Addio Andreotti, adesso il potere non logora più

Diceva di lui Cossiga: "è un segretario di stato vaticano prestato all'Italia..."

Se ne va il “potere”. O almeno la sua immagine simbolica e inafferrabile. Quella cioè che ha traversato l’intera storia dell’Italia repubblicana, esercitando un potere reale e profondo, soffice e tenace, mai esibito o proclamato, con quel disincanto e spesso il cinismo che proveniva dalla bimillenaria sapienza vaticana. Era stato infatti nella Biblioteca pontificia che Giulio Andreotti si era quasi “scontrato” con Alcide De Gasperi, allora bibliotecario e rifugiato lì per sfuggire alla persecuzione fascista. Di De Gasperi era stato fin dall’inizio della Repubblica il giovanissimo (27 anni) sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E tuttavia, «quando, entrambi cattolici ferventi, vanno in Chiesa – scriverà feroce Indro Montanelli – De Gasperi parla con Dio, e Andreotti con il sacrista o al massimo con il prete…».

Sta qui, forse, il volto più riconosciuto e pure inquietante del “Divo Giulio”, il “popolano romano” che del potere pubblico e del suo quasi eterno esercizio ha penetrato insieme le vette e gli abissi. Sempre con morbida cautela e con testarda discrezione. D’altronde non ha mai avuto o voluto incarichi ufficiali nella Democrazia Cristiana, il partito-Stato motore immobile del primo cinquantennio repubblicano, ma sempre e solo ruoli di governo, fino a presiedere ben sette esecutivi, con le alleanze e gli schieramenti più differenti nel mutevole quadro politico di allora.

Andreotti aveva in realtà un pregio unico e significativo: quello di non avere un’idea, un compiuto progetto politico da affermare e da far prevalere. Questo lo lasciava volentieri agli altri, come a Fanfani, ad Aldo Moro, alla sinistra Dc. Ma a tutti i programmi sapeva adattarsi e convivere in modo fattivo e tutto sommato leale. Ecco perché al Parlamento (rieletto con valanghe di preferenze) e quindi al governo c’era sempre. Oltre al peso specifico della sua corrente, rappresentava infatti la dimensione insostituibile di saper orientare e guidare la giungla della burocrazia romana, di maneggiare senza colpi di testa gli “arcana imperii”, di navigare con realismo nelle tante “zone grigie” ai confini della formale legalità che sono per natura connaturate all’esercizio concreto del potere.

Era quest’aspetto, misterioso e inafferrabile, che ne faceva il bersaglio preferito e ricorrente di quel “giacobinismo selettivo” dei presunti “puri e perfetti” che tanto impazzano periodicamente nel dibattito pubblico. Che pure ne sentivano il fascino luciferino (di cui in vita si compiaceva) ma che non riuscivano poi in realtà a volerlo seriamente accantonare. Lo stesso Pci al massimo della sua influenza (e che pure aveva scatenato violente campagne contro di lui) lo accettò tranquillamente come premier nei governi del “compromesso storico”. E anche i sei processi di mafia (dai quali Andreotti uscirà ammaccato ma assolto) ne sono forse l’ultima più clamorosa testimonianza.

Era cambiato tutto, dopo la caduta del Muro e la fine della “guerra fredda” fra Est e Ovest del mondo. E il medesimo Andreotti non smentirà mai l’impressione che dietro le accuse e gli eclatanti processi ci fosse una “manina internazionale”, quella cioè che intendeva “regolare i conti” con una politica estera italiana da sempre non perfettamente “allineata” agli ordini dell’Occidente. Lo si ricorderà poco, trascinati come si è dalla memoria sulle vicende del Palazzo romano e del suo sottobosco. Ma è sul quadro internazionale che il ruolo di Andreotti è stato realmente decisivo. Cossiga (che pure lo nominò senatore a vita per sottrarlo almeno in parte alla tempesta giudiziaria imminente) lo definiva «un Segretario di Stato vaticano permanente prestato all’Italia». E in questa veste sostanziale Andreotti interpretava per il Paese quel prestigio e quell’afflato universale che aveva sempre accompagnato la migliore diplomazia della Santa Sede. Per questo, nel mondo diviso in blocchi, riusciva a muoversi come crocevia “praticabile” per tutte le parti in contrapposizione, garantendo all’Italia un ruolo insostituibile nello scenario strategico mediterraneo e nel complicatissimo scacchiere medio-orientale, suscitando spesso il disappunto degli alleati più forti, anche se manteneva solidi i tradizionali equilibri atlantici. E così pure partecipando in prima persona alla spinta europea: è sua la firma ai decisivi Trattati di Maastricht.

Moltissimo ci sarebbe ancora da far riemergere, a cominciare da quel molto di tenebroso che accompagnava quel “volto demoniaco del potere” del quale spesso venne considerato l’icona. La sua colpa più grande è quella in realtà di non aver fatto nulla o quasi per cambiare lo Stato, ammodernarne la struttura, limitarne il parassitismo. Ma forse era troppo per un uomo immerso da sempre nella palude dei ministeri e convinto, come dalle sue celebri battute, che “tutto s’aggiusta”, che è “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” e che, soprattutto, “il potere logora chi non ce l’ha”.

La conversazione con lui, contrappuntata sempre da un’arguzia e da un’ironia non scontata (non solo quand’era all’apice del potere, ma anche da imputato e reietto) aveva un fascino particolare e irripetibile, che mancherà. Anche perché trasmetteva il senso di non prendere gli uomini e i potenti (a cominciare da se stesso) troppo sul serio. E forse questa (ora che ormai è definitivamente “postumo di sé”) è una dote che meriterebbe nella politica di trovare qualche erede…
  

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