“Governare dopo una Thatcher”, il sogno della sinistra

L'inconfessabile scorciatoia di arrivare quando il "lavoro sporco" è già stato fatto

Persino in morte la rocciosa “Iron Lady” non manca di suscitare rimpianti e ostilità, tutt’ora vibranti di passione. Segno comunque che Margaret Thatcher, la sua avventura di governo e la sua controversa vicenda politica hanno inciso davvero profondamente non solo nel Regno Unito ma nell’intero pianeta. È il destino dei grandi della Storia, quello cioè di venire ricordati per avere in qualche misura “cambiato il mondo”.

E anche i suoi più feroci oppositori di allora e di oggi non possono negare alla “lady di ferro” una piena integrità morale e un coraggio carico di determinazione che la portò a non arrendersi mai di fronte alle difficoltà più aspre e alla sfida delle riforme più impopolari. Strano caso il suo: prima donna (e unica finora) giunta alla guida della Gran Bretagna (con tanti saluti al femminismo radical-chic che vede solo a sinistra la possibilità di emergere e di affermarsi per “l’altra metà del cielo”) e insieme figlia di un droghiere, di quella classe popolare cioè da sempre subalterna all’establishment tradizionale e certamente in quel Paese stabilmente “bipartisan”.

Il giudizio più misurato lo darà ancora più avanti la Storia. Eppure resta il fascino ambivalente di una “conservatrice rivoluzionaria” che ha modificato dal numero 10 di Downing Street non solo la cronaca politica britannica, ma la complessiva “arte di governo”. Gli undici ininterrotti anni di leadership (1979-1990), le tre elezioni consecutive stravinte con un forte seguito popolare tra i ceti medio-bassi danno il senso di una figura incisiva completamente fuori dagli schemi. Fu sconfitta solo da una congiura interna al suo partito conservatore, ma nella sua lunga stagione seppe miscelare (e convincere il suo popolo) gli studi di chimica con il pragmatismo della casalinga, affermando con grazia ferrigna la diversità del punto di vista femminile nel prendere i problemi di petto e di risolverli con tenacia e straordinaria determinazione.

E quando, dopo ben 18 anni di purgatorio all’opposizione, i laburisti inglesi riassunsero il potere si trovarono essi stessi profondamente modificati (quasi in forma genetica) dall’impatto subito con la Thatcher e il suo modo non scontato di governare.

Fu la stagione della “Terza Via” di Clinton e di Blair: e anche la sinistra italiana intellettuale e politica coltivò a lungo la velleità di riformarsi dalle radici e di prepararsi a un ruolo autonomo di guida del Paese, accettando criticamente la modernità e le sue durezze senza respingerla come farina del diavolo capitalista.

E il sogno idealizzato e accarezzato per anni (e non è detto che sia proprio tramontato) fu quello anche in Italia (come negli Usa del dopo-Reagan o la Gran Bretagna dopo la “Iron Lady”) di “venire dopo una Thatcher” che avesse fatto il “lavoro sporco” e cioè l’abbattimento delle vecchie e costose impalcature dello Stato, peraltro uno Stato annegato nei giuridicismi da Azzeccagarbugli e nel moloch della burocrazia e quindi molto meno efficiente e molto più sprecone del sistema britannico.

La “Thatcher in salsa italiana” non comparve mai all’orizzonte: e toccò al governo Prodi avviare i primi passi di riforma (da quelle di Bassanini, di Treu, fino alle “lenzuolate” di un Pierluigi Bersani ben differente dall’attuale), passi poi bruscamente interrotti. E in fondo il vero astio, quasi antropologico, contro Berlusconi sta anche nel suo aver tradito quella “rivoluzione liberale” che aveva solo annunciato, di non esser stato davvero la nostra Thatcher, quella che in un decennio aveva abbassato di dieci punti percentuali la pressione fiscale e dimezzato il debito pubblico del Regno Unito.

Quando è arrivato in circostanze eccezionali alla guida del Paese il professor Mario Monti, si è sperato segretamente che fosse lui la Thatcher italiana tanto attesa, anche perché all’inizio aveva un consenso e un potere di proporzioni straordinarie. E invece, anziché affondare la scure nella spesa pubblica, nella giungla normativa, nel marasma della Pubblica Amministrazione, ha lisciato il pelo allo Stato e alle sue ingorde alte burocrazie e corporazioni, condannandosi al fallimento politico attraverso il massacro dei ceti produttivi, delle imprese e delle famiglie, torchiate al di là del sostenibile; avviando così l’intero Paese a una spaventosa recessione e alla perdita del lavoro.

Anche se con trent’anni di ritardo, qualcuno deve mettere le mani nel groviglio dello Stato, dimezzandone le spese, se non si vuol finire peggio della Grecia. E forse diventa drammaticamente attuale la cinica e aristocratica profezia di Gianni Agnelli, secondo il quale «in Italia una politica di destra come ha fatto la Thatcher la può fare soltanto un governo di sinistra».

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