La City dei TartariPoche ricette (semplici) per fare del Pd un partito

L’opinione di Cosimo Pacciani

Quand’ero bambino, mia nonna mi faceva mangiare una specialità fiorentina, il cervello fritto, dicendo che era cavolfiore. La sua cucina, seppur moderna all’ultimo grido, era sempre ornata da conigli appesi a frollare, budella di maiale a bollire nel finocchio selvatico e il pane veniva fatto inrancidire per la ribollita. Nella parte di Toscana da cui vengo amiamo le frattaglie. Quando andate a Firenze e chiedete la “bistecca”, fate subito capire che non avete studiato, che siete dei massimalisti. Noi siamo per il Cibreo, per i siccioli, le zuppe di avanzi, per tirar fuori anche da una fetta di pane secco e dei fagioli un capolavoro che si chiama zuppa lombarda. Anche dalle macerie di un partito come il Pd, sembra che la corrente degli Arnisti (fra Arezzo e Pisa) potrebbe essere quella vincente, perché sa usarne le componenti per costruire qualcosa di nuovo, forse non necessariamente idealista, ma sicuramente pratico. Sempre che si tratti di cervello fritto e non di cavolfiore, o viceversa.

In questa dispensa fra il vintage ed il minimalista che è la sinistra italiana, forse è giunto il momento di far cadere le finzioni e provare a reinventare le ricette, anzi, porsi i veri problemi dell’oggi, piuttosto che ostinarsi con risolvere quelli di venti anni fa, quando gli stessi attori politici che ancora si mettono in coda all’assemblea per parlare, devono dire la loro. O, come altri che, venti anni fa, erano indefessi sostenitori del Grande Puffo ma parlano e scrivono come se avessero fatto il congresso di Livorno. Il futuro si costruisce con il presente ma è anche facile ostruirlo con il passato. Ci vuole immaginazione ed innovazione. Ed una provocazione fondamentale come quella di immaginarsi mondi implausibili all’inizio, poi improvvisamente possibili.

Cosa farei io, se fossi un candidato alla segreteria del Pd o di una qualsiasi coalizione di centro-sinistra (con l’accento sul trattino, su quell’area fra un riformismo semitradizionalista ed un’iconoclastia mediamente serena) e se avessi già un network, una rete di comitati e contatti a livello nazionale e internazionale? Lancerei non tanto l’OpenPd, che fa troppo YouDem, YoungDem, ProgRockDem, ma un programma di “crowdpolicing”. Attenzione, parlo di “policies”, ovvero le politiche, che non nascano come funzione della “politica”, ma, al contrario, di una dialettica di identificazione delle azioni necessarie, a livello locale, specifico, che poi possano diventare esempi a livello nazionale o continentale, o che aiutino la formulazione di una lista di priorità del paese. L’esperimento grillino è nato come un’idea generale di denuncia, rabbiosa e dolente, dello spreco e della corruzione, ma come una coperta che ha coperto tutto e dove i partecipanti sono ridotti a ruolo di comparse silenziose. Nella destra e nella sinistra, hanno prevalso troppo spesso le personalità ed il dibattito si è schiacciato sulla fotogenia o sulla consistenza dell’oratoria (e.g. la noia) di un candidato o di un segretario, verso le capacità di attrarre talento e di risolvere problemi.

In Italia, esiste lo spazio in Italia per una riforma della sinistra sociale italiana (ed europea) che riparta dal locale, dal dettaglio, un approccio riformista alla sussidiarietà. Come ha fatto nel Regno Unito David Miliband, quando, nel 2011, ha lanciato l’iniziativa di Movement for Change. L’approccio è semplice, le comunità si mettono insieme, radunando non solo persone, membri del partito, ma tutti gli aventi causa, gli “stakeholders”, per risolvere un problema piccolo, locale, o per lanciare campagne che poi si possano propagare attraverso il paese, come quella per il salario minimo o il credito a condizioni favorevoli. L’organizzazione centrale mette a disposizione le competenze, la capacità tecnica e raduna le esperienze simili. Di fatto, Movement for Change mappa sul territorio cosa sta a cuore alla base dei Labour, alle famiglie che vedono le scuole chiudere, ai lavori pubblici che sono considerati vitali dalla popolazione.

La sinistra italiana deve uscire dal giardino dei “piaceri proletari”, da quell’impressione che si abbia ancora a che fare con una classe di operai e contadini che vogliono emanciparsi dai latifondisti, piuttosto che con una classe media che, invece, ha visto eliminati molti dei vantaggi e delle conquiste degli ultimi trenta, quaranta anni ed ora insegue le mille chimere di chi urla giustizia, libertà, disgusto senza una direzione. Un esercizio attivo della politica di ridefinire le sue politiche (mi si perdoni la ripetizione) avviene ascoltando, sentendo cosa vogliono le persone o, ancora in maniera più rivoluzionaria, delegando ancora di più, oltre alle primarie, alle basi degli elettori la scelta non solo del candidato locale, ma anche delle politiche nazionali. Un movimento così costruito (lo definisco movimento, per includere anche le anime laterali, come Sel) avrà bisogno di una struttura centrale molto ben educata, esperta delle materie che, ricomponendosi, passano dalle infrastrutture locali di Grosseto fino al piano nazionale.

Definisco questa idea il Crowd Policing, perché sarà la massa critica del consenso popolare, delle persone sul territorio, a determinare la nascita di un comitato spontaneo, temporaneo, o, magari, inserito nel lavoro dei comitati dei candidati delle Primarie, dei Circoli Pd. Gruppi di persone, non folle, attenzione. Persone con senso critico, pratico, che vogliono risolvere un problema specifico o vedono nello stesso un carattere di universalità che val la pena di elevare, di portare a Roma, Bruxelles, Katmandu.

In aggiunta, questi comitati potrebbero usare le tecniche del Crowd Funding, che sono nate proprio per finanziare progetti ad alto valore sociale, ambientale (e politico), per raccogliere fondi e prendere, per quanto possibile, anche la responsabilità finanziaria del loro destino. Penso a teatri o musei che stanno per chiudere, a radio private che non hanno soldi a causa della crisi per continuare a lavorare, fino ad iniziative dove nei vari comitati possano essere coinvolti sponsor più importanti, come istituzioni finanziarie locali, associazioni di categoria, fondazioni. Crowd Funding for Policies, lo definirei. perché la politica, come dice un caro amico, si fa anche mettendo la mano al portafoglio e prendendosi un rischio anche finanziario. Senza che diventi una forma di corruttela, ma di compartecipazione pubblica, controllata e chiara, al futuro delle comunità in cui viviamo. è come una scoperta dell’anti-sussidiarietà. I comitati di cittadini indicano la strada al governo. Non si tratta di surrogare servizi che il settore pubblico non riesce a fornire nella stessa capillarità, ma di cominciare a modellare un mondo, un paese, dove siano poi i policy maker, chi siede nei governi locali e nazionali a seguire. La carriera politica sarà decisa allora dalla capacità di rappresentatività di un individuo, piuttosto che dal clientelismo. A termine od al costo di dover rinnovare continuamente la propria agenda di politiche, azioni, progetti.

Appartenere ad una comunità, ad un paese, anche remotamente, come accade per me e gli amici che abitano fuori dall’Italia, è come avere un po’ di rischio equity in tasca. Non se ne esce se non si reinveste, pagando le tasse, seguendo le leggi, ma, soprattutto, rivestendo quell’appartenenza di stimoli nuovi. La sinistra dei miei sogni è quella che un amico definiva come il ’luogo che considera il futuro la sua casa e, per raggiungere questo obiettivo, si tratta ora di dare fiducia al popolo, alla base spesso dimenticata, e lasciar loro decidere se vogliono il cervello fritto. No, non è cavolfiore.

“L’unica possibilità e la condizione pregiudiziale di una ricostruzione stanno proprio in questo: che una buona volta le persone coscienti e oneste si persuadano che non è conforme al vantaggio proprio, restare assenti dalla vita politica e lasciare quindi libero il campo alle rovinose esperienze dei disonesti e degli avventurieri” (Giuseppe Dossetti)
 

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Stato Sociale – Mi sono rotto il ca[..]o

The Savages – City’s Full

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