Viva la FifaL’importanza (finalmente) di chiamarsi Arjen Robben

L'eterno secondo centra la Champions League al terzo tentativo

Guardatela, l’esultanza di Arjen Robben di ieri sera. Guardatela bene. Guardatela e capirete un sacco di cose.

Eccolo lì, ne ha sbagliato un altro. Sempre così, Arjen Robben. Quando arriva il grande momento, le ginocchia gli diventano di ricotta. Da giocatore di grande tecnica, si trasforma in un mediocre ragazzetto dei giardinetti che scivola di fronte alla porta vuota e manca la palla. Ci sono i grandi e i grandissimi. I primi sono quelli con grandi piedi ma piccole bacheche. I secondi hanno tutto di grande, di grandissimo. Compresa la freddezza nei momenti chiave.

A Robben tutto comincia ad andare storto nel 2010. Di lui si dicono e si vedono grandi cose. Matura nel Chelsea, prova ad entrare nell’Olimpo nel Real Madrid ma becca un periodo sfortunato di tutta la squadra, così va al Bayern per consacrarsi. Monaco non è la Madrid dei lustrini e dei Galacticos, qui si fanno pochi proclami e si lavora sodo. I tedeschi arrivano in finale di Champions League, ma non è il momento di alzare il trofeo: tocca all’Inter del triplete. Arjen fa una buona gara, non è colpa sua. Pazienza, succede.

Un paio di mesi dopo, con la sua Olanda, va in finale al Mondiale contro la Spagna. Gli Oranje hanno centrato due finali perdendole, stavolta non possono fallire. A pochi minuti dal termine, sullo 0-0, Robben è solo davanti a Casillas: palla fuori. Stavolta sì, è anche colpa sua. Prosegue la maledizione olandese, comincia quella personalissima di Robben.
 

Perché la Dea Eupalla, quella capricciosa, non ha smesso di accanirsi con l’ala olandese. Gli dona i piedi, non la freddezza: il peggio, per un calciatore. Nel 2011, contro il Borussia nello scontro diretto per la Bundesliga, sbaglia un rigore: sono i gialloneri a vincere il Meisterschale. Su Robben cominciano a diffondersi le voci più disparate: non ha la testa, non è un fenomeno, porta sfortuna.
 

Voci che aumentano quando a fargli da cassa di risonanza ci si mette la finale di Champions del 2012. Si gioca in casa del Bayern, non si può fallire. E invece ai supplementari, dal dischetto, Robben sbaglia ancora. La Coppa la vince il Chelsea, proprio dove giocava Arjen. Un dramma. L’Olandese diventa l’eterno secondo.
 

Poi la Dea Eupalla si stufa e decide che è arrivato anche per Robben il momento di vincere qualcosa. E lo ripaga nel migliore dei modi. In finale di Champions, proprio contro quel Borussia Dortmund. Si mangia un paio di gol, sparandone uno in faccia a Weidenfeller, così, giusto per far gongolare i suoi detrattori sulle tribune di Wembley. Poi si inventa un grande assist per Mandzukic. Stavolta ha fattio la cosa giusta. Stavolta non l’ha tirata alta, o in bocca al portiere. Ha avuto la freddezza e l’intelligenza di darla a un compagno. Ti faccio l’assist io, non faccio gol, basta che ci portiamo a casa sta coppa maledetta. E maledetta lo sembra ancora, quando il compagno Dante abbatte un avversario in area. Dal dischetto va Gundogan, che in Europa non ha mai fatto gol. E fa gol.

«Adesso è il momento», diceva Beppe Bergomi ai microfoni di Sky prima della finale mondiale del 2006. Adesso, sì. Il Borussia cala fisicamente, i rossi del Bayern sono dei panzer che restano in piedi e cominciano a produrre gioco. Ma serve il colpo del campione, per stendere una difesa avversaria che ad ogni avanzata rischia di imbarcare acqua. Mancano due minuti alla fine, quando Ribery (un altro sul quale si potrebbe scrivere un libro…) di tacco libera un giocatore che come una lama nel burro si conficca nell’area giallonera. Sì, è Robben. Con un dribbling al fulmicotone salta un avversario. Si trova da solo davanti al portiere e lo supera in controtempo. Lo fa con un tocco morbido, come se volesse gustarsi il momento in cui quel pallone entrerà e dara la coppa al Bayern, a lui. Poi non ce la fa più e quando il pallone non è ancora dentro si fionda ad esultare davanti a quel pubblico in mezzo al quale in molti lo ritenevano un portasfortuna.

Guardate l’esultanza di Robben. Guardatela bene. Capito, ora?


Twitter: @aleoliva_84

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