
Ieri, tra il serio e il faceto, riflettevo sul fatto che il voto al referendum di Bologna e quello che ha visto prevalere Bersani alle primarie hanno una cosa in comune: il bisogno viscerale della sinistra di rinchiudersi in un recinto ideologico rassicurante. Il rifiuto della vocazione maggioritaria, per riscoprire riflessi pavloviani del passato: il privato è brutto, la Chiesa è cattiva, la sussidiarietà è “uno slogan che serve a dare soldi ai privati” o un “suicidio per la sinistra”.
Come ha scritto una polemista prima dei risultati, questo referendum è anche figlio di un’eccessiva indulgenza del principale partito del centrosinistra verso questa minoranza rumorosa di elettori. Li hanno coccolati per anni, salvo poi – in questi ultimi giorni – affannarsi a spiegare perché si doveva votare “B”. Evidentemente non sono stati compresi.
Si fa notare che hanno votato in pochi ed è vero, ma se questo può consentire all’Amministrazione di schivare le conseguenze politiche del voto, non deve rassicurare il Pd, anzi. È forse quella della scarsa affluenza la vera sconfitta di un partito che un tempo su queste tematiche esercitava un’egemonia culturale in città e che sul modello emiliano per l’infanzia ha giustamente costruito molte fortune. Il fatto che ai bolognesi interessi poco di come il Comune spende i soldi destinati alla cura dei bambini è un segno ulteriore dell’incapacità di quel partito di rivendicare orgogliosamente il proprio riformismo pragmatico e costruire attorno ad esso la necessaria mobilitazione.
L’Ulivo è nato a Bologna e il Pd è figlio dell’Ulivo. La parità scolastica di Berlinguer messa in discussione ieri è figlia di una legge fatta dalla Giunta regionale guidata da Bersani. E per scherzo del destino è stato proprio il Pd costruito da Bersani a non saper vincere questa sfida: né quella della partecipazione, né quella nelle urne.
E adesso? La legge regionale che ieri è stata colpita dal “fuoco amico” è figlia di un processo analogo. Se i bolognesi non lo ricordano, forse è bene ricominciare a costruire consenso attorno a quella visione. Dal basso e con gli strumenti in più che oggi si hanno a disposizione. Non a caso Zamagni nei giorni scorsi suggeriva al Comune – in caso di vittoria della “A” – di applicare gli strumenti della democrazia partecipativa per coinvolgere la cittadinanza interessata. Potrebbe essere la soluzione giusta, perché sarebbe l’occasione per ricostruire un tessuto condiviso di proposte che tengano conto della complessità delle cose. La migliore risposta a chi si rifugia nell’ideologismo sterile e inconcludente, invece che fare politica per trovare soluzioni ai problemi.
Costruire è più faticoso che distruggere. Ricontrattare coi cittadini è più faticoso che vivere di rendita. Ma un detto a me molto caro recita: “se non porti almeno una soluzione, anche tu fai parte del problema”. Il limite vero del risultato del referendum bolognese è proprio questo. A meno che non si voglia considerare soluzione quella di togliere 1500 posti nelle scuole dell’infanzia della città. Chi ha votato “A” si confronti con chi ha votato “B” per portare almeno una soluzione e smettere così di essere parte del problema.