Maledetto ’68, per il Vaticano qui muore la famiglia

Temi etici e famiglia si mescolano a Playboy e omosessualità

Che cosa hanno in comune il fondatore di Playboy Hugh Hefner, Sigmund Freud e la grande antropologa Margaret Mead? Semplice, essere stati fautori e precursori, magari non del tutto volontari, della rivoluzione sessuale esplosa nel 1968, a sostegno dei movimenti femministi, e nemica giurata della famiglia tradizionale.

L’utopia liberatrice di quella stagione non si è però realizzata. Ad esempio, la prostituzione non è sparita, nonostante fra i teorici di quei movimenti vi fosse chi ne preconizzava il graduale superamento, proprio il progressivo venir meno delle costrizioni e proibizioni sessuali. Non solo: la sessualità “ludica” è antinaturale – perché separa il sesso dalla riproduzione – e le richieste dei gay in merito al riconoscimento dei matrimoni omosessuali e adottare figli, non appartengono alla sfera dei diritti.

Quest’insieme di teorie sono state esposte dall’Osservatore romano in un lungo articolo di Lucetta Scaraffia; nel pezzo si prova a spiegare come la mitica “rivoluzione sessuale” sia in realtà fallita ma il suo influsso sarebbe talmente potente ancor oggi che nessuno ha il coraggio di dirlo. La Scaraffia è una delle firme di punta dell’Osservatore romano posto sotto la guida di Gian Maria Vian, la cui direzione è iniziata durante il pontificato di Ratzinger e la Segreteria di Stato del cardinale Tarcisio Bertone.

Fra gli obiettivi della nuova gestione c’era l’idea di rinnovare profondamente, con aperture a dibattiti legati alla cultura contemporanea, ai fenomeni di costume, alla polemica storica e sociale, senza ovviamente tralasciare l’informazione relativa alla Santa Sede. L’operazione in buona parte è riuscita: l’Osservatore ha parlato di cinema, arte, letteratura, poesia, fatti di cronaca con una certa disinvoltura, è apparso meno imbalsamato, ha provato a sostenere un pontificato non facile da difendere come quello di Benedetto XVI.

Tuttavia dietro una modernizzazione dei linguaggi ha mantenuto un’ortodossia nella sostanza e una visione tradizionalista (peraltro corrispondente a quella della Chiesa degli ultimi anni). I temi legati alla sessualità sono stati fra i fattori chiave di questa operazione. Da molto tempo l’Osservatore romano è impegnato a polemizzare e contrastare le cosiddette politiche di genere, soprattutto nei dibattiti in ambito internazionale seguendo, in questo, una linea ben precisa affermata dalla Santa Sede che attaccava frontalmente, attraverso i suoi osservatori alle Nazioni Unite (a New York come a Ginevra), ogni ipotesi di codificazione di nuovi diritti che facesse riferimento al “gender” cioè all’orientamento sessuale dell’individuo.

Il motivo di tale negazione era in realtà assai semplice: esistono solo due generi in natura, ha sostenuto sempre il Vaticano, maschio e femmina, tutto il resto è artificio. In tal modo, tuttavia, veniva negata ogni complessità della natura umana, respinto un ragionamento più approfondito sull’omosessualità, si negava l’esistenza dei transessuali e via dicendo. Le battaglie in questo senso condotte dalla Santa Sede e sostenute dall’Osservatore non hanno avuto un grande successo, e puntualmente tale minorità è stata attribuita dai sacri palazzi alle élites dominanti, alle lobby liberali ultraliberali o socialiste (dimenticando però quei leader cattolici non in linea con le indicazioni provenienti da Roma).

La posizione del Vaticano si può riassumere in questo modo: dal 1968 in poi è iniziata una costante destrutturazione dei canoni tradizionali della sessualità e della famiglia che sta portando allo scompaginamento del nucleo familiare tradizionale. L’assioma, va però sottolineato, ha scarso riscontro nella realtà statistica (i Paesi che hanno regolarizzato le nozze omosessuali sono quelli in cui la famiglia eterosessuale è più in crisi? L’istituzione del divorzio è causa del declino dei matrimoni?). Di questa impostazione è stata firma di punta sul giornale della Santa Sede Lucetta Scaraffia, ex femminista, oggi in forze al pensiero cattolico conservatore, che cerca di restituire con competenza e abbondanti riferimenti culturali un’identità coerente a tale visione. Del resto tale battaglia è poi ideologicamente legata a temi come l’aborto, la fecondazione assistita, il femminismo inteso come forma di “autodeterminazione” (parola detestata Oltretevere): insomma un’insieme di questioni etiche e bioetiche intrecciate fra loro. Su questa linea, per altro, si è distinta la presenza della Chiesa (particolarmente in Italia ma in occidente in generale) negli ultimi anni. S’intravede dietro tutta la vicenda però anche un timore certamente presente fra le preoccupazioni vaticane: la progressiva perdita di presa sulla realtà delle gerarchie ecclesiali.

Secondo l’Osservatore, il pensiero nato intorno al ’68 serviva fra l’altro a giustificare «operazioni come quella di Hugh Hefner, l’inventore di Playboy, il magazine che mescolava immagini femminili erotiche con ottimi articoli scritti da intellettuali maschi, e che si diffuse rapidamente in tutto il mondo, e film che cominciavano a offrire esempi di “coraggiosi” che violavano le regole tradizionali e trovavano la felicità». «Si prospettava così – prosegue il quotidiano della Santa Sede – un attacco culturale a quella che è l’istituzione che ha sostenuto e difeso queste regole, la famiglia, e in particolare l’autorità esercitata dalle generazioni più anziane sui giovani, dai maschi sulle donne».

L’utopia della liberazione però falliva, il consumismo sessuale s’ingigantiva a dismisura sia nei rapporti privati che nel marcato della prostituzione: «Tutte le forme di utopia – afferma la Scaraffia – che hanno segnato la trasformazione del legame matrimoniale fra Ottocento e Novecento hanno promesso la fine della prostituzione, cosa del resto annunciata anche dalla rivoluzione socialista. Oggi però dobbiamo ammettere che il crescente numero di prostitute/i nelle strade delle nostre città e dei nostri Paesi costituisce la prova evidente del fallimento di queste utopie. Ma nessuno pare prenderne atto, e la rivoluzione sessuale gode ancora, sorprendentemente, di buona stampa».

Obiettivo dell’affondo sembra essere però, ancora una volta, il matrimonio omosessuale e il sesso come piacere svincolato dalla riproduzione: «La sessualità desiderata è quella ludica, senza rischi e responsabilità, una sessualità che necessariamente si colloca al di fuori della famiglia e, in fondo, anche al di fuori del rapporto eterosessuale». Così, «a guardar bene sono solo i gay a realizzare, senza supporti biotecnologici, l’obiettivo desiderato. È in questa rivalutazione del sesso senza riproduzione che si colloca l’accettazione della sessualità omosessuale, e la tendenza alla promiscuità anche da parte di persone che non si definiscono omosessuali. Se non si vede più la differenza, perché entrambe le sessualità escludono la riproduzione, diventa facile considerarle e praticarle allo stesso modo».

A partire dal dibattito svoltosi in Francia sulla legge relativa ai matrimoni omosessuali, in un’intervista al sito Vaticaninsider, Frederic Lenoir, direttore di “Le monde des religions”, affermava fra l’altro: «Il retroscena di questi dibattiti sul matrimonio esteso a tutti è che la concezione tradizionale del matrimonio è completamente rimessa in discussione: un uomo sposa una donna per avere dei figli. La rivoluzione dei diritti individuali, avviata in Europa nel XVII secolo, ha anteposto le aspirazioni dei singoli alle leggi di natura, e le religioni, che si fondano tutte sulla legge di natura, non possono che essere sempre più spiazzate all’interno di società che definirei piuttosto “ultra moderne” che “post moderne”».

Insomma. è ben prima del ’68 – vero spauracchio indicato anche da Ratzinger come big bang del relativismo etico – che i problemi iniziano per la Chiesa e prima ancora di Freud l’aveva spiegato forse meglio madame Bovary. È la nascita della società borghese tout-court a cambiare il volto dell’Europa e delle sue culture, e di certo la rivoluzione francese con l’affermazione dei diritti dell’uomo. E la stessa condizione femminile, di conseguenza, cambia radicalmente: è la protagonista di “Una vita” di Guy de Maupassant (il romanzo è del 1883) a mostrarcelo, consumata in un matrimonio arido e violento di cui si comincia a vedere anche l’elemento oppressivo. E ancora in epoca moderna un grande scrittore cattolico, Francois Mauriac in Thérese Desqueyroux (1926), descrive un matrimonio talmente soffocante e insopportabile nelle sue convenzioni borghesi che la protagonista proverà ad avvelenare il marito per ribellarsi.

Su un piano più generale sembra che la Chiesa faccia ancora fatica a misurarsi però con l’altra faccia del ’68 e dintorni, cioè con quell’emancipazione femminile sempre sul punto di essere tradita da continui salti indietro nel tempo. Il divorzio resta una legge osteggiata dalla Chiesa, il dibattito su una sessualità responsabile attraverso l’uso dei contraccettivi, un po’ incredibilmente, fa ancora fatica ad essere accettato dalla Chiesa-istituzione, mentre i profilattici sono ampiamente tollerati quando non consigliati da missionari, preti, suore e religiosi in tutto il mondo – creando fra l’altro una pericolosa condizione di doppia morale.

E ancora: nella stagione dei femminicidi, sembra che la rivoluzione sessuale, l’accettazione della libertà dell’altro/a, la fine di una relazione d’amore (e non per forza con finalità riproduttive) siano tragicamente rifiutati. In questo contesto si colloca dunque l’elezione di un Papa che dovrà confrontarsi con queste ed altre questioni aperte almeno da quando Paolo VI firmò la famosa enciclica “Humane Vitae” (luglio 1968), un testo nel quale si riaffermavano i principi fondamentali della dottrina in materia sessuale suscitando dibattiti, proteste e consensi.  

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