
«È finita l’era politica dello scontro». Marco Follini, una lunga militanza nella Democrazia cristiana, ha preferito non candidarsi alle recenti politiche dello scorso 24 e 25 febbraio. Ad ogni modo segue la politica e il Pd – «sono ancora iscritto» – da un osservatorio autorevole che gli consente di poter dire sull’attuale situazione di impasse politico-istituzionale: « Non è certo che Berlusconi meriti il nostro applauso né il nostro corteggiamento. Ma il Paese merita che si cerchino delle soluzioni». E sul Pd: «Dopo le elezioni politiche non condivido nulla».
Sabato scorso il Capo dello Stato non si è dimesso, ha formato due gruppi di lavoro per stemperare il clima fra centrodestra e centrosinistra e facilitare la formazione del governo. Nel frattempo il Paese è senza un governo e rischia di cadere a rotoli. Secondo lei come dovrebbero comportarsi le forze politiche?
Io penso che noi dobbiamo abbandonare il registro troppo facile delle cose che vorremmo fare. E cercare di ragionare su quello che possiamo fare. È finita l’era politica dello scontro. Dobbiamo ragionare su una subordinata. Dobbiamo considerare che se ognuno si tiene stretto attorno alla propria bandiera è la paralisi istituzionale del nostro paese.
Da destra a sinistra lanciano ultimatum. Alfano alza i toni dello scontro, evocando le urne qualora non dovesse formarsi un governo politico. E anche a sinistra una fedelissima del segretario del Pd Alessandra Moretti insiste su «un governo politico» a guida Bersani. In sostanza il caos: cosa ne pensa?
Io non sono un cultore dell’ultimatum. Si possono porre condizioni quando si ha la forza di farle rispettare. Siccome oggi questa forza non ce l’ha nessuno, mi permetto di suggerire i più mieti consigli.
Lei è ancora un iscritto al Pd, ed è un dirigente autorevole del Nazareno. Dal 25 febbraio ad oggi ha condiviso la linea politica tratteggiata da Pier Luigi Bersani?
Io, come dire, di quello che si è fatto dopo le elezioni politiche non condivido nulla. In particolare, non condivido l’inseguimento del M5s che andrebbe sfidato e non rincorso. Dunque non penso che possa nascere nulla di positivo per la democrazia correndo dietro a Grillo.
Secondo lei all’indomani del risultato elettorale come avrebbe dovuto comportarsi il Pd?
Mah, occorreva percorrere la strada del 1976. Quando Moro e Berlinguer si accorsero di aver vinto in due e per metà per cui cercarono una strada di compromesso. Le differenze tra allora e oggi esistono, mi rendo conto. Ma la questione è che oggi il verdetto è ambivalente e, quindi, va interpretato con un certo grado di flessibilità.
A questo punto l’unica soluzione per uscire dell’empasse istituzionale sembra essere quella di un governo di larghe intese con il centrodestra di Silvio Berlusconi. Cosa ne pensa?
Non è certo che Berlusconi meriti né il nostro applauso, né il nostro corteggiamento. Ma il Paese merita che si cerchino delle soluzioni.
In queste ore in tanti anche all’interno del Pd chiedono che Bersani faccia un passo indietro. Magari dimettendosi da segretario. È fra questi?
No, non penso questo. Il risultato elettorale segnala una difficoltà ma non implica una sconfessione. Certo, quando si smontano i palchi dei comizi, devono farsi dei ragionamenti un po’ meno di parte. Dopo le elezioni si doveva ragionare non nel partito che si chiudeva in sé stesso ma su un partito capace di fare un gioco più largo.
Ad esempio, Bersani avrebbe dovuto coivolgere Scelta Civica di Mario Monti?
Coinvolgendo tutti quelli che sono interessati a risolvere il problema della governabilità.
Follini, come andrà a finire?
Non lo so. Mi pare che si è deciso di iniziare dal Quirinale. E questo richiederà l’individuazione di un presidente che dia capacità.
Un’ultima domanda: è Matteo Renzi il futuro leader del Pd e del centrosinistra?
Non sono particolarmente appassionato al toto-segretario. Mi interessa invece capire quale programma e quali forze possono unire il Paese nelle scelte.
Marco Follini, classe ’54, politico e giornalista italiano. Già segretario nazionale dell’Udc, e vice presidente del Consiglio del secondo governo Berlusconi. Ha fatto tutta la gavetta all’interno della Democrazia cristiana. Poi Ccd, Udc, ed infine l’approdo nel Pd. Una volta disse: «Sul partito e sulle correnti ho imparato da ragazzo, militando nella Dc, due regole fondamentali. La prima dice che non esiste un partito senza correnti. La seconda dice che quando il partito è forte le correnti stanno al loro posto, quando il partito è debole le correnti esagerano»
@GiuseppeFalci