Quarant’anni dopo Speculum cosa resta del femminismo?

«Identità sessuali»

Luce Irigaray, da eretica freudiana, col suo primo libro, Speculum, del 1974 (che è stata la Bibbia del movimento femminista) è arrivata a prospettare la possibilità di una ‘Via dell’amore’, cioè di un mondo più felice, più giusto, partendo proprio dal riconoscimento delle differenze, – innanzi tutto tra uomo e donna – e negli ultimi anni ha proposto «un ponte tra Oriente e Occidente… per la formazione di una comunità mondiale, senza sottomissione di una cultura a un’altra».

Ma cominciamo dall’inizio. Luce Irigaray nasce a Blaton, Belgio, il 3 maggio 1930. Si laurea in filosofia nel 1955. Si trasferisce a Parigi, dove nel 1961 si laurea in psicologia. Dal 1964 lavora al Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi, di cui è oggi direttrice. Nel 1968 riceve il Dottorato in Linguistica e diventa un membro dell’EFP (École freudienne de Paris), fondata da Jaques Lacan. Una carriera brillante, all’interno dei binari accademici; i guai cominciano nel 1974, quando pubblica la sua tesi di dottorato Speculum, de l’autre femme.

Il libro provoca molte polemiche e le costa la rottura con Lacan e l’espulsione dall’École Freudienne. Vediamo perché, a cominciare dal titolo. Lo ‘Speculum’, l’attrezzo ginecologico per mantenere aperta la vagina e vederci dentro, si contrappone con sarcasmo allo ‘Stadio dello specchio’ di Lacan. In questo testo, Lacan sostiene che il bambino e la bambina vedendo la loro immagine riflessa nello specchio cominciano a costruire il senso della loro identità come esseri separati dalla madre. La fase successiva corrisponde alla comparsa del Padre e della sua Legge. L’ordine imposto da questa legge viene chiamato “ordine simbolico” e in esso le parole, i discorsi sono i simboli e si distinguono dalle immagini e dai segni.

Nell’ordine simbolico, l’uomo non vede la donna così com’è, ma come il contrario di sé: un buco, una mancanza, un’assenza. Il fallo è il pieno, l’attività, il tutto; la vagina è il vuoto, la passività, il niente. Come per Freud, l’invidia del pene costringe la bambina in un mondo di frustrazione, di vano tentativo di diventare altro da sé. Irigaray scardina questa analisi, contrapponendo a un discorso di simboli, l’osservazione della realtà esperienziale. Primario è il rapporto con la madre: è dal suo seno che abbiamo avuto il primo nutrimento, il primo piacere. È il distacco da lei il primo trauma e il desiderio di fusione con lei il primo desiderio.

Vengono in mente le prime immagini dell’Edipo Re di Pasolini. Si vede una giovane donna che allatta un bambino in un prato circondato da pioppi. L’inquadratura si sposta e vediamo la scena attraverso gli occhi del neonato. Mentre succhia, vede – attraverso il seno pieno, roseo della mamma – il cielo azzurro, gli alberi verdi: conosce il mondo. Chi sa se Luce Irigaray ha pensato all’incredibile Origine du monde di Gustave Courbet del 1866? Al centro del quadro, i genitali di una donna a gambe larghe, dipinti con meraviglioso realismo. Non si vede neanche la testa della modella. Nessuno aveva mai osato tanto.

Possiamo immaginare lo scandalo che deve aver suscitato. Tornando a Speculum, è guardandosi dentro, attraverso lo strumento ginecologico che la donna non vede un buco nero, né i segni della castrazione, ma scopre la sua pienezza, la sua ricchezza, «voi uomini non ci vedete niente, non ne sapete niente, non vi ci ritrovate, non vi ci riconoscete. E questo vi è insopportabile. Dunque (sostenete che) non esiste, non c’è niente».

L’uomo vede come un pericolo la diversità positiva della donna, in quanto questa mette in crisi il suo immaginario, il suo potere. Per lui, l’altra donna, quella dello speculum e non dello specchio, non esiste.

Speculum ha un enorme successo in tutta Europa e diventa – come si diceva – una sorta di Bibbia del femminismo. La Irigaray tiene seminari e conferenze e si impegna anche in manifestazioni per la contraccezione e per il diritto all’aborto. «Occorre anche coltivare e sviluppare identità e soggettività al femminile, senza rinunciare a se stesse. I valori di cui le donne sono portatrici non sono sufficientemente riconosciuti e apprezzati, anche dalle stesse donne. Però sono valori di cui il mondo oggi ha urgente bisogno, che si tratti di una maggiore cura della natura o di una capacità di entrare in relazione con l’altro». Una volta definiti i valori necessari per assicurare l’autonomia del soggetto-donna, il passaggio successivo è di critica al separatismo femminista e di apertura al confronto: «Si è fatto di questo pensiero della differenza un pensiero solo delle donne e fra le donne. Non l’ho mai detto. Questa era una tappa necessaria per strutturare il soggetto femminile, ma la finalità resta una cultura a due soggetti. È una cultura a due soggetti che ci permette di entrare nel multiculturalismo, essendo la differenza uomo-donna la prima differenza».

Militanza civile e politica procedono insieme alla ricerca filosofica e all’attività accademica. Nel 1982 la Irigaray ottiene la cattedra di filosofia all’Università Erasmus di Rotterdam e pubblica Etica della differenza sessuale. Nel 1991 viene eletta deputata al Parlamento europeo. Nel 1993 scrive, direttamente in italiano, Amo a te. È del 2002 La via dell’amore, che disorienta e appassiona sia i suoi critici che i suoi sostenitori.

La Irigaray non rinnega il suo passato, né quello della tradizione, ma ne riconosce l’impotenza. La filosofia si riduce spesso a un esercizio formale tra iniziati senza quell’impatto sulla nostra vita che la saggezza dovrebbe avere. «La sua scienza fa ridere… Fra la testa e i piedi, si è perduta una continuità, non si è costruita una prospettiva». Il peccato originale sta nella sua parzialità, nel suo individualismo. Per Luce Irigaray è nel rapporto intersoggettivo che si realizza la nostra umanità e propone una conciliazione tra natura, spirito e conoscenza, tra filosofia e religione, attraverso la Via dell’amore.

Non si tratta del romantico amor fou, dell’annullamento di sé, del bisogno dell’assoluto che ci salvi dal mondo, dalla solitudine, dalle miserie. Non si tratta neanche dell’hegelliano «vivente che sente il vivente pari a sé», perché vedere l’altro uguale a sé non significa riconoscimento, ma riduzione, annullamento; su quest’idea si sono fondati, più o meno in buona fede, tutti i totalitarismi moderni. Il filosofo occidentale è «un eunuco del cuore e della carne». Sin dai tempi di Platone ha lasciato dietro di sé natura, donna e figli. La sua cultura è una sorta di monologo lontano dal reale, che costruisce sistemi arzigogolati per dominarlo. Ma il mondo è fatto dall’io e dall’altro; negandolo ci si chiude in una fortificazione fatta di impotenza, di infelicità. Anziché escluderlo, bisogna aprirsi all’altro, riconoscere le differenze. Dall’interazione fra il soggettivo e l’oggettivo di due mondi se ne crea un terzo, sempre in divenire, «dove mai l’uno potrà superare né realizzare l’altro perché l’uno e l’altro sono due… Ciò che ormai rappresenta l’assoluto da raggiungere è la perfezione della relazione – mai compiuta». Solo il discorso-confronto con l’altro, il diverso, non amputa la verità, l’etica, la teologia. Luce Irigaray non ha paura di confrontarsi con Heidegger, Marx o Freud, smonta i loro sistemi con una logica tagliente.

Non solo nel mondo accademico e politico, ma anche nel movimento delle donne, la sua proposta suscita reazioni opposte. Da una parte la fascinazione di un mondo aperto, capace di riconoscere le differenze come risorse, dall’altra la paura di perdere la nostra mediocre identità, che sì ci ha fatto tanto soffrire, ma non sarà ingenuo o pericoloso fidarsi troppo dell’altro? Dal 2000 la Irigaray ha incarichi nelle più prestigiose università inglesi e nel 2008 le viene assegnata la ‘laurea honoris causa’ in Letteratura dallo University College di Londra , proprio dopo la pubblicazione di Condividere il mondo. È un libro di filosofia che appassiona come un romanzo. Parte da quel che abbiamo dentro, dal nostro piccolo mondo chiuso pieno di egoismo e di rabbia e ci aiuta a capirne i motivi, a guardarci intorno, ad accorgerci che condividere con gli altri difficoltà e progetti non è un pericolo, una perdita della nostra libertà, ma significa non aver paura di conquistare una nuova dimensione. Una riduzione in questi termini suona banale, ma chi già conosce Luce Irigaray non ha sospetti sul valore delle sue riflessioni e per gli altri è un invito a scoprire che il sentiero verso la consapevolezza è pieno di cose emozionanti. Un po’ come quando si è letto il primo libro che ci è piaciuto, o la prima lezione a scuola che ci ha fatto scoprire qualcosa. Non è poca cosa trasmettere una conoscenza che dia piacere e ci aiuti a cambiare in meglio. Si può cominciare dal desiderio di uscire dal mondo di dolore, di solitudine, di violenza in cui viviamo.

Il passaggio da un orizzonte a un altro, da un’epoca della Storia a un’altra non si compirà senza guerra per Hegel, senza distruzione per Heidegger. Per Irigaray invece si esce dal circolo vizioso della sopraffazione solo nel riconoscimento dell’altro e dalla sua irriducibile differenza. Riconoscere almeno due mondi, il mio e quello dell’altro riapre il cerchio delle possibilità. Il processo non è semplice, né indolore, perché costringere a compiere a ritroso il distacco dal grembo materno, la inevitabile e lacerante differenziazione e identificazione originaria. «Il sé dell’uomo si riceve prima da un altro che, avvolgendolo, gli resta impercettibile come altro: sua madre. Non riconoscendola come trascendenza nella quale ha la sua prima origine, l’uomo proietta il sé sulla totalità del mondo, a meno che non la estrapoli in Dio… La madre, e poi la donna, restano assimilate a un mondo solo naturale da cui è necessario emergere per diventare uomo». A questo punto la Irigaray recupera il suo separatismo femminista giovanile, ma per metterlo in rapporto dialettico col maschile. Per la donna il processo ha modalità differenti: «Si tratta di ritrarsi o limitarsi per preservare in sé un luogo di ospitalità dell’altro, senza appropriazione, fusione, confusione». L’uno e l’altra si trovano paralizzati e misconosciuti, «il che priva l’umanità della sorgente più feconda del suo impulso, della sua libertà, sorgente il cui flusso è costante se ciascuno resta fedele al proprio mondo».

La differenza tra uomo e donna e il rispettivo riconoscimento è la realtà del mondo, della libertà, dell’arricchimento nella differenza. Così l’attrazione sessuale è uno slancio naturale, un’energia spontanea che attrae gli umani e che la cultura occidentale ha relegato in un angolo oscuro. Va invece coltivata come la linfa di una pianta fragile che può diventare meravigliosa con le cure e l’ambiente adatti. Riconoscere che l’uomo non ha in mano la verità e la vita, ma che questa va condivisa, può aiutarci a risolvere certe sfide del nostro tempo. L’attuale epoca multiculturale ci apre prospettive sugli aspetti relativi della nostra tradizione. Il nostro mondo che credevamo unico si rivela un’evoluzione parziale e incompleta dell’umanità, per questo non dobbiamo precipitare nel nichilismo, temere la distruzione della nostra tradizione, compresa quell’individuazione che l’uomo si è così difficilmente conquistata. L’altro, proprio perché appartiene a un altro mondo, può aprire il cammino all’elaborazione di un’altra epoca culturale, di condivisione anziché di negazione.

È in quest’ottica che negli ultimi anni Luce Irigaray si è aperta alla cultura orientale. Ce lo racconta in un libro La nuova cultura dell’energia. Al di là di oriente e occidente (2010 ) che per la prima volta parte da un’esperienza autobiografica. «Ho cominciato a praticare lo Yoga per caso. O meglio, per necessità. In seguito a un incidente d’auto avevo consultato un osteopata, che mi aveva consigliato di rivolgermi a un insegnante yoga di sua conoscenza per rinforzare i muscoli della schiena e superare gli effetti paralizzanti conseguenti all’incidente». L’esperienza dello yoga e le tecniche del “respiro” ci possono introdurre a un diverso modo di essere con sé e con gli altri. «Nella nostra tradizione siamo stati abituati ad affidare il corpo ai medici e l’anima ai preti, oppure lo spirito ai professori. Siamo rimasti dipendenti dagli altri, quindi, come sono i bambini. Inoltre non siamo riusciti ad assicurare l’unità del nostro essere, che è nello stesso tempo corpo e anima, corpo e spirito… Respirare da solo è il primo gesto di autonomia del neonato… Il respiro è un soffio che va dal fuori al dentro, dal dentro al fuori del corpo, unisce la vita dell’universo al più profondo dell’anima. Richiede di avere scambi con l’esterno ma poi di raccogliersi nel silenzio del proprio io».

GLI ARTICOLI DI DANIELA ORIGLIA SU LINKIESTA

Identità sessuali è il tema che propone quest’anno La Storia in Piazza a Palazzo Ducale di Genova dal 18 al 21 aprile. Per raccontare, discutere, rifletterci sopra, Donald Sassoon ha chiamato storici, filosofi, antropologi, letterati, psicanalisti e alcuni dei protagonisti della rivoluzione sessuale degli ultimi quarant’anni. A parlarci di storia della famiglia e del diritto, di matrimonio, di gay, di miti, di fiabe, di quadri e sculture, di santi e madonne, di lotte per emancipazione e liberazione femminile, di controllo delle nascite, di violenza sulle donne ci saranno Germaine Greer, Erica Jong, Alain Touraine, Francesco Remotti, Lucetta Scaraffia, Ernesto Galli Della Loggia, Marzio Barbagli, Philippe Daverio, Dacia Maraini, Adriano Prosperi, Mireille Corbier e Luce Irigaray.

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