Solženicyn jr: “Io, mio padre e l’America”

In libreria in Italia tre racconti inediti dell’autore di “Arcipelago Gulag”

Stepàn Aleksandrovič Solženìcyn ha 39 anni, gli occhi molto azzurri, la fede al dito, e un biglietto da visita bifronte: in inglese e in russo. Si legge che è “principal” nella sede moscovita della McKinsey&Company, la più attempata multinazionale di consulenza e direzione. È nato a Mosca nell’anno ancora sovietico 1973, è diventato grande negli Stati Uniti, si è laureato al Mit di Boston, ha due fratelli maggiori di pochi anni, e un cognome che quasi mezzo secolo fa si rivelava al mondo come l’antitesi russa all’Urss, e che in Italia veniva comunemente scandito sbagliando l’accento sulla “e”: “Solzénitsyn”. Essendo oggi russo e americano (con due passaporti) e figlio di Aleksandr Isaevič Solženicyn, ma non facendo di mestiere lo scrittore, Stepàn dà l’impressione di avere calibrato per forza di cose i caratteri di due lingue da superpotenza e un destino raddoppiato: diventare se stesso crescendo con suo padre, ed esserne uno degli interpreti, e dei curatori, più naturali. Un seguito di storia, e un compito, simbolici, morali, nazionali, affettivi, oltre che letterari. A Torino, nel serraglio dell’ormai concluso Salone del Libro, dove notoriamente la scelta di chi andare ad ascoltare può interrompere ritmi ciondolanti, Stepàn Solženicyn ha tenuto un banco compatto: ospite di Jaca Book, affiancato da una specie di società di ferratissimi interpreti-traduttori (Sarah Cuminetti, Anna Zafesova, Sergio Rapetti), ha parlato prima in inglese, poi in russo, poi ancora in inglese. Una sorta di vera storia, in due lingue salvate, di come siano nati Il primo cerchio, Una giornata di Ivan Denisovič, Arcipelago Gulag, Divisione cancro, di come si possa leggerli dentro l’intero arco della storia russo-sovietica, e anche di come un bambino moscovita, figlio di Aleksandr Solženicyn, sia diventato grande, ogni giorno e in esilio, all’Ovest, negli Stati Uniti (dove il padre visse dal 1974 al 1990), dentro al carattere degli americani. Per cui, a Stepàn, a tu per tu e in inglese, si può chiedere:

Al pensiero occidentale, americano in particolare, suo padre non ha risparmiato gli attacchi, anche frontali.
No, non erano attacchi, e non vanno letti così, tanto più oggi.

Ma ad Harvard, nel 1978, ha parlato di «una società che ha cessato di svilupparsi», di «uno status quo debilitante», di «un’intellighenzia che ha perso il suo carattere», di una società che concede all’individuo «libertà infinite con nessun fine che non sia la soddisfazione dei suoi capricci». Il tutto dentro a un discorso molto celebre, molto citato…
Di quel tenore, mio padre ha fatto notoriamente altri interventi, almeno una decina. Ed era come se parlasse sempre a un bambino, a un malinki garçon (un “bambino piccolo’, detto metà in russo e metà in francese, ndr). Avvertiva, o cercava di mettere in guardia. Ha detto all’America: datti una regolata, sei nel pieno di un titanic struggle. Non puoi continuare a fare lo spoilt child, il bambino viziato: così ti suicidi.

Era naturalmente un’altra America rispetto a quella di oggi.
Certamente. Era una società huge and conservative, con questi due caratteri rimasti stabili dalla sua nascita. C’era appena stato Nixon presidente. Ma era quella società, e quel Paese che sfidavano l’Unione Sovietica. Mio padre aveva una postazione privilegiata: quella di un non americano finito in un posto dove poteva liberamente lavorare. Cioè scrivere. Restando interamente russo, e dando ai propri figli una base interamente russa. Questa sua distanza dall’interno del Paese dove viveva, gli ha permesso quel tipo di lucidità di giudizio, quei punti di vista critici, ma in fondo anche protettivi. E questo restando grato agli Stati Uniti, e agli americani. Con i suoi vicini aveva rapporti quotidiani amichevoli, positivi. Forse non gli stessi che ha avuto ai party di New York, dov’era invitato.

Si può dire che suo padre abbia investito sull’America, anche pensando al futuro, ai suoi figli, a lei…
Sì, è stato proprio l’investimento di un padre. Anche se il prologo era l’essere indefettibilmente russi, parlando russo fra noi, e via dicendo. Poi, a me, è successa una cosa: l’America è diventata prima un posto reale – real place – poi una casa, home.

Stepàn Aleksandrovič è una persona chiara e gentile. Quando lo si saluta si fa a tempo a sapere da lui che in russo uno dei termini per definire un “apolide” è чужбина čužbìna («terra straniera»). Usato in particolare sotto Stalin con la peggiore delle intenzioni. Si fa anche tempo a precisare, insieme, che “cosmopolita” significa cittadino dell’universo, e non cittadino del mondo. Una specie di morale dell’incontro. La più vasta, e in avanti, possibile.

Aleksandr Solženicyn, L’uomo nuovo, Jaca Book, pagine 123, 10 euro

Jaca Book ha appena pubblicato L’Uomo nuovo, una raccolta di tre racconti di Solženicyn (Kislovodsk, 11 dicembre 1918 – Mosca, 3 agosto 2008) finora inediti in italiano, che ci riportano agli anni Venti del Novecento. I protagonisti sono personaggi sul cui entusiasmo e dedizione dovrebbero edificarsi il Mondo nuovo e l’Uomo nuovo preconizzati dalla dottrina e dalla propaganda sovietica. Il primo racconto narra la vicenda del professore severo e dell’allievo negato per gli studi ma che ha fatto strada nel nuovo assetto politico-poliziesco. Un allievo che riuscirà a indurre il docente a venire meno al suo dovere educativo, fino a farsi delatore di colleghi e amici. Il secondo riguarda due giovani donne e narra, per l’una come sia distruttiva la cieca violenza a cui si adatta per poter sopravvivere e ottenere vantaggi materiali; per l’altra, descrive l’eroismo e l’abnegazione di un’insegnante di lettere che cerca di trasmettere ai propri allievi contenuti morali ed eterni, nonostante i programmi scolastici sovietici: lei continuerà su questa strada pur sapendo di essere votata alla sconfitta. Il terzo racconto, infine, dipinge uno sconfitto senza speranza. È il ragazzo contadino, figlio di kulaki deportati che dal campo di lavoro forzato, dove sta morendo di fame, si rivolge a un “grande scrittore” con una richiesta di aiuto concreto. Lo scrittore di regime, “ingegnere di anime” si limita ad apprezzare la freschezza della lettera con la sua parlata popolare e si ripromette di utilizzarne qualche spunto nel suo prossimo romanzo. Qui l’abisso dell’umano è raggiunto.

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