La Coppa America cerca di sfuggire alla sua maledizione

Il via a San Francisco il 7 luglio

Ci voleva il morto, a meno di due mesi dal via, per capire che la Coppa America – la Regata per eccellenza – avesse preso una gran brutta piega. L’incidente mortale occorso a Bart Simpson, campione inglese e non certo un pivello, ha scatenato inevitabili polemiche e dato forza a quanti sostengono che si stia andando incontro alla rovina.

La manifestazione che inizierà il 7 luglio a San Francisco è ben lontana dal sogno degli organizzatori che nel particolare caso della Coppa America è il defender, ossia Team Oracle del magnate Larry Ellison e del suo braccio destro Russell Coutts. A darsi battaglia per la Louis Vuitton Cup che garantisce l’accesso allo scontro finale ci saranno solo tre sfidanti Emirates Team New Zealand, Artemis Racing (il team svedese a cui apparteneva il povero Simpson) e Luna Rossa Challenge.

L’incidente ha evidenziato non tanto la pericolosità delle barche – i maxi catamarani AC72 – ma l’inefficienza del “sistema”: la vela è pratica antichissima ma giovane come sport. In poche edizioni si è passati da veloci e sicuri monoscafi a velocissimi e insicuri multiscafi: più in nome dello spettacolo che del business, visti che i numeri dei partecipanti sono scesi al minimo garantito. Se i fratellini AC45 – quelli che hanno regatato a Napoli – sono già impegnativi, gli AC72 sono dei veri mostri da regata: lunghi 22 metri e larghi 14, con un albero di 40 metri sull’acqua e tanta vela da coprire due campi da tennis abbondanti. Gli undici uomini d’equipaggio hanno in mano un missile che in un test ha toccato 50 nodi, 90 km/h che per la vela sono qualcosa di incredibile. 

Il problema è che, mentre queste velocità si addicono ai tentativi di record sulle circumnavigazioni, qui si regata uno contro l’altro, nel cosiddetto match-race: un crash tra le due barche fa pensare realmente al rischio di una strage tra i velisti che – per quanto bardati con caschi, corpetti e bomboletta d’ossigeno – restano più che mai esposti. Come fare, in attesa che l’inevitabile commissione d’inchiesta si pronunzi? Rinviare l’evento? Per carità, già parte mezzo sfigato: meglio svolgerlo e poi si ragiona. Correrlo con i meno rischiosi AC45? Sarebbe un mezzo disastro economico per chi ha fatto costruire gli AC72 e gli organizzatori che sicuramente si beccherebbero azioni legali a non finire? Porre dei limiti per le regate? Ecco qui forse c’è un margine di ragionamento, come ha sottolineato Patrizio Bertelli che è volato subito oltreoceano a fare la voce grossa.

Al di là di aver richiesto maggiori dotazioni di sicurezza individuali per i velisti e una migliore gestione delle eventuali emergenze in mare (medici, paramedici, elicottero: punto debole nell’incidente di Artemis), ha invitato seriamente ad abbassare i limiti massimi di vento per le regate: 20 nodi per la Louis Vuitton Cup, circa 25 per l’America’s Cup. Nel caso in cui questo limite è superato allo start di 2 nodi, si va tutti a casa. Ora è inutile annullarsi nel lutto, gli sport della velocità – compreso lo sci, se ci pensate – contemplano il rischio e a volte si esaltano per questo.

Bisogna invece trovare la forza per rivedere il sistema nel miglior modo possibile, a pochi giorni dalla prima regata: nel senso che una volta resisi conto drammaticamente che la vela di Coppa America è qualcosa di molto diverso a quella del nostro DNA: Azzurra, Il Moro di Venezia, Cayard, la prima Luna Rossa, De Angelis e via dicendo. Può entusiasmare o fare schifo ma è obbligatorio che si regati pensando alle peggiori eventualità e non lasciando tutto al caso. Perché un margine di sfiga c’è e ci sarà sempre. «Con barche così veloci, se non hai fortuna non esci vivo da incidenti come quello di Artemis». Parola di Giovanni Soldini.