Abdelaziz Bouteflika, tiranno al tramonto

Nel 2011 ha messo a tacere le rivolte della primavera araba con misure d’emergenza

PARIGI – Il vecchio leone algerino sta bene, non c’è ragione di preoccuparsi. Sin dal giorno in cui ha varcato la soglia dell’ospedale militare di Val-de-Grâce per un incidente ischemico transitorio, l’establishment algerino ha fatto quadrato attorno ad Abdelaziz Bouteflika, 76 anni, minimizzando sul suo stato di salute e rassicurando il popolo sul fatto che il vecchio presidente algerino riuscirà nondimeno a portare a termine il suo terzo mandato che scade nel 2014.

Malgrado però le rassicurazioni del cardiologo di corte Rachid Bougherbal – che dalle colonne del quotidiano El Shourouk ha assicurato che Bouteflika sarà di ritorno in Algeria in poco tempo – una cortina di fumo s’è levata sulle reali condizioni di salute del padrone d’Algeria e soprattutto la guerra per la successione al trono già si è scatenata. Non è chiaro se l’artefice della riconciliazione nazionale e sovrano assoluto d’Algeria dal 1999 sarà ancora in grado di ottemperare ai suoi obblighi e alle sue responsabilità istituzionali, se lo scettro dovrà cioé passare nelle mani di qualcun altro (intanto dall’ospedale Bouteflika rassicura tutti dicendo di essere sulla via della guarigione).

Le sue funzioni istituzionali erano state peraltro drasticamente ridotte già dal 2005, dopo l’ulcera emorragica che lo aveva costretto ad un ricovero immediato guardacaso proprio qui, nell’ospedale militare parigino, non lontano dall’ospedale militare di Percy dove fu ricoverato d’urgenza l’ex leader dell’Olp Yasser Arafat. Ma non sembra che gli ospedali militari francesi portino bene ai leader al tramonto.

L’improvviso malanno ha sconvolto i piani del presidente e del suo clan che già preparava il colpo di mano per assicurarsi anche un quarto mandato, come se non bastasse il quindicennio indiscusso di potere. Non per niente l’8 Aprile scorso Bouteflika aveva incaricato il primo ministro Abdelmalek Sellal di riunire una commissione di esperti per lavorare ad una nuova revisione della Costituzione. Una commissione che non aveva convinto né i partiti all’opposizione – il Partito dei lavoratori, l’Msp (Movimento sociale per la pace) o il neonato Upc (Unione per il cambiamento e il progresso) – né i partiti islamisti el-Islah e Ennahda.

All’opinione pubblica algerina e all’opposizione è sembrato infatti di assistere ad un film già proiettato nel 2008, quando con un altro colpo di mano Bouteflika era riuscito ad annullare il limite di due mandati per la candidatura presidenziale aggiudicandosi qualche mese dopo anche il terzo mandato con un plebiscito più che sospetto (90,24% dei voti).

È grazie a questo escamotage inoltre che ha potuto polverizzare anche il record detenuto dall’ex presidente Houari Boumedienne, che aveva regnato sul paese per ben 13 anni e mezzo (dal 1965 al 1978). Insomma, il ritratto di Bouteflika che ne esce è implacabile: un presidente scivoloso, ermetico e senza scrupoli che tiene in scacco il popolo algerino da 15 anni per mezzo di una dittatura ‘soft’.

Ma chi è realmente Bouteflika? Abdelaziz Bouteflika proviene da Oujda (in Marocco), il luogo che storicamente ha accolto i rifugiati algerini che lottavano per l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia e da cui prese il nome anche il cosiddetto ‘clan d’Oujda’. La città marocchina infatti, che dista soltanto 14 km dalla frontiera algerina, servì come quartier generale degli indipendentisti del Fronte di liberazione nazionale (Fln), tra cui figuravano il futuro primo presidente della Repubblica d’Algeria Ahmed Ben Bella, il secondo Houari Boumédienne (che depose il primo con un putsch militare nel 1965) e lo stesso Abdelaziz Bouteflika che fu eletto con un voto che suscitò scalpore in quanto alla vigilia dello scrutinio gli altri sei candidati si ritirarono per denunciare la frode elettorale.

Qui il futuro maître d’Algeria nacque nel 1937 e visse fino all’età di 20 anni. Nel 1956 s’arruolò nell’Esercito di liberazione nazionale (Aln). Dopo l’indipendenza algerina nel 1962 fu ministro dello sport e poi ministro degli esteri dal 1963 al 1979. Dopo queste esperienze politiche ad alto livello scomparve letterariamente dalla scena politica per quasi un ventennio, a causa dell’esercito che gli preferì un suo accolito.

Paziente, Bouteflika preparò discretamente il terreno per la sua ascesa al potere nel 1999 con una promessa : ristabilire la pace civile nel paese. Era la principale aspirazione all’epoca, ovvero ritornare alla pace dopo i terribili anni del decennio nero (1991-2000) quando la guerra tra Fis (Fronte islamico della salvezza), Gia (Gruppo islamico armato) ed esercito provocò quasi 200.000 morti.
E Bouteflika, dopo la sua contestata elezione, effettivamente riuscì a far uscire l’Algeria dal decennio di terrorismo sanguinario, ma lo fece grazie ad un utilizzo spropositato dell’esercito; un esercito che come ha ricordato Benjamin Stora – professore di storia all’Inalco (Institut national des langues et civilisations orientales) di Parigi e grande specialista della storia del Maghreb – ha sempre avuto un ruolo preponderanete nella vita dell’Algeria.

Ma se dal 1962 al 1965, durante la presidenza di Ben Bella, l’esercito permise a quest’ultimo di accedere al potere, ma si tenne per il resto in disparte dalla vita politica, in seguito, con il golpe militare del 1965 e la presidenza di Boumedienne si è pian piano imposto sulla scena politica. Dal 1992 in poi, nel corso della guerra contro gli estremisti islamici, l’esercito è diventato il braccio armato della repressione politica a tutti i livelli. Lo stato di emergenza (proclamato nel 1992) con il quale Bouteflika ha fatto uscire l’Algeria dal “decennio nero” è diventato un pretesto per segregare il popolo algerino per lungo tempo.

Bouteflika ha basato una parte del suo consenso sui “pentiti” integralisti spendendo oltre 152 milioni di euro per reintegrarli nella società. Il referendum nel 1999 sull’Allenza civile e nel 2005 l’adozione di una « Carta per la pace e la conciliazione » (che offriva il perdono a quei guerriglieri islamici che deponevano le armi) ha portato alla resa definitiva di migliaia di integralisti. In questo mix di prudenza, calcolo politico e visione delle forze in campo si basa il suo successo politico.

E l’Algeria di oggi ? Il paese possiede immense risorse energetiche ma la povertà è estremamente diffusa. Il tasso di disoccupazione supera il 10% e per i giovani (16-24) è addirittura sopra al 20%. Non bisogna dimenticare che da qui è nata la Primavera araba, checché ne dicano i tunisini (le prime rivolte del pane sono avvenute in Algeria). Nel Gennaio 2011 Bouteflika ha dovuto far fronte a violente rivolte, come quella di Bab el-Oued ad Algeri, manifestazioni di studenti con annesse cariche della polizia, marce del sabato, scioperi a ripetizione ed il dilagare del fenomeno inquietante delle immolazioni col fuoco. Come ha suggerito il politologo algerino Rachid Tlemcani, dell’Università di Algeri, Bouteflika ha allora saputo utilizzare i ricchi proventi derivanti dalla vendita del petrolio per tamponare il malessere sociale.

L’Algeria infatti, a dispetto di una popolazione abbastanza povera, è un paese molto ricco in giacimenti petroliferi e gas. Ogni anno gli introiti derivanti dalla vendita di petrolio si aggirano attorno ai 50 miliardi di euro. Timoroso per ciò che accadeva in Tunisia ed Egitto, il presidente algerino ha fatto sbloccare 11,6 miliardi di euro per alloggi sociali, prestiti e per rivalutare contratti d’inserimento professionale di giovani diplomati. In seguito ha cancellato anche l’ultimo tabù, ovvero lo stato di emergenza. Ma questi rimedi, presi nell’urgenza della situazione, non potevano funzionare sul lungo termine.

Le tensioni sociali persistono e s’aggravano (municipi e sedi delle province sono continuamente prese d’assalto ed incendiate), lo spettro del fondamentalismo islamico continua ad aleggiare sul paese (basta vedere ciò che è accaduto presso il giacimento di gas a In Amenas). Nonostante Bouteflika sia riuscito prima a dirigere il paese fuori dal tunnel della guerra civile e in seguito a tenerlo alla larga dagli sconvolgimenti delle rivolte nel mondo arabo, ora che il sovrano è definitivamente sulla via del tramonto forse tutti i nodi verranno al pettine.

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