Dan Brown, l’Inferno e il fascino discreto della Chiesa

Il Vaticano resta fonte di ispirazione per gli autori americani

Qualcuno si diverte a giocare con l’aldilà: Dan Brown non fa solo questo ma è riuscito a trasformare i congegni che costruisce sulle pagine dei suoi libri in portentose macchine da soldi. Non c’è nulla di male, sia chiaro: gli ingredienti giusti, una campagna pubblicitaria azzeccata, un po’ di mistero, antichità, avventure e via, il best-seller è pronto.

In realtà non è così semplice; come in tutte le ricette di successo l’importante è dosare bene gli ingredienti e poi, certo, avere un po’ di fortuna non guasta. Ora esce “Inferno” che dopo “il Codice da Vinci” e “Angeli e Demoni”, segna già, nelle previsioni dei suoi editori, un inevitabile nuovo successo per lo scrittore americano. Stavolta c’è di mezzo Dante, il suo Inferno e una serie di complotti diabolici legati alla modernità e alla volontà di qualche oscuro gruppo di potere di diffondere pandemie di massa – si parla anche della peste – per mettere sotto controllo l’esplosione demografica planetaria.

Ancora una volta, insomma, Brown ricorre all’Italia e alla sua storia medioevale o umanistica per costruire un thriller con implicazioni contemporanee. E ancora una volta i simboli e gli elementi culturali della nostra storia (con forti radici nella presenza della Chiesa e del cattolicesimo) sono al centro della vicenda.

Oggi L’Inferno di Dante, ieri Il Codice da Vinci nel quale si ricostruiva una storia alternativa di Gesù della sua unione con la Maddalena e della discendenza che ne sarebbe seguita; un Vaticano tenebroso rappresentato dall’Opus Dei, provava a nascondere “la verità” con ogni mezzo. “Angeli e Demoni”, poi, parte fin dal titolo da una simbologia che più classica non si può, e di nuovo si susseguono massoneria, Chiesa, sette, intrighi anche se stavolta il Vaticano è messo in luce decisamente più positiva.

In fondo, Dan Brown lavora su una sorta di vulgata hollywoodiana di alcuni caratteri fondamentali del nostro passato e presente in cui però, neanche a dirlo, lo sfondo religioso-tenebroso è sempre ben presente e costituisce anzi l’attrattiva per la vicenda. «È una storia così terrificante che ho fatto gran parte del lavoro per me. Non scrivo più di massoni e storie antiche, che sono cose un po’ eteree ma della visione di Dante dell’Inferno», ha annunciato al Sunday Times, come si trattasse, in questo caso, di qualcosa di nuovo.

La materia si presta. Se c’è un’istituzione che non è stata ancora divorata in ogni suo aspetto dal sistema mediatico è il Vaticano: qui la parola “segreto” conserva un po’ di carattere evocativo e di mistero. Senza tralasciare le varie e infinite diramazioni che ne derivano. La Chiesa associa alla segretezza una storia bimillenaria in cui s’incontrano vangeli apocrifi, profezie, inquisizioni, sette, codici e libri antichi e organizzazioni che hanno fatto della riservatezza un aspetto irrinunciabile della propria identità.

In questo senso la Santa Sede (e per estensione forse impropria la Chiesa) rappresentano un unicum. La stessa Casa Bianca, almeno dal “Watergate” in poi (1972), è stata passata al setaccio in ogni suo angolo dai media: registrazioni, scoop particolari della vita privata, tutto è ormai fuoriuscito dalle stanze presidenziali, tanto che ormai la strategia degli inquilini della Casa Bianca è stata quella di capovolgere la situazione: foto di famiglia, momenti di relax, immagini del presidente che telefona o che fa un pisolino sul divano; non ci sono, in apparenza, più misteri. La casa è davvero diventata di vetro? Non di certo, ma quel che conta è la percezione.

Il Vaticano, da parte sua, ha sofferto non poco di questo assalto; se in fondo c’è qualcosa che è andato storto negli ultimi anni è proprio il rapporto fra vertici ecclesiali e società di massa, fra Vaticano e quell’informazione globalizzata che tende a superare i muri per morbosità o volontà di sapere, poco importa, il fatto è che la segretezza vaticana risulta ormai sempre più fragile e non viene più considerata una virtù.

Gli stessi sacri palazzi per altro, contribuirono in passato al successo di Dan Brown provando a combattere con armi ìmpari una battaglia disperata contro “le menzogne” contenute nel “Codice da Vinci”. Il timore era che si diffondesse una versione obiettivamente fantasiosa e un po’ spettacolare della fede. Rischio reale, eppure il problema non poteva essere risolto contrastando il best-seller. Sta di fatto che anche nel linguaggio interno alla Città del Vaticano Dan Brown è diventato sinonimo di complotto e di notizie propalate dai media con il gusto dello scandalo. Il 6 giugno di un anno fa, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, rispondendo in un’intervista alle mille voci e illazioni relative a Vatileaks, diceva: «Molti giornalisti giocano a fare l’imitazione di Dan Brown. Si continua a inventare favole o a riproporre leggende. Come quella che un monsignore del Vaticano sia venuto a Genova con l’incarico di dissuadermi dall’accettare la proposta di papa Benedetto XVI, che mi voleva come Segretario di Stato. È totalmente falso».

L’Osservatore romano, invece, lo scorso 5 maggio dedicava un articolo alla “Bibbia alla Dan Brown”, ricostruendo brevemente il rapporto fra letteratura e Bibbia lungo il filone, a volte grottesco, di generi come la spy story, il thriller, il noir, il fantastico e via dicendo. In quest’ambito venivano con distacco raccontate una serie di trame involontariamente esilaranti fra cui alcune dedicate alla lancia «che spezza il costato di Gesù, che la tradizione ha attribuito al centurione Longino. Nella “Voce del destino” di Marco Buticchi (2011) quella sacra lancia è a lungo bramosamente inseguita per via della leggenda che le attribuisce il dono di rendere il possessore non solo immortale, ma addirittura invincibile: tanto che fu per accaparrarsela che Hitler avrebbe deciso di annettersi l’Austria, dove sarebbe stata conservata; e lo stesso Hitler si sarebbe suicidato nell’istante medesimo in cui la Lancia passava nelle mani del generale Patton».

«Ambizione inseguita – scriveva ancora l’Osservatore – con altro e ben più centrale sviluppo, in “I custodi del talismano” di Craig Smith (2012), con il suo andirivieni di protagonisti tra Austria 1939, Svizzera 1997, New York 2008, al solito tra servizi segreti americani, corpi speciali del periodo nazista appositamente costituiti dal fanatico Himmler a tale scopo, strane sette, servizi segreti vaticani e così via».

Insomma il Vaticano, l’Inferno, la tradizione cristiana, sembrano diventati gli elementi da rimescolare all’infinito per restituire quel mistero e quella fantasia forse oggi un po’ carenti nella produzione letteraria, in questo caso meglio definibile come fiction per la sua stretta parentela con produzioni televisive o cinematografiche. Non per caso anche un grande regista come Ridley Scott è stato a Roma in questo periodo per una fiction, appunto, dal titolo inequivocabile: “The Vatican” e il papa ha assunto il volto di un attore di livello come Bruno Ganz.

Ma non va dimenticato che la questione Dan Brown fu presa, solo qualche anno fa, molto sul serio in Vaticano. Nel dicembre del 2011, durante la prima predica del periodo dell’Avvento, il predicatore della Casa pontificia, padre Raniero Cantalamessa, sentì il bisogno di precisare: «Affermazioni come quelle di Dan Brown nel romanzo Il codice da Vinci e di altri divulgatori, secondo cui sarebbe stato Costantino, per motivi personali, a trasformare, con il suo editto di tolleranza e con il concilio di Nicea, un’oscura setta religiosa giudaica nella religione dell’impero, si fondano su una totale ignoranza di ciò che precedette tali eventi».

Dietro questi interventi s’intravede una paura reale: che la parola, cioè l’annuncio del Vangelo, non sia più compresa dall’uomo moderno. Un timore che non sembra fare fino in fondo i conti, però, con la retorica ecclesiale degli ultimi decenni, con il suo insistere su una visione ridondante di aggettivi e poco aperta in realtà ai dubbi e alle questioni dell’oggi. Senza contare una certa rigidità nel voler riaffermare una dottrina sempre meno compresa e condivisa dai fedeli in certi suoi aspetti e tanto più ribadita in modo forse fin troppo stentoreo dai pulpiti.

Se Ratzinger ha provato a rompere questo schema scrivendo libri di teologia che volevano essere divulgativi ma che in realtà restavano per addetti ai lavori, Francesco ha inaugurato una fase nuova. Attraverso i “buongiorno” e i “buon pranzo”, pronunciati dalla finestra su piazza San Pietro, il Papa ha provato a restituire alla parola il suo significato elementare, diretto, spogliandolo di sovrastrutture retoriche. E così ha continuato a fare con quel suo andamento discorsivo, quell’interrompersi e fare esclamazioni che appartengono al “parlato” di tutti.

La tenerezza, la misericordia, la sofferenza o l’allegria, sono concetti tornati nel magistero di Bergoglio al loro significato originario, e così la riflessione su una Chiesa che deve rinunciare al potere, al denaro, al successo, al carrierismo, viene spiegata senza ricorrere per forza ai padri della Chiesa ma raccogliendo una richiesta presente ormai da tempo nel sentire diffuso del popolo di Dio. Tanto più questa svolta ha avuto valore quanto l’ultima stagione del Vaticano ha visto un fiorire di complotti e colpi bassi degni, per l’appunto, di Dan Brown. Infine le stesse immagini dei due papi diffuse dallo stesso Vaticano, costituiscono il tentativo di demistificare il mistero che circonda l’istituzione.

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