La chiesa debole davanti al nuovo inquilino del Colle

La questione cattolica e l'ipotesi Marini

C’è forse già l’accordo sul nome di Franco Marini per la presidenza della Repubblica fra Pd, Pdl e Scelta Civica. Cattolico, sindacalista di lungo corso, dirigente del Partito democratico, Marini potrebbe alla fine essere la personalità che mette d’accordo un ampio arco di forze politiche, anche non tutte. Così pure questa volta sarebbe stata rispettata una certa alternanza fra cattolici e laici alla carica di Capo dello Stato che ha caratterizzato almeno in parte le elezioni presidenziali. E tuttavia se alla fine Marini sarà il successore di Giorgio Napolitano, il meccanismo stavolta sarebbe più di facciata che di sostanza. Guardando infatti lo scenario movimentato della corsa alla presidenza della Repubblica, si direbbe conclusa l’epoca della ‘questione cattolica’ almeno nella sua versione classica, cioè per come essa è stata concepita lungo i decenni del dopoguerra in generale nel secolo scorso.

Per la verità sono diversi i candidati in qualche modo definibili come ‘cattolici’ emersi in questi giorni: da Romano Prodi a Franco Marini appunto, fino all’outsider Sergio Mattarella. Ma il primo è stato a lungo osteggiato dai vertici della Chiesa italiana, il suo considerarsi ‘cattolico adulto’, cioè in grado di agire autonomamente rispetto alla gerarchia ecclesiastica, fu oggetto di una sorta di scomunica politica e culturale da parte della Cei guidata da Camillo Ruini. Per il secondo le cose sono diverse, eppure neanche Marini è stato mai digerito fino in fondo da una Chiesa che, negli ultimi decenni, aveva assunto posizioni fortemente moderate e vicine al centrodestra. Marini più di una volta aveva preso le distanze da certe intransigenze ecclesiali anche in campo bioetico. C’è poi Sergio Mattarella, forse quello di più classica scuola democristiana, nella sua lunga carriera ha conosciuto anche i governi Andreotti, ma è un costituzionalista severo. In questo senso va ricordato che a dare maggiore filo da torcere a Berlusconi fra gli ultimi presidenti, fu proprio un cattolico tutto d’un pezzo, difensore estremo della Costituzione, come Oscar Luigi Scalfaro. Ma soprattutto dà da pensare che Marini – sul nome del quale però a questo punto sembra sia stato raggiunto un accordo di massima – e Mattarella vengano affiancati in una fantomatica rosa di nomi del Pd a quelli di Giuliano Amato e Massimo D’Alema. E per paradosso, proprio questi ultimi, provenienti da culture politiche e percorsi personali assai distanti da quelli cattolici, appaiono nomi non sgraditi Oltretevere, sono cioè quanto meno sullo stesso piano dei candidati cattolici.

Il perché è semplice. Non esiste più una rappresentanza politica unitaria dei cattolici, il voto dei credenti si è frammentato, gli stessi valori di riferimento richiamati dalla Chiesa sono oggetto di diverse interpretazioni. Tramontato l’asse della Chiesa con il centrodestra, il Paese si è risvegliato più laico da una parte – quello pubblico e istituzionale – ma ancora cattolico sotto altri aspetti legati al modo d’essere e ai rapporti sociali. Politicamente, però, quella cultura sembra incidere meno del passato. E così il Vaticano ha compiuto una ritirata strategica che fino ad ora è stata notata poco: la linea di resistenza si è attestata intorno al Concordato del 1984. L’importante, insomma, nell’ottica della Curia romana, è che il prossimo Capo dello Stato non intenda mettere in discussione le prerogative della Chiesa in Italia. Si tenga presente, per esempio, che anche il meccanismo di ripartizione dell’otto per mille potrebbe essere rivisto senza toccare gli accordi Italia-Santa Sede, anzi dandogli piena attuazione. E in effetti fra le tante preoccupazione vaticane, c’è anche quella di possibili riduzioni dei benefici fiscali ed economici di cui gode la Chiesa. Da tempo, inoltre, diverse nuove confessioni che si sono affacciate in Italia nell’ultimo quarto di secolo chiedono, insieme ai culti di più antica tradizione, una nuova legge sulla libertà religiosa che tenga conto del pluralismo religioso del Paese. Un provvedimento che la Cei non ha visto di buon occhio temendo, anche in questo caso, di perdere terreno e ruolo.

Ci sono poi naturalmente i temi bioetici, le questioni legate ai nuovi diritti a far tremare la Santa Sede. Per questo il problema di un presidente di garanzia cattolico meno che sia, è ora molto sentito dalla Chiesa, tanto più che l’attuale Parlamento non sembra più costituire un argine in grado di fermare cambiamenti sostanziali anche su questo fronte. Da parte di diversi leader storici della sinistra c’è, sotto questo profilo, una sorta di ipersensibilità verso le esigenze che arrivano dai sacri palazzi; un po’ per l’antico riflesso condizionato di dover dimostrare la propria distanza dal partito degli anticlericali; sotto un altro profilo c’è invece una certa automatica adesione a una visione dei rapporti politici, istituzionali e culturali con la Chiesa e i cattolici, un po’ da ‘compromesso storico’, cioè costruita nei decenni del dopoguerra e comunque radicata nel secolo scorso. Un’altra valutazione viene invece compiuta su un dato di fatto storico indubitabile, e cioè la presenza della Santa Sede nel territorio italiano: un fatto che non può non avere anche conseguenze di natura istituzionale e politica.

E tuttavia la Chiesa – forse prima ancora che i cattolici – arriva a questa elezione del Presidente della Repubblica, particolarmente indebolita. I fattori di questa fragilità sono almeno due. In primo luogo la profonda crisi del sistema di potere curiale ha portato come reazione l’elezione di un Papa extraeuropeo oltre che non italiano; un fatto le cui conseguenze interne alla vita ecclesiale del nostro Paese non sono state ancora valutate fino in fondo. In secondo luogo va considerato che l’ultimo grande investimento politico della Santa Sede, e personalmente di Papa Ratzinger e del suo Segretario di Stato Tarcisio Bertone, è stato compiuto in favore della figura di Mario Monti. Quest’ultimo, cattolico in realtà adulto, ma attento a stabilire uno strettissimo rapporto con il Pontefice, era considerato il garante ideale dei rapporti Stato-Chiesa, all’interno comunque di alcune novità a partire da una parziale messa in discussione di certe compiacenze fiscali o giudiziarie del passato. L’endorsement in favore di Monti dei sacri palazzi è stato seguito da quello della Cei guidata da Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova. Il sostanziale buco nell’acqua di ‘Scelta Civica’ che puntava a diventare decisiva per formare un governo con il Pd e si ritrova ai margini del dibattito di questi giorni, è però un fatto che segna un po’ la fine di un certo modo di concepire la vita politica italiana come il cortile di casa da parte della gerarchia ecclesiastica.

Da ultimo è stato il Papa eletto poco più di un mese fa a dare qualche indicazione di metodo ai cattolici laici. Se infatti Benedetto XVI ha auspicato più volte nel corso del suo pontificato «la nascita di una nuova generazione di credenti impegnati», Francesco ha invitato i cattolici ad assumere su di sé la responsabilità del proprio essere cristiani senza aspettare l’indicazione del vescovo o del prete. E’ la strada di un procedere insieme ma in autonomia, fra il cristiano impegnato e i vescovi. Un messaggio destinato a toccare anche le corde sensibili della politica italiana e forse anche il modo d’agire del prossimo presidente.

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