Rosso spento! Con Letta la rivincita dei democristiani

Travagli a sinistra. Fuori i big, quasi azzerata la tradizione post comunista

A tarda sera quando ormai i riflettori della politica stanno per spegnersi un ex democratico di rito democristiano è più che soddisfatto per il team costruito da “Enrico”, ma avverte: «La partita dentro il Pd è tutta da giocarsi. Questo cambiamento repentino, e certe esclusioni di lusso per la formazione del governo Letta, sconquasseranno il partito». Perché è vero che il centrosinistra ha posto dei paletti su alcuni uomini del centrodestra, sopratutto sui cosiddetti “falchi”. Basta dire che non fanno parte della squadra di governo né Renato Brunetta, né Maria Stella Gelmini, né tanto meno Fabrizio Cicchitto. L’ordine di scuderia è stato ascoltato. Ma «un governo con Silvio Berlusconi ci danneggerà, ci farà perdere consensi». E i report che in queste ore arrivano al terzo piano di Largo del Nazareno non promettono nulla di buono. Secondo alcuni sondaggi, «il Pd al momento è al 23%, e con questo governo potrebbe addirittura continuare a scendere». Mentre il M5s sarebbe balzato al 27%…

In sostanza nel giro di 60 giorni il partito ha bruciato all’incirca il 10% dei consensi, e la nascita del governissimo con il Caimano di certo non aiuta. Peggio. Il primo problema sul tavolo dello stato maggiore del Pd è proprio l’esclusione di alcuni maggiorenti democrat dalla squadra di governo. E tutti, non casualmente, di tradizione ex Pci-Pds-Ds. «Enrico ha privilegiato gli ex popolari, gli ex margheritiani. Ha pressato per dire “no” ai big, ma Franceschini è comunque stato accontentato». E non è un caso se Massimo D’Alema e Anna Finocchiaro, entrambi in lizza per un posto di governo, non abbiano rilasciato alcuna dichiarazione. Raccontano che i dalemiani, e, sopratutto, gli ex ds non abbiano affatto digerito le scelte del neo premier. «Perché Andrea Orlando è sì cresciuto con noi, ma non è né Massimo (D’Alema), né tanto meno Anna (Finocchiaro)». E anche lo stesso Flavio Zanonato, uno di quelli che nel ’68 prese la tessera della Fgci, e che ha sempre militato nei partiti della sinistra Pci-Pds-Ds-Pd, è stato inserito «in quota amministratori», essendo ancora il sindaco di Padova. Ed è stato più uno sgarbo di Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi: il segretario l’avrebbe fatto per far saltare l’ipotesi di un ministero a Sergio Chiamparino.

«Non è dalemiano come vogliono far credere» neppure Massimo Bray, direttore responsabile della rivista edita dalla Fondazione di cultura politica Italianieuropei, da ieri sera fresco ministro alla Cultura. «È una figura di altissimo profilo che chiunque avrebbe preso in considerazione», sbottano dall’inner circle dell’ex Ministro degli Esteri. Per il resto, lamentano alcuni ex dirigenti dei Ds, «c’è solo traccia di ex democristiani». «È un monocolore democristiano, dov’è la sinistra?». In questo modo la preoccupazione che circola al Nazareno è la seguente: «Continueremo a perdere consensi perché il nostro partito, che attrae principalmente l’area ex ds, non risponderà più alle nostre chiamate». Del resto anche una prodiana di ferro come Sandra Zampa,  dalle pagine dell’Huffington Post, sottolinea che «è un governo che ci riporta alla mente il sapore della politica che abbiamo già vissuto, di un’epoca Dc che abbiamo già visto». Un’affermazione che fa il giro delle segrete stanze dei democrat, e innervosisce gli ex popolari: «Ora è il momento della mediazione della politica, e i comportamenti radicali sono in affanno. È chiaro che in un governo di mediazione Enrico abbia privilegiato i centristi del partito», mormorano. E un ex ministro del governo D’Alema di rito democristiano ci scherza pure sù: «In fondo non è un’offesa se Enrico abbia scelto più ex democristiani che ex comunisti. Per caso avrebbe dovuto mettere uno come Fassina?».

Ed è proprio il responsabile economico uno dei primi bersagli di Enrico Letta. Riferiscono a Linkiesta, che il suo nome sarebbe stato declinato non solo da Silvio Berlusconi ma anche da Scelta Civica. Lo stesso Quirinale non avrebbe gradito la sua presenza, di concerto con Enrico Letta gli avrebbe ugualmente proposto un ministero senza portafoglio. Proposta non accettata. «Stefano avrebbe voluto o il welfare, o l’economia. Un ministero di secondo piano non è roba per lui», spiega un giovane turco. Malumori toccano anche i veltroniani. Nonostante il legame «solido» tra “Enrico” e “Walter” non c’è alcun ministro vicino all’area del primo segretario della storia del Pd. «Il silenzio non ha pagato, ma adesso ci faremo sentire», rincara un fedelissimo dell’ex sindaco di Roma. Anche se «siamo fiduciosi nel lavoro e nella squadra di Enrico», il cui primo banco di prova sarà proprio la selezione dei vice-ministri e dei sottosegretari. In quell’occasione gli ex ds, i dalemiani e i veltroniani attenderanno al varco il premier. Del resto «non possono mica ricattarlo sulla fiducia. Quello è un passaggio dovuto». Altrimenti, sopratutto gli ex Ds, vorranno tornare a batter cassa, e proveranno a conquistare la reggenza del partito. Come? Proponendo in assemblea il nome di Stefano Fassina, scartato per la formazione della squadra del governo. In tal modo proveranno a frenare l’asse democristiano costituito da Enrico Letta, oggi presidente del Consiglio, e da Matteo Renzi, leader e candidato premier del centrosinistra che verrà….

@GiuseppeFalci
 

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