Nel Pd comanda chi tradisce, chi viene tradito se ne va

Dal Pci al triplice tradimento a Prodi

In questi giorni il Pd ha perso l’anima; è singolare che sia l’unico partito a star implodendo sotto la pressione degli eventi. Il Pd è il solo ad essere, quando più e quando meno, retto da quel “metodo democratico” imposto dalla Costituzione (art. 49) a tutti. Questo del metodo democratico è tema assai più gravido di conseguenze di quello, ben altrimenti agitato, del finanziamento dei partiti. Intanto il Pdl sta accucciato al guinzaglio del suo padrone assoluto, mentre in casa 5 Stelle le idee sul metodo democratico devono ancora, diciamo così, essere affinate. Il Pd dunque implode, dopo una vittoria elettorale che non gli ha dato il governo, anche perché comunque molto inferiore a quanto si attendeva. I nodi irrisolti di una lunga storia vengono alfine al pettine, con le sue glorie e le sue miserie.

In politica, come in finanza, i tempi contano, eccome: per ben due volte non si è colto il momento storico per svolte storiche, anzi troppo tempo è stato lasciato passare, almeno 10 anni, rispetto al momento ideale, prima per il gran salto verso l’Occidente, poi per il lancio del Partito Democratico. Il tempo in cui il vecchio Pci doveva fare, anche formalmente, il balzo verso la democrazia occidentale fu a metà degli anni ’70, ai tempi della famosa “onda lunga”. Mancò allora il coraggio, come tanto spesso avviene in quell’Italia che, scrive Erri De Luca, ha la maledizione della pavidità travestita da prudenza: il coraggio di dire chiara la verità a tutti, agli intellettuali organici, ai lavoratori delle fabbriche che non ci sono più, ai disoccupati che oggi tracimano ben oltre i consueti confini del Mezzogiorno.

L’apparato obiettò allora che il gran corpo del partito non era pronto a sentirsi dire che era stata fatta una scelta di campo, il campo delle democrazie occidentali e dell’economia di mercato (nella sua versione social-democratica o social-liberale, fate voi). Ne sarebbe derivata, si disse allora a chi lo proponeva, la dissoluzione del partito: inutile far notare che l’immenso e crescente patrimonio di voti del Pci giaceva da decenni in un gigantesco frigorifero, dal quale non poteva uscire per essere speso sul mercato politico.

Così passarono 10-15 anni preziosi, l’onda lunga si ritrasse, ma solo il crollo del Muro di Berlino nell’89 fece saltare tutte le prudenze. La contemporanea implosione del Psi, sotto il peso delle ruberie dei suoi esponenti chiave, evitò poi al gran partito l’obbligo di fare i conti con la realtà. Il crollo del Muro, infatti, mostrava che politicamente aveva ragione, nell’annosa diatriba a sinistra, il Psi, condannato però sul piano storico per colpa di chi rubava a man salva occupando parassitariamente lo Stato.

Poi vennero Prodi e l’Ulivo, l’albero antesignano del Pd bruscamente segato da D’Alema in un’abbazia toscana, per far luogo ad un accordo con Cossiga e compagni; questo issava lo stesso D’Alema a quello scranno di presidente del Consiglio che, non potendo derivare dal voto popolare (l’elettorato non era pronto a tanto), solo da un tale accordo poteva nascere. Confuso sulla direzione da prendere perché l’irrompere della Storia aveva distrutto antiche certezze, il partito, anziché aggiustare il tiro rispetto all’opzione comunista, mantenendo però la spinta verso una società meno iniqua, scelse di accreditarsi presso l’establishment sventolando la propria innocuità. Di tale scelta è icastica rappresentazione il caffè preso da D’Alema con Cuccia a casa di Alfio Marchini nel ’99; in quell’occasione la vecchia volpe si mise in tasca il premier ex comunista, convincendolo ad avallare l’opposizione di Banca d’Italia alle Opa ostili sulle banche (Banca di Roma e Comit).

Il Pd, nato con dieci anni di ritardo per via dell’antico veto dalemiano, è figlio di questa storia. Fin dall’inizio pensò bene di dividersi fra ex, ex comunisti ed ex democristi, tutti con lo sguardo ben fisso nello specchietto retrovisore. Su questo si sono incistate le rivalità personali che hanno portato in rapida successione a far evaporare, con i diversi segretari, l’anima sua stessa. Giunti a tal punto, silurare Prodi (per ben tre volte, come S. Pietro in casa del Sommo Sacerdote) lascia al centro della tela il ragno, D’Alema, ma la mosca è il Pd. La scelta di quel 25% del Pd che lo ha bocciato è chiara e di portata storica; affonda non Prodi, ma il Pd. Fa impressione la determinazione con cui egli è stato bloccato immediatamente; il rischio era che il MoVimento decidesse di appoggiarlo, facendolo così passare di slancio. Si vede che il ragno dialoga meglio con il Caimano che con il cattolico adulto Prodi, la cui caduta i “moderati” festeggiarono in Senato nel 2008, affettando l’odiata Mortadella e bevendo champagne.

Il Parlamento è scattato in piedi ad applaudire Napolitano che lo bacchettava duramente, lamentandone le tante inerzie: sulla legge elettorale, sulle riforme istituzionali mancate, sui temi europei. Veniva in mente una vignetta del grande Altan nella quale il comandante tiene saldo il timone. Alle sue spalle, un marinaio guarda nel binocolo e avverte: «Comandante, la nave va dritta sugli scogli». E l’altro: «Io d’altronde lo dico da tempi non sospetti». Il Porcellum infatti fu voluto dal centrodestra, allora comprendente An e Udc, per menomare la prevista vittoria dell’Ulivo, impaniandolo in quella che Roberto D’Alimonte chiama la lotteria del Senato. Fu grave colpa di Ciampi, allora presidente della Repubblica, non avergli opposto i rilievi costituzionali, che oggi tutti citano ma non erano certo ignoti all’epoca. Chi fa la schedina il lunedì mattina vince sempre.

Avremo dunque quelle larghe intese che i nostri poteri deboli aspettavano da due mesi: non le avremmo avute con Prodi presidente, le avremo invece con Napolitano, che certo non voleva restare per il bis, ma che altrettanto certamente le voleva. Con lui, naturalmente, concorda D’Alema, cui non spiace il bis di Napolitano, anche perché è probabile che al massimo fra due anni si voti il suo successore. Peccato che un eventuale, probabile successo elettorale nelle prossime elezioni, probabilmente non lontane, rischi di spalancare invece all’immarcescibile Caimano le porte, per lui ambitissime, del Quirinale.

Intanto i problemi del Paese sono sempre lì, a partire da quel Mezzogiorno che potrebbe essere la nostra grande area di sviluppo e invece resta ancora preda delle proprie arretratezze: lasciato solo da un Nord che lo considera irrecuperabile, ma ne assimila facilmente i peggiori umori. Giustamente Napolitano, nel suo discorso alla Camera, ha invitato il Sud ad essere artefice dalla propria riscossa: ma nelle sue parole il rimpianto prevaleva sulla speranza.
 

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