Eletta Bianca Scheda, l’Italia ha un nuovo presidente

Lo stallo del Quirinale

Eletta al Quirinale dai mille di Montecitorio la nuova Presidente della Repubblica, la prima nella storia dell’”altra metà del cielo”: si tratta di una nobile rappresentante della società civile e pure dell’alta politica. Il suo nome, per chi non la conoscesse, è Bianca Scheda e ha un superbo curriculum nella lunga vicenda del nostro Paese.

Fuor di metafora, il risultato della seconda votazione (e la terza seguirà lo stesso frusto copione) trasmette comunque il senso di inadeguatezza complessiva della politica e la mediocrità sostanziale dei gruppi dirigenti dei partiti, incapaci non solo di individuare una forte figura condivisa, ma altresì privi dell’autorevolezza necessaria per guidare il processo di formazione che porti alla rapida elezione del nuovo Capo dello Stato.

Nel marasma che accompagna l’intera vicenda, partita con il piede sbagliato e apertasi con l’infelice e imbarazzante impallinatura di Franco Marini, si nota una collettiva caduta di stile e un agitarsi scomposto di tante diverse tribù tese a difendere le proprie nicchie di potere e del tutto impossibilitate a costruire una strada comune. Ai vecchi cronisti lo stallo in atto ricorda la mitica stagione della Democrazia Cristiana, quando sul voto per il Colle si scatenava nel segreto dell’urna la guerra feroce tra correnti e interessi contrapposti e insieme un lungo rosario di agguati, imboscate, vendette, pugnalate alla schiena, in un clima di raggelante ipocrisia. Era la principale occasione nella quale la Balena Bianca dava il peggio di sé: salvo poi sapersi ricompattare (pur dopo molte vittime sulla via per il Quirinale) nella sua natura di partito di perenne maggioranza relativa.

Con un di più di psicodramma e un angosciato interrogativo sulla futura sopravvivenza del partito, il tormento e le convulsioni si trasferiscono adesso al Partito Democratico, forse complicato da un paradossale ulteriore disagio. Quello cioè di trovarsi con la massa del 54% dei deputati, dopo aver ottenuto il 29% dei voti popolari. Colpe del “Porcellum”, certo: ma le spinte divergenti e le fortissime polemiche interne trasmettono all’esterno l’immagine di una lacerazione profonda e diffusa che mette in forse l’anima della principale forza di centrosinistra.

E il tiro alla fune tra i sostenitori delle “larghe intese” e la consistente fetta dei succubi del “grillismo” (e la candidatura Rodotà è proprio una “trappola perfetta”) lascia aperte le inquietanti domande sull’identità reale del partito, sulla sua capacità di “visione” nella crisi drammatica del Paese, sul tragitto politico del prossimo futuro. Tanto da far ricordare a più d’uno la cupa profezia con cui quel galantuomo di Mino Martinazzoli si rifiutò di entrare nel neonato Pd: «Hanno buttato via il bambino, per tenersi l’acqua sporca…».

Lo spettacolo in recita a Montecitorio segnala l’impotenza complessiva della politica e trasferisce l’immagine di una divaricazione sempre più forte tra la Casta dei privilegiati, paralizzati dal loro stesso piccolo potere, e il Paese produttivo che vive una tragica crisi di impoverimento e aspetta dal giorno del voto risposte concrete ed efficaci per riavviare la possibilità di ripresa. 

In fondo tutto questo avviene a pochi giorni da un’altra elezione. E anche il più miscredente dei mangiapreti non può non notare come la Chiesa cattolica, pur deturpata da peccati e scandali, abbia saputo, di fronte all’assoluta novità della rinuncia di un Papa e dell’elezione del successore, trovare una dignitosa e rapida via d’uscita, affidandosi senza incertezze all’uomo migliore. Il paragone così recente è ancora più desolante per le istituzioni laiche e repubblicane. E, purtroppo, per i mille elettori non c’è posto nella Cappella Sistina…
 

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