«Sono nata in carcere e vi racconto l’Iran “fascista”»

Intervista con l’autrice di «L’albero dei fiori viola»

Un incontro in due tempi, a Torino, per scrutare la sostanza di trent’anni di vita iraniana, con una scrittrice iraniana di 29 anni che, per un destino non fortuito, è oggi una testimone indiretta, e unica (per come scrive e racconta), di come l’Iran repubblica islamica sia diventato uno Stato «totalitario fascista». Ma anche, e per questo, «un Paese in resistenza quotidiana, culturale, del pensiero». Sono definizioni precise e sue, di Sahar Delijani, che ha scritto L’albero dei fiori viola (Rizzoli), il suo primo libro – di una bellezza immediata – uscito da quel destino non casuale: Sahar è nata nel carcere teheraniano di Evin, figlia di iperacculturati oppositori al regime, con un padre ex studente di economia, una madre di origini irano-azere, uno zio, anche lui in prigione, e in seguito impiccato (dire “giustiziato” non rende giustizia né a lui né a tutti i suoi compagni di sorte).

Una famiglia di pensatori liberi, devoti a un’altra idea del loro Paese, e, per questo, resistenti, torchiati, ingabbiati, come migliaia di cittadini negli anni dell’Ayatollah supremo e trionfante, e tuttora nell’attualità invariata dei suoi epigoni. La Storia, o quella stessa sorte, che anche nei suoi tempi peggiori distribuisce ogni tanto inattese fuoriuscite, ha fatto in modo che la famiglia di Sahar (cioè lei, i genitori, e un fratello) potessero alla fine andarsene, negli Stati Uniti. Espulsi, ma salvi. Cresciuta a Berkeley, California, dai 12 anni in poi, Sahar è diventata un mazzo di qualità, di dati, e di caratteri: una ragazza iraniana nel mondo, una ragazza americana con molte storie in più della media americana, una recente ragazza italiana perché suo marito – conosciuto durante gli studi a Berkeley – è un semiologo italiano, di Lecce; una cittadina torinese perché la coppia vive a Torino, una creatura pluriglotta (inglese, farsi, italiano, un po’ di azero), una laureata in letterature comparate, una combattente con la chiarezza delle idee e con un magnifico scrivere per un Iran libero, e soprattutto un’autrice (di suo, tutto suo, ha poi anche una bellezza evidente, un po’ Louise Brooks, un po’ anni Venti).

L’albero dei fiori viola, scritto in inglese e presentato, con molta intensità e molto pubblico all’ultima edizione torinese del Salone del libro, è la storia traslata di Sahar, dei suoi, e di altre persone e personaggi inghiottiti dalla rivoluzione popolare, subito tradita, e poi pietrificata nella dittatura. E un racconto infinito dei «rilasciati che non hanno smesso di avere paura». O anche dei figli che devono scegliere «il perdono ai genitori che, per proteggere la loro vita in avanti, hanno taciuto la verità». Cioè, l’inferno della prigionia, della repressione, delle torture. È un gran libro di racconti-romanzo, di storia e di soste poetiche, dove alla “guerra” non segue mai la “pace”, ma dove risaltano come altorilievi, e nelle condizioni più infernali, i momenti dell’amore, del coraggio, della resistenza, della privatissima sensualità: quelli dove nessun fascismo riesce a mettere il becco, la benda, o il cappio. La qualità delle immagini, dei climi, delle istantanee è altissima. L’andatura di un carceriere è «un indifferente ciabattare di due piedi senza senso». A una vittima «lo sporco gli strisciava addosso». Il latte di Azar (una madre che ha appena partorito in prigione) «le colava sulla pancia. Latte orfano. Latte caldo, appiccicoso, nauseabondo». E subito dopo: «Una voce si levò nella cella. Una canzone tremante, che parlava di ricordi e di vite sradicate, fatte a pezzi. Non c’erano più alberi dentro di loro». L’intreccio di Leila e Ahmad: «Era nuda quando all’improvviso si rese conto con stupore di avere ancora il foulard in testa. Ahmad si alzò barcollando, sollevò una mano e le sciolse il nodo sotto il mento. Il velo le scivolò lungo le spalle e finì a terra. Era la prima volta che lui vedeva i suoi capelli». La notte della capitale, di quella Teheran del 1987: «La notte respirava intorno a loro senza rivelare nulla».

Nell’«era del testimone» (lunghissima, in corso, dalla voce e i libri di Primo Levi a oggi, e in ogni parte del mondo) la voce e il libro di Sahar Delijani hanno un carattere loro, di «testimonianza indiretta» ma totalmente legata al vissuto. Anzi, se ha ragione la psicoanalisi classica, al primissimo vissuto: si parla del racconto di una ex neonata in un carcere durissimo che dopo, a tappe anche sofferenti, ha voluto farsi dire, da sua madre soprattutto, la verità in assoluto, e i particolari di quella verità. Per poi scriverne, a disposizione del mondo. Per cui, sotto un magnanimo albero di un caffè del centro più bello di Torino, si puo’ chiederle:

Sahar, leggendo il suo libro, sentendola parlare, conoscendo la sua storia, sembra complicato riferirsi a una sua “patria”.
Forse parlare di patria non ha senso. Ma questo, in assoluto… Ormai ci sono parti della mia vita in diversi Paesi. In America, in Italia. Mi viene in mente, adesso, questo: ecco, quando sento musica iraniana o leggo poesia iraniana, una parte di me si sveglia, o si risveglia. Allora il termine “patria” significa cultura…

In musica si chiama “effetto eco”…
Una bella espressione. È così: un’eco culturale che diventa identificazione…

Lei scrive in inglese. Ma qual è la sua lingua salvata?
Anche se il mio inglese è, a tratti, migliore del mio farsi, ogni tanto mi sorprendo nel farsi, e subito dopo mi chiedo: che cosa vuol dire questo rientro naturale? Ma sono anche pieni di valore questi passaggi improvvisi. A casa parlavamo farsi, la lingua di mio padre, ma l’azero era ed è la lingua di mia madre. Una lingua in più. La capisco, e posso un po’ parlarla. E poi c’è l’italiano, la lingua di mio marito. E quindi un altro mio parlare…

Lei si sente in esilio?
No, non mi sono mai sentita così. Semmai sono una migrante, anche se adesso la mia vita è a Torino. E poi, dipende da quello che scrivo: la letteratura, lo scrivere, ti sposta, e poi ti riposiziona, e poi ti sposta di nuovo. Peraltro, posso andare in Iran, e anche i miei possono. Ci sono stata diverse volte…

Qual è, secondo lei, il cliché, il luogo comune occidentale più diffuso nei confronti dell’Iran?
Lo attaccano prevalentemente come Stato religioso, teocratico. Ma quello è un veicolo di potere. Nei fatti è un regime fascista, totalitario, e sono trent’anni che lo è. Totalitario nel senso più classico. Con tutti gli elementi più spaventosi: le esecuzioni, il controllo poliziesco, le prigioni piene di attivisti, avvocati, giornalisti, cittadini che si oppongono. Tuttora non sappiamo niente delle persone ammazzate nella repressione del 2009. La verità è questa: uno Stato fascista, da quasi due generazioni.

Ma anche una società che resiste, a tutti i livelli…
Una resistenza continua, quotidiana, da sempre. Una resistenza del pensiero…

E il consenso al regime di una parte di quella società?
Tutti gli Stati fascisti hanno goduto fino a un certo punto di un consenso generalizzato. Puntando su un paternalistico welfare. Finché può durare. Oggi il quadro è più che critico: il welfare si trova sommerso dall’inflazione, molto alta. Come la disoccupazione. Mancano le medicine, il cibo è molto caro. Si figuri: non c’è più il pollo, o è diventato carissimo. Il pollo! Un tempo Ahmadinejad girava le campagne distribuendo soldi, contanti, ai contadini. Adesso anche quella forma di carità fascista non c’è più. Certo, le sanzioni hanno contribuito, ma resta il fatto che questo governo fascista si è trovato totalmente impreparato ad affrontarle. Bisogna dire che l’occidente ha deciso le sanzioni essenzialmente contro l’atomica iraniana. Non per promuovere la democrazia. Anche la Birmania ha avuto le sue sanzioni, ma in quel caso il termine democrazia era ampiamente usato.

Nel suo libro i personaggi sono reali e traslati. Come in quasi tutta la letteratura. Mi viene in mente Lev Tolstoj quando scrive: “Ho perso il controllo su Anna Karenina, lei fa quello che vuole”. Quando si è accorta che i suoi personaggi erano diventati ‘grandi’, o liberi, anche rispetto a lei?
Ho raccontato cose accadute, di storia. Ma poi la storia, il vero, mi sfuggiva nelle piccole scene. Sa, quando un personaggio prende la sua decisione! Sapevo come sarebbe finita, ma non sarebbe arrivato a quel destino. L’ultima frase è sempre una sorpresa per me. E allora dico: ma guarda, è finita, non me l’aspettavo!

Sahar Delijani, L’albero dei fiori viola, Rizzoli, 360 pagine, 18 €

Una vecchia casa con il portone azzurro, stretta tra i palazzi della moderna Teheran. E al centro del cortile, un magnifico albero di jacaranda. È qui, sotto un tripudio di fiori dalle mille sfumature di rosa e di viola, che si intrecciano le storie di Maman Zinat, Leila, Forugh, Dante, Sara e tanti altri. Membri della stessa famiglia perseguitata da un regime brutale. Voci di un paese esaltato dalla Rivoluzione e subito inghiottito dall’abisso della tirannia. La giovane Azar, arrestata per motivi politici, partorisce al cospetto della sua carceriera una bimba bellissima: Neda. Capace, con la sua sola presenza, di ridare speranza anche a chi credeva di averla persa per sempre. Maman Zinat aspetta che le sue figlie vengano rilasciate dal carcere e intanto cresce i tre nipotini, tessendo con silenziosa tenacia i sogni e le paure di tre generazioni. E per due amanti – Leila e Ahmad – separati dalla Storia, altri due trovano il modo di tendersi finalmente la mano. Nata nella prigione di Evin, a Teheran, Sahar Delijani mescola realtà e finzione in questo potente e ispirato primo romanzo. Che prende spunto dalle vicissitudini della sua famiglia per disegnare il ritratto di un popolo affamato di libertà.

Twitter: @RizzoliLibri

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