Magistratura Democratica. Lui, originariamente vicino a Movimento per la Giustizia, quando nel 1999 diventa capo di Palermo dopo Gian Carlo Caselli non favorisce certo i caselliani. Si impunta contro il rinnovo alla Dda di Palermo di Scarpinato e Lo Forte. Le accuse nei suoi confronti sono: lo ha fatto perché avevano portato avanti inchieste scomode contro la politica.

Ora anni dopo, tornando ai talk show, Grasso respinge le accuse di Travaglio (aver fatto inciuci con la politica) e Caselli di rimbalzo accusa Grasso di non essere stato «per nulla rispettoso dei principi costituzionali che presidiano la separazione dei poteri e tutelano l’indipendenza della magistratura rispetto ad ogni forma (diretta o indiretta) di condizionamento ed ingerenza del potere politico». Parole recenti legate a vecchi macigni. Nel 2013 consegnati nelle mani del Csm. Il quale non potrà omettere il fatto che ora due dei vari protagonisti palermitani sono uno presidente del Senato e l’altro ex candidato per Rivoluzione Civile. 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter