Se la grande industria è sempre più nana

Oltre il caso Ilva, un sistema produttivo in faticosa mutazione. La nostra analisi

Polvere e detriti coprono la terra desolata. Il paesaggio industriale italiano sembra uno scenario da romanzi di Cormac McCarthy. Bande di famelici uomini-lupo combattono per impadronirsi di quel che trovano e sono pronti a mangiarsi tra loro.

Dall’inizio dell’anno sono state chiuse 4.218 imprese, il 13% in più rispetto a dodici mesi fa, denuncia la Confindustria. «Non ce la facciamo, così si muore» gridano le aziende lombarde. Il tessuto delle piccole e medie aziende che ha tenuto su l’economia anche nei momenti peggiori, è lacerato. I distretti industriali arrancano. La produzione manifatturiera è oggi inferiore di un quinto rispetto al 2005, secondo Nomisma. Sergio De Nardis capo dell’ufficio studi del centro bolognese, sostiene che il prodotto potenziale, cioè quel che l’industria è in grado di fare se e quando aumenterà la domanda, è sceso ai livelli del 1991. Addirittura.

Secondo Pier Carlo Padoan, vicepresidente dell’Ocse, il nostro sistema economico non è in grado di crescere oltre un punto percentuale l’anno in termini reali, perché si è inaridito e pietrificato. Cade l’occupazione (un milione di posti di lavoro perduti) e sarebbe una vera catastrofe se non venisse rinnovata la cassa integrazione in deroga. Insomma, poche storie, le cose vanno male per davvero mentre la ripresa s’allontana a fine anno o forse al 2014. Ma sotto la cenere cova qualche fiammella? C’è dell’energia in questo corpo produttivo estenuato?

Le cifre sulle esportazioni dicono di sì. I dati di gennaio mostrano un aumento dell’8,7% su base annua. «Bisogna ringraziare i mercati extra-europei» sostiene Marco Fortis vicepresidente della Fondazione Edison che con il suo data base è in grado di monitorare da vicino il commercio estero. Fortis per anni si è battuto contro il catastrofismo e ha cercato di fornire una valutazione più articolata del sistema industriale italiano. Ma anche lui questa volta sembra giù di morale. «Il vero disastro riguarda il mercato interno – sottolinea – Non solo quello italiano che pure rappresenta un buco nero, ma quello all’interno dell’Europa, anzi dell’area euro». Due terzi delle nostre merci viaggiano verso Germania, Francia, Spagna. Adesso, debbono scendere dal treno, salire in nave, attraversare i sette mari. Come un tempo, quando l’Italia era una grande potenza e l’Europa troppo povera per assorbire i suoi prodotti e i suoi denari.

Magari fosse così. L’Italia è una potenza medio-piccola e lo resterà. Eppure, qualcosa si muove se, con un euro ancora forte (vale sempre il 30% più del dollaro) le imprese nazionali hanno migliorato le loro quote nell’est europeo, in Asia, negli Stati Uniti, in America Latina. Vuol dire che i loro prodotti funzionano, nonostante la lamentela sulla composizione merceologica ancora tradizionale e relativamente povera di high-tech: vuol dire che sono competitive, nonostante le lagnanze sui costi del lavoro e sulla produttività. È vero, l’export rappresenta solo un quinto del prodotto lordo. Ma qualcosa non torna nella rappresentazione mediatica della crisi.

Per capire il ciclo breve, bisogna guardare alla politica di austerità che ha compresso la domanda interna per aggiustare i conti pubblici. Ma per capire il ciclo lungo, occorre osservare la complessa, faticosa, incompiuta metamorfosi in corso da quando l’Italia si è integrata pienamente non solo in Europa, ma nel mercato mondiale. Il protezionismo, la mano pubblica e la lira debole, avevano mantenuto in vita spesso artificialmente imprese spesso grandi, ma scarsamente competitive. La caduta delle ultime barriere tariffarie e la stabilità valutaria in un’area a moneta tendenzialmente forte ha cambiato le regole del gioco.

Mediobanca nelle sue indagini sulle principali società, sulle medie imprese e sul quarto capitalismo, offre uno spaccato meno generico. Non per questo meno preoccupante, ma almeno consente di capire dove sta il nocciolo della questione. In questi cinque anni di crisi internazionale, i 50 maggiori gruppi industriali italiani hanno perduto in media tra il 40 e il 50% del loro valore di mercato, hanno visto peggiorare l’indebitamento soprattutto rispetto ai mezzi propri (nel 2011 c’erano in media circa 21 euro di debito per ogni euro di patrimonio tangibile, ma nella manifattura il rapporto sale a 40 contro uno), e il debito, anche se costa meno (soprattutto se contratto sui mercati internazionali) diventa meno sostenibile. «la crisi ha eroso i margini industriali in misura superiore al sollievo derivante dal minor costo del denaro» scrive il rapporto.

Tra i gruppi con un rapporto tra debito e cash flow meno favorevole troviamo grandi firme come IMMSI di Roberto Colaninno, la Cir di De Benedetti, i colossi delle costruzioni come Impregilo e Astaldi, Prysmian, Parmalat, Recordati. È vero, quasi tutte le imprese maggiori hanno reagito aumentando la loro liquidità. Ha fatto scuola Fiat che mantiene un cuscinetto da venti miliardi (anche in vista della completa acquisizione di Chrysler), ma gli altri hanno seguito: Telecom, Pirelli, Danieli, la stessa Parmalat prima che Lactalis lo usasse per le acquisizioni americane, mentre la Cir ha incassato 564 milioni di Fininvest come compenso per il Lodo Mondadori. E tuttavia anche il fieno messo in cascina rischia di consumarsi rapidamente se continua a cadere il valore aggiunto per dipendente: meno 3,7% in media tra il 2007 e il 2011, ma la situazione è peggiorata di pari passo con la pesante recessione del 2012.

La nota davvero positiva, in questa valle di lacrime, è la internazionalizzazione. Le vendite all’estero sono cresciute a un ritmo del 25-30% l’anno, mentre quelle interne continuavano a scendere. Non solo. Molti grandi gruppi hanno cominciato a lasciare l’Italia per diventare di fatto multinazionali. Anche qui, guida la danza la Fiat se non altro per le dimensioni dell’operazione Chrysler. L’aumento delle vendite estere nell’insieme dell’industria manifatturiera è salito del 41%, ma senza Chrysler l’ascesa sarebbe stata del 18%. In ogni caso, tra il 2007 e il 2011 il fatturato oltre confine rispetto al totale nei gruppi manifatturieri compresi tra i primi 50 analizzati da Mediobanca, sale dal 74,6 all’85,5 per cento. Una reazione alla crisi, ma una risposta senza dubbio salutare. Non è indice di declino, ma di cambiamento della composizione produttiva delle grandi imprese, in altre parole, hanno tenuto il passo con la globalizzazione e ne hanno tratto beneficio.

Bicchiere mezzo pieno? No, piuttosto chiamiamolo un cambiamento strutturale dell’Italia industriale, un passaggio più difficile, con conseguenze dolorose perché avviene nel bel mezzo della recessione. I processi erano già in atto, sia chiaro, ma la crisi li ha accelerati. Questo è vero anche nel nostro principale concorrente, la Germania, ma la differenza è che l’apparato produttivo tedesco si è mosso prima, soprattutto lo hanno fatto i grandi gruppi, perché oggi la media e piccola industria comincia a soffrire anche tra le rive del Reno e dell’Elba.

Fiat, Indesit, Italcementi, Luxottica, Danieli, De Longhi, Tod’s, Ferragamo, Armani, Salini costruzioni che ha appena conquistato con un’offerta pubblica d’acquisto Impregilo (tanto per fare alcuni nomi), ormai fatturano quasi tutto all’estero e di fatto hanno spostato anche il loro cervello operativo. Non si tratta di abbandono o de-industrializzazione, come una certa letteratura sociologica e giornalistica tende a ritenere. Piuttosto, è quel mutamento di taglia e di strategia al quale abbiamo fatto riferimento. Se non fosse avvenuto, allora sì, l’Italia sarebbe regredita ulteriormente. Come la Grecia. O, meglio, come la Spagna che ha puntato su case e terziario, fondamentalmente mercato domestico.

I grandi gruppi sono pochi e non sono poi così grandi, come dimostra la classifica delle multinazionali. Eni, Fiat, Enel, Generali, figurano ai primi posti in Europa, non nel mondo intero. La stessa Fiat-Chrysler (che tra un anno diventerà tutta americana) è un terzo della Toyota. L’Eni metà della Shell o della russa Gazprom. Nelle telecomunicazioni, Telecom Italia è dodicesima, fattura un terzo dell’americana AT&T, un quarto della giapponese Ntt che resta al primo posto, incalzata da vicino da China Mobile. Tutto ciò non è una novità, ma in questi anni i concorrenti esteri sono cresciuti a un ritmo molto maggiore, mentre hanno fatto irruzione i mastodonti pubblici cinesi e brasiliani, o le conglomerate indiane. Non solo. All’interno dell’Italia è aumentata la distanza con le multinazionali tascabili.

Tutto ciò ci riporta al centro della questione produttiva. La decomposizione della grande industria privata comincia negli anni ’70, poi viene smobilitata l’industria pubblica e liquidato l’Iri. Intanto crescono i distretti, i cespugli, come li ha definiti il Censis, diventano veri e proprio boschetti. E al loro interno svettano alberi rigogliosi, i campioni del quarto capitalismo: così lo chiama Fulvio Coltorti per trent’anni capo dell’ufficio studi di Mediobanca, che lo ha studiato a lungo e secondo il quale rappresenta ormai il 30% del valore aggiunto manifatturiero. Ma “le piccole donne non crescono”, ironizza Pierluigi Ciocca, già alto dirigente della Banca d’Italia e storico dell’economia. Anche quelle che sono cresciute, chiosa Coltorti, non sono grandi abbastanza. Per capire, allora, lo stato di salute del sistema, bisogna auscultarne la pancia.
 

(1-continua)
 

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta