Pietro Maso, il fallimento degli intellettuali

Esce dal carcere e Mondadori pubblica il suo libro “Il male ero io”

Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Rolex, amen. I dettagli con cui si raccontò la vicenda di Pietro Maso – da questa settimana libero dopo 22 anni di carcere – restituiscono la sensibilità con cui si interpretò all’epoca il suo omicidio: una società che idolatrava la ricchezza spingeva a commettere delitti senza provare rimorsi.

In Italia la riflessione sul Male è cambiata da allora a oggi lungo un percorso che passa per i precipizi di Cogne, Novi Ligure o Avetrana. Non si è mai smesso di insegnare a vedere il male ovunque, tranne che dentro se stessi.

L’anno in cui Pietro Maso, con tre amici, uccise i genitori è il 1991, lo stesso anno dell’uscita di American Psycho di Bret Easton Ellis. Il romanzo scandalo dello scrittore americano associava in un modo definitivo gli yuppies con la violenza. Mostrava il legame profondo tra la vita dorata e l’amoralità assoluta. Scolpiva un mondo esteticamente perfetto in cui eleganza e lusso convivevano con un’aggressività senza controllo. Per il protagonista di American Psycho non c’era differenza tra ordinare aragoste, ammirarsi allo specchio o sgozzare un barbone.

In quel clima – piena risacca degli anni Ottanta – per la narrazione del “caso Maso” si annotarono particolari come: «Piero Maso con un gran ciuffo alla Fonzie, la basetta corta, il profilo allungato da bracco, il vezzoso foulard a pois impeccabilmente agghindato sulla camicia rosetta, gli occhiali che spuntano dal taschino, l’orologio d’oro». Maso fu presentato come un gagà. Alla fine della sentenza, si fece caso al fatto che tamburellò «con le dita sul tavolo per poi sistemarsi con finta noncuranza il Rolex».

Per quel delitto si mobilitarono psicoterapeuti, avvocati, criminologi, oltre che giornalisti, intellettuali e l’intera opinione pubblica. Ma quali erano le categorie per interpretare la forza devastatrice che lo mosse? Elementi di psichiatria (una perizia sentenziò: «senso di onnipotenza di stampo delirante»), mischiati ad elementi di sociologia (si sottolineò che un suo complice «voleva comprarsi la Lancia Delta integrale»).

D’altronde, erano passati solo una quindicina d’anni dall’altra tragica, chiacchieratissima, strage italiana: il delitto del Circeo. Per quell’occasione, sul Corriere della Sera si contrapposero le interpretazioni di Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini. «I responsabili della carneficina del Circeo – scrisse Calvino – sono in molti e si comportano come se quello che hanno fatto fosse perfettamente naturale, come se avessero dietro di loro un ambiente e una mentalità che li comprende e li ammira». Pasolini rifiutò la chiave di lettura che metteva al centro lo stile di vita elitario di quei mostri borghesi, e gli rispose duramente: «Ho da ridire che tu crei dei capri espiatori, che sono: “parte della borghesia”, “Roma”, i “neofascisti”». Secondo Pasolini, non si deve fare distinzione tra borghesi e proletari quando si tratta di violenza. Sembra, a un certo punto, che Pasolini si avvicini ad una interpretazione antropologica del male, ma poi chiarisce la sua posizione: «Cosa dedurre da tutto questo? Che la “cancrena” non si diffonde da alcuni strati della borghesia (romana) (neofascista) contagiando il paese e quindi il popolo. Ma che c’è una fonte di corruzione ben più lontana e totale. Ed eccomi alla ripetizione della litania. È cambiato il “modo di produzione”». Ancora una lettura economica del male, quasi alla fine del Novecento.

L’ombra lunga di Pietro Maso, e la difficoltà ad interpretare il suo parricidio, si ritrova anni dopo nelle pagine della nuova narrativa italiana. È il 1996 quando Aldo Nove, come incipit di un racconto della raccolta Woobinda,scrive: «Ho ucciso i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal. Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti usino Vidal». Nacque una generazione di personaggi che non forniva grandi motivazioni agli atti di crudeltà. Erano esseri disegnati come puro istinto, prede di un furore assurdo e gratuito.

Il parricidio reale di Maso appare ormai fuori epoca. Lontanissimo, oggi che i padri (pochi) non si uccidono più neanche simbolicamente. Durante i venti anni che Maso ha trascorso in carcere la sua generazione non ha ricevuto come eredità neanche le categorie minime per far luce sul male che la accompagna. Al tempo del processo, si scrisse sulla carta stampata: gli esperti «hanno calcolato la loro intelligenza. Misurato la loro scatola cranica. Valutato eventuali squilibri ormonali». Si provava a fare i conti con il male ignorando tanto Moby Dick quanto Dostoevskij, tralasciando cioè il sacro, il mistero del peccato, e tutte le immersioni nell’abisso del cuore umano offerte dalla grande letteratura, utili come segnaletica per raggiungere il punto da cui soffia la voce che consiglia di scegliere il male. Una voce interna.

Colpisce che a distanza di anni sia lui stesso, ora, con un libro-confessione uscito il 16 aprile, ad annunciare nel titolo: Il male ero io (Mondadori, 192 pp., 17 €). E a scrivere un testo in cui parla di perdono, preghiera, pentimento.

Da uomo libero, che ha scontato la sua pena, troverà molte cose cambiate in Italia. Ma constaterà che un atteggiamento è rimasto uguale. L’incapacità degli intellettuali nel trovare la sorgente del male. Antonio Scurati, per esempio, su La Stampa del 16 aprile («Pietro Maso, il feroce viveur che spezzò il patto tra le generazioni»), commentando la scarcerazione di Maso, offre una versione aggiornata, delle colpe sociali che sarebbero culla di atti ignobili: «Nati, come lui, a cavallo tra ’60 e ’70, come lui avviatici all’età adulta negli anni ’80 delle tv simulacral-commerciali, abbiamo poi avuto un’economia che passava di bolla speculativa in bolla speculativa, un’educazione sentimentale basata sulla pornografia di massa, una politica ridotta a comunicazione pubblicitaria, una Nazione divaricata tra Paese reale e Paese mediatico». Sulla banalità del male si è scritto molto, sulla banalità delle sue interpretazioni non si è ancora detto abbastanza.

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