La Nord Corea è un pericolo reale e la Cina si spacca

Da Pechino arrivano appelli alla calma ma ci sono divisioni su Pyongyang

Forse, come sottolineato lunedì dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, la guerra di dichiarazioni e provocazioni scatenata dalla Corea del Nord con il test nucleare di febbraio è andata troppo oltre. Tanto più che oltre le parole iniziano a esserci anche fatti.

L’agenzia sudcoreana Yonhap riferisce di movimenti di missili a medio raggio verso la costa orientale. Si tratta di missili Musudan con una gittata di 3-4mila chilometri, ancora mai testati, ma teoricamente in grado di raggiungere Guam diventata negli ultimi tempi bersaglio delle sparate, benché ancora retoriche, del regime.

La risposta statunitense è stato l’annuncio del dispiegamento del sistema di difesa Thaad (Terminal High Altitude Area Defense System) sull’isola entro le prossime settimane. In anticipo sui tempi che avrebbero visto il sistema schierato a difesa delle basi Usa entro il 2015. La mossa fa il paio con il rafforzamento dei sistemi anti-missile in Alaska. Lo Stato è uno dei territori continentali che in teoria potrebbero essere colpiti dai missili nordcoreani contro cui gli intercettatori sono stati portati da 30 a 44. Senza contare l’invio al largo della penisola coreana del cacciatorpediniere Uss McCain.

Come spiegato ieri dal segretario alla Difesa statunitense, Chuck Hagel, le provocazioni nordcoreane devono essere considerate un pericolo reale e una minaccia agli interessi statunitensi. Se non lo sembrano sul serio quelle che danno Pyongyang pronta a sferrare un attacco nucleare contro gli Stati Uniti come annunciato ieri dall’agenzia di Stato Knca, lo sono quelle riguardo un attacco convenzionale. Il rischio del ripetersi di un bombardamento come quello sull’isola di Yeongpyong a novembre del 2010 c’è. Come c’è il rischio di nuovi test missilistici. Per quanto si sa il Nord ha dichiarato una zona di interdizione al volo e alla navigazione in un’ampia porzione di mare e cielo in vigore fino alla fine di aprile.

L’arco temporale corrisponde a quello delle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud. Per l’occasione gli Usa hanno schierato il meglio dei propri armamenti compresi gli F-22, caccia invisibili ai radar e mai usati finora in combattimento, e i bombardieri B-2, dotati di tecnologia Stealth per non essere intercettati. Sui cieli coreani hanno inoltre fatto ritorno i B-52, vecchia conoscenza della guerra degli anni Cinquanta del secolo scorso di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dalla firma dell’armistizio. Lo stesso che con gesto unilaterale Pyongyang ha deciso di disconoscere.

A metà mese, esattamente il 15, cade inoltre l’anniversario della nascita di Kim Il-sung, fondatore della patria e nonno del giovane dittatore Kim Jong-un deciso a ricalcare l’immagine dell’eterno presidente. A destare preoccupazione si aggiungono le minacce nordcoreane di ritirare i propri lavoratori dal complesso industriale congiunto di Kaesong. L’area in cui 123 società sudcoreane danno impiego da 50mila nordcoreani è considerata la cartina di tornasole del rapporto tra Seul e Pyongyang. Ieri il governo nordcoreano ha deciso di sospendere l’arrivo di cittadini del sud nel complesso, una ripicca contro chi sostiene che il regime non toccherà mai la zona perché tra le poche fonti di valuta estera che si può permettere.

Come sottolineato da Evan Osnos sul New Yorker nel commentare le parole del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, se anche Mosca vede il rischio di una spirale guerrafondaia nell’area allora la situazione è preoccupante.

Appelli alla calma arrivano da Pechino. A lungo considerato il principale alleato della dinastia dei Kim, la Cina sembra aver iniziato a perdere la pazienza. La dirigenza cinese è tutt’altro che un monolite per quanto riguarda i rapporti con la Corea del Nord. Da una parte l’annuncio del riavvio del complesso nucleare di Yongbyon è uno schiaffo alle esortazioni di Pechino a sedersi a un tavolo per negoziare e a riaprire i colloqui a sei tra Coree, Cina Russia, Stati Uniti e Giappone, ormai in stallo. Dall’altra, le intemperanze nordcoreane, come sottolineato da Ian Bremmer dell’Eurasia Group, stanno rafforzando la strategia statunitense del fare dell’Asia uno dei perni della propria politica estera, con sfoggio di forza nell’area.

Nel mondo accademico e nei palazzi di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, c’è chi chiede di dare un taglio con i nordcoreani, i cui comportamenti rischiano di minare gli interessi della Repubblica popolare. Contrapposta è invece la posizione della vecchia guardia sia nell’esercito sia nel Partito, che continua a vedere la Corea del Nord come un cuscinetto contro la presenza statunitense in Giappone e a Sud del 38esimo parallelo. Anche per questo i movimenti di truppe cinesi al confine e le manovre navali dei giorni scorsi possono essere lette sia come un sostegno allo storico alleato sia come un modo di tutelarsi dall’eventuale collasso del regime. Posizioni differenti che appaiono anche dalla stampa. Troviamo quindi la sospensione di Deng Yuwen dall’incarico dagli incarichi in un importante think tank vicino al Partito per un articolo sul Financial Times in cui chiedeva di tagliare i ponti con Pyongyang. E c’è invece chi come Mei Xinyu sullo Huaqiu Shibao vede il rafforzamento nucleare nordcoreano come un mezzo per cementare il regime che così potrà dedicarsi allo sviluppo economico interno. D’altronde va ricordato, a capo del governo a Pyongyang c’è stato il ritorno di quel Pak Pong-ju fautore del modello cinese.
 

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