Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaCon le regole di Basilea banche meno responsabili

Misurazione del rischio e credit crunch

SAN PAOLO – “Uccidete il mostro finché è ancora in fasce”. Questa la chiusura, scioccante,
 di una delle prime riunioni della mia vita di bancario. Era la fine degli anni 80,
 e quello che il tesoriere chiamava “mostro”, era Basilea I.
 Allora, quella richiesta esplicita di lobbying mi parve un atto di violenza e di superbia,
 ma ora è lecito chiedersi: che Basilea sia stata davvero un mostro? 
E che il mostro abbia cambiato in maniera irreversibile il modo di fare banca?

 Quali sono stati gli effetti di Basilea?

Il primo è una de-responsabilizzazione del
 rischio. Lo vediamo nelle aspettative di molti degli operatori che incontriamo ai corsi di
formazione in accademia e fuori. Lo vediamo anche nei titoli dei corsi: l’ultima regola,
 lo scadenziario per l’applicazione delle regole, le ultime su cosa ne pensano a Basilea.
 Il risk-management si immerge e annega in un’altra parola: “compliance”. Vuol dire:
 rientra nelle regole e la sera vai a casa tranquillo.

Ieri sera, qui in Brasile a 
una conferenza sull’uso della statistica in finanza e assicurazioni, un attuario 
francese che gira il mondo per tenere corsi mi diceva che lo stesso è in assicurazione:
 “compliance”. E se in un’economia le banche e le assicurazioni hanno perso il “mestiere” 
di affrontare i rischi, chi resta? In parte questo effetto, che tocca con mano chi
svolge il mio lavoro, è “azzardo morale”: sei assicurato, sai che sotto di te c’è una 
rete e puoi prendere rischi senza pensare a quello che fai.
 Ma questo è qualcosa di più: non pensi più nemmeno all’arte di prendere rischi.


E cosa succede quando capisci che la rete non sosterrebbe nemmeno una mosca?
 Ti vengono i brividi, e ti rifiuti di camminare sul filo. E ti ricordi di quando
 camminare sul filo era la tua professione. E’ il credit crunch (dal lato dell’offerta).

 E poi la rete c’era o no? Dagli anni 80 abbiamo imparato un numero: 8% (è il coefficiente di solvibilità, cioè il capitale minimo che gli istituti devono avere rispetto agli attivi ponderati per il rischio, ndr). Vi siete mai 
chiesti perché l’8%? E poi: è troppo, o è troppo poco? O è un numero come un altro?
 Beh, non ci crederete, ma un collega mi riferì (ancora nel secolo scorso) di aver sentito 
l’ultima risposta da parte di Cooke, presidente della commissione omonima che selezionò 
il famoso numero. Pensate a cosa significa una perdita dell’8% su un portafoglio crediti. 
Per la vecchia banca commerciale può sembrare una buona misura, anche se si ricordavano 
già, prima della crisi attuale, momenti in cui le perdite sul portafoglio crediti alla 
clientela (le cosiddette “sofferenze”) erano salite per qualche istituto fino al 10 per cento. 


Ma di fronte a grandi eventi di credito, come il fallimento di una grande banca (Lehman)
 o di un piccolo stato (Grecia) o delle grandi banche di uno stato piccolo (Cipro)
 questa misura dell’8% risulta completamente ridicola. Con Lehman perdi l’80%,
con la Grecia il 75%, con le banche cipriote vedremo…Una rete che di fronte
a una crisi sistemica si è rivelata come una maglia di lana tesa per attutire la caduta di
un macigno.

 Basilea I ha anche lanciato la nuova parola d’ordine: risparmiare capitale. Il mestiere
 del banchiere non è più studiare un progetto, valutarne i rischi, suggerire miglioramenti.
 Da Basilea in poi il mestiere è lentamente e inesorabilmente diventato il risparmio del
capitale. Oppure, nella versione duale: massimizzare il rendimento per un dato livello
 di capitale. E alla base di questo c’è ancora il fatto che il rischio è l’8%, battuto 
da Mr. Cooke.

E come fate a aumentare il rendimento del vostro portafoglio crediti?
 Semplice: privilegiate quelli che rendono di più, anche se sono più rischiosi. Un lettore 
di un mio precedente articolo sollevava dubbi su questo argomento, ma questi sviluppi
 sono certi, e fanno ormai parte della storia. Hanno un nome: arbitraggio regolamentare.
Hanno dati che li verificano. E hanno un prodotto finanziario che li testimonia:
 le cartolarizzazioni sintetiche. Nome difficile ma concetto semplice. Ho un sacco di
 prestiti a grandi imprese che mi rendono poco e mi costano l’8% come tutte le altre?
 Le metto fuori bilancio. Costruisco una società (SPV), la società emette titoli e mi vende
 assicurazione contro il fallimento delle mie grandi imprese che non rendono niente.
 Et voilà, ho spazio per tanti altri prestiti che costano sempre l’8% e rendono di più.


E poi, visto che ho imparato l’arte di mettere i rischi fuori bilancio, perché non 
utilizzarla anche per altri rischi? E non entriamo nel dettaglio su questo, che ci porta
 nella selva oscura del sistema bancario “ombra”. 


E dopo Basilea I venne Basilea II, la vendetta su chi aveva fatto “arbitraggio 
regolamentare”, ma il trionfo definitivo della nuova professione: il banchiere 
”risparmiatore di capitale”. Risorse statistiche dedicate non alla misurazione accurata
dei rischi, ma a battere quel 4% (la metà di 8%, che doveva essere capitale di
prima scelta, Tier 1). E poi, l’ingegneria finanziaria scatenata a produrre capitale
 che sembrasse proprio capitale, ma che non fosse capitale: perpetui, ibridi, e via 
dicendo. Ma soprattutto, l’avvento dei metodi centralizzati di valutazione del rischio 
dei crediti, che per forza sono diventati criteri per attribuire credito.

Il fenomeno
 dell’estinzione dei bancari, di cui ho parlato in un precedente intervento, e che 
riassumo con le parole che un direttore di filiale, che invitavo a parlare di banca ai 
miei ragazzi, utilizzò a proposito di Basilea II: “vedo miei clienti di anni che si vedono 
negare i finanziamenti perché non passano i numeri: io ne posso difendere uno, due, ma
non mi posso giocare la carriera”. Le parole dell’ultimo settorista, ma 
di questo abbiamo già detto. 

E oggi, con Basilea III il mostro ha bussato alla porta del vecchio tesoriere di trent’anni fa, ingiungendo regole da rispettare per i fondi in entrata e in uscita,
 la liquidità.

Come se questo, la gestione della liquidità e la trasformazione delle
 scadenze, non fosse il mestiere più antico del mondo (pardon, il secondo più antico).
 Anche su quel fronte la parola d’ordine sarà “compliance” e già si moltiplicano i corsi
 sulle tempistiche, le modalità di attuazione, le regole. Ma alla fine il mostro si
 è fermato, già adulto, non sappiamo per quanto. La domanda è se non sia ormai troppo 
tardi per tornare alla banca che produceva informazione, e alla banca interessata alla 
misura di rischio giusta, non a quella piccola: insomma, la banca del risk-management. 
E la domanda è anche se non sia il caso di passare al terzo pilastro di Basilea II (che 
avrebbe dovuto essere il primo): insegnare il rischio ai risparmiatori perché siano 
loro (il mercato) in grado di re-insegnare (andando via, se necessario) il mestiere
 del risk-management alle banche.

*ordinario di Finanza quantitativa all’Università di Bologna

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