Sudamerica e Israele, l’agenda di Papa Francesco

Gli incontri con i capi di Stato e l’idea di ecumenismo

Mentre Papa Francesco ha completato il suo insediamento come vescovo di Roma – dopo la messa inaugurale del pontificato ha preso possesso di San Giovanni in Laterano – si va delineando anche un primo calendario diplomatico e politico di impegni per Bergoglio.

Si comincia martedì prossimo quando il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon sarà in Vaticano per incontrare il nuovo Pontefice. Diversi i punti all’ordine del giorno: Medio Oriente, a cominciare dalla Siria, e rischio di un nuovo conflitto nucleare in primo luogo. D’altro canto questi sono stati fra i temi fondamentali toccati dal Papa nel suo discorso di fronte al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Più in generale i due potranno confrontarsi sulla collaborazione fra agenzie dell’Onu e strutture cattoliche in relazione ai nodi della crisi economica mondiale, della povertà, dell’aiuto ai profughi dai conflitti e dalle catastrofi ambientali.

Poi seguiranno due udienze importanti che segnalano già il cambiamento di orizzonte politico e culturale dovuto all’elezione di un Papa sudamericano. Il 15 aprile, infatti, il nuovo Pontefice vedrà il premier spagnolo Mariano Rajoy quindi il 19 dovrebbe avere un colloquio con il leader dell’Ecuador Rafael Correa. Conservatore il primo progressista il secondo, ma entrambi espressione del mondo ispanoamericano, considerati soprattutto i legami economici e culturali che ancora Madrid intrattiene con l’America Latina.

Da ricordare poi che, appena eletto, il Papa ebbe modo di incontrare le presidenti di Argentina e Brasile, Cristina Kirchner e Dilma Roussef. La prima per evidenti ragioni di nazionalità, la seconda per confermare fin da subito la sua prossima partecipazione alla Giornata mondiale della Gioventù che si svolgerà a Rio de Janeiro alla fine di luglio. Il Presidente dell’Ecuador Correa, fra l’altro, ha sostenuto – in recenti dichiarazioni alla stampa latinoamericana – che il Papa argentino “potrà fare moltissimo per convertire l’America Latina in una regione veramente cristiana” e cioè in cui vi siano “uguaglianza, giustizia, condivisione del pane”. “Bisogna leggere”, ha aggiunto, “i segni dei tempi, ci sono importanti cambiamenti che stanno avvenendo nella Chiesa a livello mondiale, soffiano nuovi venti”, “c’è un Papa che conosce la realtà dell’America Latina e i suoi governi”.

E questa sembra essere stata fino ad ora l’interpretazione prevalente nel Cono sud; non solo gli esponenti più moderati o progressisti dei regimi democratici hanno infatti espresso il loro consenso per l’elezione del nuovo Pontefice, anche il leader venezuelano successore di Chavez Nicolàs Maduro, e quello cubano Raul Castro, hanno mandato nelle settimane scorse messaggi non formali di felicitazioni al nuovo Pontefice. Insomma sembra prevalere nelle reazioni internazionali l’attenzione alla svolta storica impressa al cammino della Chiesa da questa elezione.

Ma un’altra udienza di grande importanza dovrebbe avere luogo il prossimo 30 aprile in Vaticano. Ad incontrare il nuovo Papa sarà nell’occasione il presidente d’Israele Shimon Peres. La questione ha molti risvolti. In primo luogo come è noto sono state diverse le incomprensioni sorte durante il pontificato di Benedetto XVI fra la Chiesa e il mondo ebraico. All’origine di tutto c’è stata la parziale riabilitazione del gruppo scismatico ultratradizionalista dei lefebvriani – con forti tendenze antisemite al suo interno – da parte della Santa Sede. Una scelta che suscitò polemiche e contestazioni a livello internazionale. Successivamente i conflitti si sono appianati e tuttavia la traccia di quella ferita è rimasta. Ora è arrivato al Soglio di Pietro un Papa che da arcivescovo a Buenos Aires ha avuto forti rapporti con la comunità ebraica argentina. A ciò si aggiunga che Peres molto probabilmente confermerà a Francesco l’invito a visitare la Terra Santa già fatto subito dopo l’elezione di Bergoglio. Se Francesco deciderà di andare in Terra Santa, però, in agenda non ci saranno solo le relazioni fra Santa Sede e Israele.

L’elezione di Francesco sembra infatti aver aperto un nuovo cammino all’ecumenismo e quindi potrebbe accadere che i leader cristiani d’oriente, gli ortodossi, si incontrino con il Vescovo di Roma. Bartolomeo I, il patriarca ecumenico di Istanbul, ha già detto che la Terra Santa potrebbe rappresentare il terreno per un incontro in grado di rappresentare una svolta nelle relazioni fra le chiese d’oriente e d’occidente. D’altro canto anche il papa copto d’Egitto, Tawadros II, ha manifestato l’intenzione di venire presto a Roma per incontrare Francesco, dunque sul fronte delle relazioni fra chiese cristiane le cose si stanno muovendo. Proprio in merito a questo aspetto il nuovo patriarca caldeo di Baghdad, monsignor Louis Rapahael Sako, ha spiegato: “Noi cristiani del Medio Oriente non abbiamo nessun futuro se non realizziamo l’unità”, quindi ha sottolineato che Francesco lavora in questa direzione, “ha portato aria nuova”.

Nel frattempo oggi il Papa si è insediato a San Giovanni in Laterano con un lungo rito che ha sancito la propria attenzione al suo ruolo di vescovo di Roma, con le due accezioni che questa definizione ha: da una parte l’apertura alle altre confessioni cristiane, dall’altra la riforma interna del papato. Questa volta ha tenuto un’omelia dal forte sapore spirituale dedicato al tema del perdono e della “pazienza di Dio” in grado di attendere l’uomo quando quest’ultimo si allontana da lui. Ma soprattutto, affacciandosi dalla loggia di San Giovanni in Laterano al termine della lunga celebrazione per salutare i fedeli, ha detto: “andiamo avanti tutti insieme il popolo e il vescovo”, concetto già affermato durante il Regina Colei della mattinata. E’ quel popolo di Dio posto al centro della Chiesa dal Concilio Vaticano II che torna ora nelle parole di Bergoglio.

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