Il boomerang del cesarismo contro un Pd mai riformista

L'analisi di Polito sul Corriere della Sera

La scelta obbligata del Pd di puntare le ultime cartucce su Romano Prodi al Colle è la scelta dell’impotenza. La necessità di tornare al mito originario dell’Ulivo, 17 anni dopo, per salvare quel che resta della «ditta» bersaniana. Una ditta anarchica, senza più bussola come ha testimoniato il voto di ieri. Nemmeno Alessandra Moretti, portavoce di Bersani, ha sostenuto la candidatura Marini: «come se Paolo Bonaiuti prendesse le distanze da Silvio Berlusconi», scrive sul Corriere della Sera Antonio Polito, un osservatore che la sinistra la conosce bene.

Di chi è la colpa di questo disastro, che si riverbera anche sulle istituzioni? Per Polito «è del leader e del suo gruppo dirigente. In pochi mesi è stato dilapidato un capitale politico immenso, ed è stata bruciata l’unica alternativa di governo che l’Italia aveva dopo il fallimento del centrodestra di Berlusconi, travolto dalla crisi finanziaria del 2011», scrive sempre l’editorialista. «Prima in campagna elettorale si è investito quel capitale nella ridotta di una sinistra storicamente minoritaria, con l’arroganza di chi mostra di non aver più bisogno di nessuno. E dopo il voto si è tentato di fare, nel giro di un mese, prima un governo con Grillo e poi un Presidente della Repubblica con Berlusconi, come se le due cose fossero compatibili, come se si potesse nutrire la base di carne di giaguaro e poi chiederle di farsi vegetariana». 

Tuttavia per l’ex direttore del Riformista le cause del disastro Pd sono molto più profonde e precedono la gestione Bersani. «Il fatto è che un terremoto politico sta squassando l’Italia, e il Pd ha costruito la sua casa e il suo insediamento elettorale proprio sulla faglia dove si scontrano la placca della conservazione e quella dell’innovazione, la democrazia parlamentare e quella plebiscitaria del web, lo Stato e il mercato. Come si può pensare di scegliere il Capo dello Stato riunendosi in tre o quattro persone in località segrete, scambiandosi rose di nomi come fossero figurine Panini, mentre là fuori impazzano sondaggi, test, interviste per strada, lobby organizzate, autocandidature, concorsi di bellezza, sfilate di star, editoriali di giornali?».

Già, come si fa? Come si fa a non aver previsto questo impazzimento e non avergli messo un argine? «Ieri l’aula di Montecitorio ha dato 240 voti a un candidato arrivato terzo in un sondaggio tra frequentatori di un sito web, dei quali non sappiamo niente, nemmeno quanti sono e se sono veri: Stefano Rodotà è in politica dal 1979, tredici anni prima di Marini, ma il bacio del web lo ha fatto nuovo».

Incongurenze che la sinistra non ha mai voluto sciogliere. Di più, conclude Polito nel suo editoriale. «La sinistra ha perso anni a difendere il sistema per mancanza di coraggio riformista, temendo che cambiarlo avrebbe portato il cesarismo, e ora è rimasta intrappolata sotto le sue macerie. Lì fuori c’è un tizio che le urla: arrendetevi, siete circondati. Metà delle sue truppe stanno già uscendo a mani alzate. Vedremo se l’altra metà obbedirà agli ordini ed eleggerà il Presidente che lui vuole…». 

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