Cosa succede se gli italiani bevono sempre meno vino

Il problema del vino non è solo l’esportazione

Bere fa dimenticare o è meglio dimenticarsi il bere? Per chi ama il vino, la seconda ipotesi fa rabbrividire. Eppure se va avanti di questo passo – come per altri prodotti made in Italy di eccellenza – si rischia di lavorare per gli altri. Arte nobilissima, certo. Però fa male pensare che nella patria del vino (con buona pace dei cugini d’oltralpe, che malgrado il caro vecchio Champagne ormai inseguono, superati persino dalla Spagna), i consumi siano ulteriormente scesi: siamo a 37,2 litri pro capite l’anno. Una cinquantina di bottiglie l’anno, meno di una alla settimana.

D’accordo che bisogna togliere bimbi, astemi e categorie a rischio, ma cinque anni fa si era ancora sopra i 40. Comunque sia, non si è mai bevuto così poco in Italia: da qui un Vinitaly – che si chiude mercoledì 10 – con un claim da applausi: The World we love, il mondo che ci piace. Piace però a chi vende fuori dai nostri confini, in primis lontano dall’Europa, dove il mercato è sostanzialmente stabile: nonostante il livello dei loro vini sia migliorato tanto, continuiamo a crescere negli Stati Uniti. La Santa Madre Russia oltre a mandarci nei locali i clienti più “big spender” al mondo – odiati dai sommelier perché non capiscono un acca e amati dai titolari per i conti a tre zeri – assorbe quantità sempre maggiori di etichette piemontesi e toscane. La Cina, nel 2012, ha fatto registrare un +9% davvero importante visto che i rivali d’oltralpe ci lavorano da un ventennio.

Adesso è il turno del Brasile dove la cucina in grande crescita qualitativa richiede cantine all’altezza: la quota del 14% è destinata senza dubbio a raddoppiare o triplicare in pochi anni. Basta pensare che il consumo è fermo a 2,5 litri all’anno pro capite contro 54 della birra: appena la medium class scoprirà in massa il piacere del vino, con una popolazione di quasi 200 milioni di abitanti…Sta di fatto che nel 2012, il mercato interno ha superato di poco l’export italiano: 22,6 milioni di ettolitri contro 21,5.

Mettiamola così: il bicchiere è più mezzo pieno che mezzo vuoto ma la storia di altri settori insegna che questo è la barriera tecnico-filosofico. Gli addetti ai lavori, sempre a caccia di nuove idee – vedi lo sviluppo non sempre logico dei vini “naturali” a cui è dedicata una rassegna apposita in Vinitaly – hanno letto con sano terrore i risultati della ricerca Symphony che segna un calo del 3,6% delle vendite nella GDO (supermercati e similari).

Mai successo nell’ultimo decennio dove almeno questo canale teneva botta a fronte del crollo scontato nella ristorazione e nei negozi specializzati. Guarda caso, nella GDO le uniche etichette che funzionano solo quelle sopra i 6 euro di prezzo: la fascia medio-alta inaccessibile a cena viene acquistata al supermercato e consumata a casa.

È la crisi bellezza. Ma non solo. Aggiungiamo due fattori sicuramente positivi dal punto di vista sociale ma dannosi per il consumo: il messaggio di bere meno alcol perché nuoce alla salute e l’obbligo di non superare un certo limite alla guida della vettura. Ma ragionando, basta bere meno (o far guidare un astemio) e soprattutto di qualità. La discriminante vera è il prezzo.

Fa nostalgia ricordare che il guru dei guru Luisin Veronelli già negli anni ’80 proponeva che nella ricevuta di un ristorante venissero evidenziate in modo chiarissimo le spese per cibo e vino, in modo che il consumatore imparasse. Oggi si beve al “bicchiere” (e anche qui, attenzione ai neofiti: a volte vi renderete conto che spendevate meno ordinando una bottiglia) e si cerca il “terroir” anche dove non esiste. E resta il grande mistero di una filiera carissima: il produttore sostiene di non guadagnare perché vende a pochi euro, il distributore-grossista-intermediario discetta di insostenibili spese per piazzare vino con margini risicati, il ristoratore si scusa delle bottiglie a 30-40 euro perché “già a me costa un casino” e sulla cantina ha investito un patrimonio.

E non parliamo “di quanto pretendono i sommelier che però ci vogliono”. Poi, se sono amici, ti spiegano che finiscono con il confondere la gente e propongono abbinamenti per il risotto che neppure da Ferran Adrià osavano tanto. Insomma, a noi – devoti del vino – pare che se il circuito vizioso non si dà una calmata, ancora più gente cenerà con un bicchiere (uno solo) di “quello buono” della casa e acqua microfiltrata. Perché anche sul prezzo delle acque minerali, magari illustrate in un’apposita carta… 

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