La zattera Napolitano e l’egemonia perduta del Pd

Il fallimento del Partito democratico dietro il ricorso al bis presidenziale

È quasi imbarazzante tentare di riflettere sulla crisi politica del Partito Democratico, dopo le prove disastrose esibite nei primi scrutini sull’elezione del nuovo Capo dello Stato. Si è assistito con generale incredulità all’emergere di una guerra tribale di tutti contro tutti e nella grandinata di franchi tiratori di proporzioni davvero sorprendenti. L’immagine offerta ai cittadini è quella, desolante, di una “armata Brancaleone”: c’è da interrogarsi seriamente su quale affidabilità possa fornire il Pd alle altre forze politiche nelle trattative sul futuro e soprattutto con che coraggio possano ancora chiedere alle prossime elezioni (magari più vicine che mai) il consenso popolare. Finora acquista un valore simbolico la foto della portavoce del segretario, Alessandra Moretti, che al primo scrutinio non solo vota in difformità delle indicazioni del partito ma addirittura lo esibisce tutta giuliva.

Se invece di essere presa a calci nel culo, può tranquillamente mantenere il suo ruolo, allora è evidente che vige l’anarchia più totale (con una insistita voluttà autodistruttiva) a farla da padrone nel partito che porta su di sé il massimo di responsabilità nel percorrere una fase politica particolarmente delicata di fronte ad un Paese oppresso da una pesantissima crisi economica e in ansiosa attesa di una credibile e salda guida istituzionale.

Il fallimento del Pd e della sua linea politica (o meglio delle sue diverse linee contrapposte e confuse) richiede una riflessione critica che non può venire tappata dal soccorso in extremis di papà Napolitano, che piuttosto si conferma nei fatti unico vero capo della sinistra politica. Semmai la crisi è stata aggravata da quella spocchia e dal “complesso di superiorità” derivante dall’ubriacatura nel gruppo dirigente e dal poter affrontare il passaggio del voto sul Quirinale con il 49 % dei Grandi Elettori avendo ottenuto soltanto il 29 % dei voti popolari. La perdita del senso di realtà, di quella logica degli equilibri e dei compromessi connaturata alla sostanza della politica democratica, ha scatenato una guerra per bande in un partito che sentiva ormai in tasca un potere ben superiore alla sua reale rappresentanza e ha così trasformato in un privato Congresso interno il momento più alto della dialettica parlamentare.

Ma perché questa involuzione talmente profonda da lasciare allibiti tutti gli osservatori non prevenuti? Al di là degli strascichi emotivi che lasceranno comunque ferite non rimarginabili, non è inutile interrogarsi sulle cause più radicali di un fallimento politico che ha pochi alibi e quasi nessuna giustificazione. E sembra di poter trovare una prima spiegazione nella crisi di identità del Pd, una identità così debole da esporlo, se non sottometterlo, alle scorrerie di altre e spesso effimere spinte ideologiche e culturali.

E’ la questione decisiva della “egemonia culturale” che la sinistra sente sì come proprio esclusivo monopolio soprattutto nel circuito mediatico-intellettuale, nelle Università e nei vertici della Pubblica amministrazione, ma che non si traduce in una cultura di governo, in uno strumento politico efficace, in una visione realistica di programma riformatore. Piuttosto proprio il Pd è finito completamente subalterno ad “egemonie culturali” sovrapposte da fuori all’anima del partito.

Da lungo (forse troppo lungo tempo) infatti il Pd è succube di una “egemonia culturale” del giustizialismo manettaro, della sottomissione della politica e del suo primato al culto della legalità e al potere irresponsabile dei magistrati, nella speranza inconfessata che fossero i procuratori a togliere di mezzo il concorrente politico che non si riusciva a battere nelle urne democratiche. Non solo: ha indotto a “criminalizzare” all’interno anche quegli esponenti che ragionavano sull’equilibrio dei poteri e affermavano la naturale necessità in democrazia del compromesso politico, un compromesso alto e nobile (se non “storico” sulla scia di Berlinguer). E’ accaduto per Violante, è ormai paradigmatico per D’Alema, sta capitando adesso per l’alieno Renzi, accusato come gli altri di “criptoberlusconismo”, per il semplice desiderio di volere “Berlusconi non in galera, ma in pensione”.

Così pure, di recente, si è dimostrato nel dipanarsi tumultuoso degli ultimi mesi una sostanziale subalternità all’”egemonia culturale” di Grillo e dei 5 Stelle, che ha sottratto al Pd una consistente quota di elettori. In una riuscita miscela tra estremo giustizialismo populista e rivolta anti-casta, Grillo si è dimostrato nella gestione comunicativa e nella tattica quotidiana un politico ben più sperimentato e ben più abile dell’intero gruppo dirigente del PD, sedotto e trascinato a un “corteggiamento” talvolta umiliante. Con in più la diabolica capacità di spaccare nel profondo la compattezza del partito, con l’invenzione del riciclaggio di Rodotà, un arzillo giurista ottantenne, incistato da sempre nella Casta politico-intellettuale, e genialmente ripitturato come il volto del “nuovo” e della società civile. Non è un caso che raccolga le simpatie di quell’area più marcatamente a sinistra che sta trovando nel ministro Barca un possibile capo corrente.

C’è poi, più complessa ma anche più inedita, la possibile “egemonia culturale” portata nel ciclone delle primarie dall’avventura di Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze, sempre contrastato dall’apparato “pesante” del partito e dei tanti mondi collaterali e strutturati, è l’antesignano di una cultura moderna ben diversa dalla tradizione di origine marxista. Certo adesso e più che acciaccato dal naufragio di Prodi (di cui è parso il possibile “braccio armato” di una antica vendetta) eppure ben in campo a rappresentare non solo l’ispirazione cattolica quanto lo sforzo coraggioso di un progetto compiutamente riformatore, capace di superare per sempre le fruste liturgie di una invecchiata sinistra.

Nel concorso esplosivo di così diverse “egemonie culturali” l’equivoco non poteva reggere alle prove difficili della “non vittoria” elettorale, del governo impossibile, del rifiuto fino a tardive e abborracciate conversioni alle vie del compromesso. E il Partito Democratico è scoppiato in mille pezzi, con i nodi (e gli odii) antichi e nuovi venuti tutti insieme al pettine. Al di là delle qualità non brillantissime dei dirigenti di primo piano (Bersani in primis) questa vicenda segna dolorosamente il fallimento e la inadeguatezza di un’intera generazione politica, costretta al ricorso drammatico ai “grandi vecchi” per non restare invischiati (e con loro l’intero Paese) nel pantano dell’impotenza…
 

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