Roma, Bologna e Ancona: tremano le Capitali a 5 Stelle

Si avvicinano le elezioni Comunali

La partita delle amministrative si avvicina e il Movimento 5 Stelle è chiamato alla doppia sfida di testare il gradimento dei grillini a Palazzo e rosicchiare nuove giunte in giro per la Penisola. Tra le città al voto primeggia Roma dove i pentastellati, già divisi in due correnti locali, scontano la poca visibilità del proprio candidato e un crollo nei sondaggi: dal 28% delle politiche al 15% degli ultimi giorni. Se non è un dimezzamento, poco ci manca. Per correre ai ripari, un referendum interno ha permesso a Marcello De Vito di incrementare la propria presenza tv in attesa dell’evento finale con Grillo a Piazza del Popolo.

Dopo Roma e prima di Brescia, tra le big al voto c’è Ancona. Il capoluogo marchigiano gioca il ruolo della Stalingrado a Cinque Stelle: qui a febbraio il Movimento accarezzò la soglia del 30% confermando l’exploit grillino nelle Marche (32%), regione storicamente rossa. Con lo tsunami stellato però, al Conero sono piombati i problemi di governance interna ed equilibrio tra le correnti, un po’ come avviene nei partiti dei grandi. Quella che all’inizio sembrava essere normale dialettica, si è trasformata in una faida che sta logorando le forze del Movimento anconetano, oltre a comprometterne il serbatoio elettorale in vista delle amministrative.

Pomo della discordia è il candidato sindaco, con annessa gestione del Movimento locale. Andrea Quattrini è stato benedetto da Grillo e Casaleggio ma non dalla base. Gli attivisti sostengono che il suo sia «un nome imposto dall’alto», lamentano l’assenza di primarie e gli contestano di aver tradito lo spirito dei Cinque Stelle per la trasparenza violata con riunioni segrete e cerchi magici. Ad appesantire il contesto si aggiunge il precedente delle amministrative 2009, quando il M5s entro al Comune con il 4,9% dei voti ed elesse un consigliere che, secondo il regolamento allora stabilito, avrebbe dovuto ruotare semestralmente.

Quattrini non ha rispettato la turnazioni, restando in poltrona fino alla fine del mandato e aprendo una faglia nel tessuto attivo del Movimento, forte di 367 firme raccolte contro di lui. La mobilitazione trasversale, dal web alla piazza passando per la stampa locale, ha chiesto invano le primarie e vede un capofila di peso: Mauro Gallegati. Già candidato sindaco nel 2009, Gallegati non è un dissidente qualunque, ma il consigliere economico di Beppe Grillo, a cui ha pure presentato il Nobel Joseph Stiglitz. Ordinario di economia politica, è l’autore di una parte del programma del Movimento e coltiva un rapporto personale con il leader genovese.

Contattato da Linkiesta, Gallegati accetta di fare il punto sul naufragio marchigiano. «Quattrini è stato votato dalle venti persone con cui in questi tre anni ha fatto riunioni segrete. Dopodiché ha comunicato allo Staff che la base lo aveva scelto candidato sindaco». Eppure «ad Ancona Quattrini non ha mai fatto riunioni pubbliche nè aperto alla partecipazione». Senza contare che l’aspirante sindaco «ha chiuso il forum e il meetup». Le istanze del prof e degli attivisti sono rimaste fuori dal portone della Casaleggio Associati: «lo Staff dice che le questioni locali vanno risolte a livello locale. Ma quando il regolamento non viene rispettato – chiosa Gallegati – bisogna intervenire».

D’altronde nella città dorica la situazione è in maretta da mesi, tanto che, nonostante i numeri lusinghieri di febbraio, «alle politiche Ancona non aveva nemmeno un candidato per il Parlamento, la gente si è tirata indietro contro la gestione Quattrini». Nonostante la discesa di Grillo in città, oggi lo spettro è quello di un flop elettorale con i voti in fuga di centinaia di attivisti, che Quattrini non lo voterebbero «neanche se fosse l’ultimo candidato rimasto». «Ad Ancona – spiega Gallegati – c’era l’opportunità di vincere a mani basse e ora corriamo il rischio di rovinare tutto».

La guerra di bande si fa sentire anche a Bologna, altra capitale del Grillismo, pioniera delle liste a cinque stelle e incubatrice dei dissidenti Favia-Salsi. Sotto le Torri non si va al voto ma le acque restano agitate. Dopo la wikileaks tra fazioni e i dibattiti sulla democrazia interna degenerati in guerra, ora il Movimento è in mano al consigliere comunale Massimo Bugani e a Serena Saetti, padrona del Meetup e moglie di Nicola Virzì detto Nik Il Nero, ieri camionista oggi videomaker del M5s al Senato. «Bologna era la culla del M5s in Italia mentre oggi ha registrato una delle percentuali più basse, questo è il risultato della gestione locale», ricorda Giovanni Favia a Linkiesta. I dati delle ultime politiche parlano chiaro: a Bologna i grillini hanno raccolto il 22%, contro il 28% di Parma e il 30% di Rimini.

L’allarme arriva dalla base. Sempre più spesso nelle realtà locali si verificano casi di capibastone che, beneficiando di sponde nello staff nazionale, prendono in mano il Movimento in qualità di plenipotenziari davanti alle rimostranze degli attivisti. «Non basta dire che uno vale vale uno», ripetono in molti. «Se non si pongono regole precise e non si valuta periodicamente l’operato delle persone – spiega il professor Gallegati – il rischio è che il caso Ancona si diffonda anche in altre città, oltre all’Emilia. Sarebbe ora di buttare via l’acqua sporca ma non il bambino, bisogna salvare il Movimento».

Twitter: @MarcoFattorini

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