C’era una volta la banca di sistema. Oggi non c’è più

Da Mediobanca in giù. Poteri (sempre più) deboli

C’era una volta la banca di sistema. C’era e oggi non c’è più. Perché con l’impatto devastante della crisi che trasforma gli attori di sistema in grandi creditori a rischio rimborsi, il capitalismo di relazione si sta rivelando un boomerang per il principale crocevia di interessi e di potere.

C’era una volta Mediobanca, stanza di compensazione della finanza italiana. Poi il gioco ha cominciato a farsi sempre più duro e il bouquet di partecipazioni accumulate sempre più sfiorito. Su tutti la crisi di Fondiaria-Sai che ha messo in allarme i vertici della banca per via del prestito da un miliardo concesso alla compagnia della famiglia Ligresti. Certo la fusione con Unipol, cui Mediobanca ha fatto da regista, ha garantito il rientro dall’esposizione ma non ha evitato al suo amministratore delegato, Alberto Nagel, di finire indagato dalla Procura di Milano per un presunto accordo segreto sulla buonuscita milionaria accordata ai Ligresti. Gioco duro anche a Siena dove nel 2011 ha partecipato, insieme a un pool di altre dieci banche creditrici, al prestito erogato alla Fondazione Mps mettendo sul piatto 60 milioni. Per mantenere la presa sul Monte, l’ente senese si è infatti indebitato per partecipare agli aumenti di capitale: oggi controlla poco più del 34% dell’istituto di Rocca Salimbeni, è stata messa (e lo sarà ancora per molto tempo) a dieta di dividendi e non ha più niente da offrire in garanzia per i suoi debiti tanto da essere costretta a vendere sul mercato un altro pacchetto della sua partecipazione (ma non può farlo finché il titolo del Monte non riprende quota, almeno sopra i 20 centesimi).

Le banche creditrici, Mediobanca compresa, rischiano dunque di rimanere col cerino in mano. Così com’è stata sofferta la partita sull’aumento di capitale di Rcs che domenica ha dato il via libera alla prima tranche dell’aumento di capitale da 400 milioni e al rifinanziamento del debito bancario da 575 milioni che vede in entrambi i casi l’istituto di Piazzetta Cuccia costretto a mettere mano al portafoglio, sia come azionista (con le quote vincolate al patto di sindacato della Rizzoli) sia come banca creditrice.

C’era una volta quella vecchia tradizione italiana secondo cui è il sistema bancario che deve salvare se stesso. Prima le banche di sistema rimettevano a posto i cocci e gestivano i problemi degli altri. Problemi che ora, però, sono diventati i loro. La cosiddetta Galassia non basta più, anzi a volte diventa ingombrante e zavorra i bilanci. La regola vale anche per le assicurazioni: non è un caso se Mario Greco, il nuovo timoniere delle Generali – considerate per anni il braccio armato di Piazzetta Cuccia – vuole rilanciare la redditività del gruppo sciogliendo anche gli incroci azionari che lo legano alle roccaforti del capitalismo come Pirelli, Telecom, Rcs e la stessa Mediobanca.

C’era una volta anche l’Intesa Sanpaolo di Giovanni Bazoli e di Corrado Passera. Il banchiere di sistema che più di sistema non si può (con risultati più o meno discutibili, basti ricordare l’operazione Alitalia) tanto da essere stato poi assoldato dal governo Monti come ministro dello sviluppo economico. Il suo successore Enrico Cucchiani, si dice negli ambienti della City milanese, è meno iperattivo e non solo perché i tempi sono cambiati ma anche perché deve quadrare i conti con le cinque Fondazioni azioniste che insieme hanno circa un quarto del capitale della banca. Fondazioni influenti ed esigenti in termini di dividendi da staccare a fine anno. Fra queste la potente Cariplo di Giuseppe Guzzetti (anche presidente dell’Acri), in assoluta sintonia con Bazoli appena riconfermato a capo del consiglio di sorveglianza dell’istituto. Nel frattempo si allunga la lista delle società in stato permanente di ristrutturazione (o di rilancio), ma le fondazioni, con qualche rilevante eccezione, sono costrette all’inerzia perché rimaste senza soldi e la vecchia logica delle operazioni di sistema riaffiora solo nell’azione di fondi come F2i guidato da Vito Gamberale.

Chi si candida, dunque, a svolgere funzioni finora appannaggio delle banche di sistema per antonomasia? Il panorama è desolante. A Siena il Monte dei Paschi che per anni ha fatto da “sistema” a un’intera città è alle prese con un’inchiesta giudiziaria sulla degenerazione di quel groviglio che ha avvelenato la banca più antica del mondo lasciandola moribonda e attaccata al polmone statale dei Monti bond. Le banche Popolari restano in attesa di una riforma mentre fanno i conti con i moti rivoluzionari partiti da Andrea Bonomi che vuol trasformare la Bpm in spa. E anche un colosso come il Banco Popolare che per primo si è staccato dal gruppo superando il modello federale trasformandosi in banca unica (il cosiddetto Bancone), si ritrova con quasi un miliardo di perdite per colpa del rosso della controllata nel credito al consumo Agos Ducato e delle rettifiche su crediti richieste dalla Banca d’Italia.

Resta solo Unicredit. L’istituto che Alessandro Profumo, oggi in Mps, voleva lasciare fuori dai salotti buoni della finanza italiana e dal capitalismo relazionale aveva cominciato ad adottare una linea che pareva opposta secondo i piani del vicepresidente Fabrizio Palenzona. «L’ingresso di Unicredit nel gruppo di Ligresti, Premafin? È una buona operazione. Noi dobbiamo tutelare i nostri interessi e gli interessi dei nostri clienti. Questo è il mestiere della banca», diceva all’inizio del 2011. La fine di Fonsai è nota e l’istituto di Piazza Cordusio sta ancora facendo i conti con altre eredità difficili, come l’investimento nella As Roma. E le recenti rigidità dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni sull’operazione Rcs non sono casuali.

Sullo sfondo l’intero sistema bancario resta in difficoltà. A gennaio 2013 le sofferenze complessive ammontano a circa 125 miliardi di euro (pari a circa l’8% del Pil 2012) in aumento di circa il 17% rispetto all’anno prima. La crisi del sistema imprenditoriale nel ripagare i debiti ha reso fragili i crediti detenuti dalle banche, costrette dai criteri severi di Basilea 3 e dai rigorosi controlli di Bankitalia ad effettuare pesanti svalutazioni sul bilancio di fine anno. Al deterioramento delle condizioni dell’economia reale si aggiungono i costi dell’essere esposti ai nostri titoli di Stato. Ad oggi le stime parlano di un 65% di debito in mani italiane a fronte di un 35% di proprietà estera. Ciò implica uno spostamento del rischio dallo spread normalmente inteso ai portafogli titoli delle banche. Non solo. Come fa notare Fabio Bolognini sul suo blog (http://www.linkerblog.biz), gli accantonamenti a fronte del portafoglio crediti nel 2012 hanno raggiunto il livello del 40% per i primi 12 gruppi bancari. A fronte di profitti scaturiti dall’attività con la clientela, tra spread e commissioni, per 56,5 miliardi sono stati accantonati ben 22,8 miliardi a copertura delle possibili perdite sul portafoglio crediti deteriorato. Una cifra che ha raggiunto livelli straordinari con le rettifiche dell’ultimo trimestre sollecitate in modo fermo dalla Banca d’Italia attraverso ispezioni e moral suasion per allineare i dati di bilancio a percentuali di copertura più realistiche ed omogenee.

Si arriva così al paradosso che sono dunque le stesse banche italiane ad avere, oggi, bisogno di un intervento di sistema. 

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