Le riforme economiche dietro l’escalation di Pyongyang?

Corea del Nord e la minaccia atomica

Due analisi diverse, una conclusione simile. Le recenti tensioni nella penisola coreana, compresa la corsa al nucleare, sarebbero funzionali alla stabilizzazione interna ed esterna del regime nordcoreano. In questo modo Pyongyang potrà poi concentrarsi sull’economia. Il primo a lanciare queste suggestione è stato lo studioso Mei Xinyu, ricercatore all’Institute of International Trade and Economic Cooperation del ministero del Commercio di Pechino, dalle colonne del cinese Huanqiu Shibao. «Il fine ultimo di possedere equipaggiamenti nucleari non è per la Corea del Nord avere armi atomiche di per sé. Non si tratta neppure di un tentativo di conquista del mondo, ma un tentativo di stabilizzare un ambiente esterno ostile così da poter sviluppare la propria economia», scrive Mei.

È la tesi dell’accerchiamento. Se il Paese e il Partito sono minacciati da forze esterne, ne risente la capacità di mantenere la stabilità interna. Intervistato dall’agenzia sudcoreana Yonhap è invece il politologo ed esule An Chan-il a considerare le minacce e gli atteggiamenti bellicosi di Pyongyang un passo intermedio verso quella che chiama la politica delle porta aperta in campo economico. Soldato in Corea del Nord prima di disertare e fuggire al Sud, An prevede che il regime abbandonerà presto la retorica per aprire relazioni con il mondo esterno. L’atteggiamento guerriero, ha spiegato, è un passo vitale per il nuovo leader Kim Jong-un per rafforzare il controllo sul Paese e trattare faccia a faccia con la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye, insediatasi poco più di un mese fa alla Casa Blu. «Il Nord vuole riprendere la collaborazione con i sudcoreani nel complesso turistico sul monte Kumgang», spiega An che si spinge in previsioni sulla ripresa da maggio delle visite, interrotte per l’uccisione di una turista sudcoreana nel 2008.

D’altra parte, lo scorso 20 marzo, quando le tensioni nella penisola coreana erano già a un livello di guardia, l’agenzia Reuters batteva la notizia dell’apertura di Seul alla ripresa dei tour sulla montagna a patto che fosse garantita la sicurezza dei viaggiatori. Il complesso turistico inter-coreano di Kumgang è considerato uno dei simboli della cooperazione tra Seul e Pyongyang, un po’ come l’area industriale congiunta di Kaesong, dove 123 società del Sud danno lavoro a 50mila nordcoreani, che in questi giorni di tensione continua le attività, sebbene il divieto d’accesso per merci e lavoratori dal Sud stia mettendo a rischio la produzione che, si inizia a temere, potrebbe essere dimezzata dalla prossima settimana.

Tra i segnali della direzione che potrebbe prendere il crescendo delle provocazioni nella penisola c’è chi guarda invece alla stampa nordcoreana. Venerdì, notavano alcuni osservatori, quattro su cinque articoli nella prima pagina dello Rodong Sinmun, il quotidiano di Partito, parlavano di economia. Come ha spiegato Brian Myers, esperto di propaganda nordcoreana, al blog Korea Real Times del Wall Street Journal, «Il giornale di partito si è concentrato come al solito sulla crescita economica. In televisione, industrie e campagne precedono la retorica missilistica anti-statunitense e anti sudcoreana». Secondo Myers nelle scorse settimane c’è stato il rischio che i messaggi diffusi dall’agenzia di Stato Knca dessero l’impressione di un regime concentrato esclusivamente su questioni di guerra. La promessa ai nordcoreani di non dover più stringere la cinghia è uno dei punti centrali nei discorsi di Kim Jong-un e nella creazione dell’immagine di un leader vicino al suo popolo. Impegno che rischia di essere messo in secondo piano dallo sforzo militare, oltre che dalle sanzioni, perciò la necessità di rimarcarlo.

Da questo punto di vista si cercano di analizzare anche le decisioni del plenum del comitato centrale del Partito e dell’Assemblea suprema del popolo, sorta di parlamento versione juche, prese lunedì scorso. In cima alla lista c’è il rafforzamento nucleare e lo sviluppo economico. Come scrivono Stephan Haggard e Luke Herman sul blog Witness to Transformation, interpretare le decisioni dei conclavi nordocoreani è come leggere le foglie di tè. Interpretare quelle economiche è ancora più difficile rispetto a quelle militari. Un tratto distintivo è la priorità data a tutto dalla difesa all’industria pesante, dal settore aerospaziale al carbone. Dagli ultimi resoconti sembrerebbe che maggiore attenzione sarà data all’industria leggera e all’agricoltura, con il condizionale d’obbligo considerata l’opacità del regime.

Già lo scorso anno si diffuse la notizia di riforme in questo senso, soprattutto sulla parte del raccolto che i contadini possono tenere per sé e mettere sul mercato, ma all’atto pratico non si segnalano grossi cambiamenti. I due ricercatori osservano tuttavia due piccoli segnali incoraggianti. Il primo è l’impegno a migliorare la competitività nell’export, il secondo riguarda le frasi sull’importanza di attrarre investimenti stranieri e dare vita a joint-venture nelle zone economiche speciali (in maggioranza legate alla Cina). Come conciliare questi obiettivi con le provocazioni e le minacce, comprese quelle contro il complesso di Kaesong, è però tutto da vedere. Si guarda perciò al ritorno sulla poltrona di premier di Pak Pong-ju, che guidò l’esecutivo tra il 2002 e il 2007, per essere infine epurato. Pak è considerato un fautore di riforme sul modello cinese e durante gli anni al governo tentò qualche apertura in particolare sui prezzi e sui liberi mercati. La sua figura viene considerata alla stregua di dire: nonostante le tensioni non abbandoniamo l’obiettivo dello sviluppo. Se andrà male già una volta il premier è passato per le purghe di regime.

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