I Brics sono il nuovo rischio per l’economia globale?

Il mondo della grande crisi

Non c’è solo l’eurozona a intimorire la ripresa economica globale. A dirlo è il Fondo monetario internazionale (Fmi) nel suo aggiornamento al World economic outlook (Weo), nel quale ha tagliato le stime di crescita del Pil mondiale sia per il 2013 sia per il 2014. A pesare, oltre a un prolungamento della recessione dell’area euro, è l’incremento dei rischi al ribasso per le economie emergenti, che iniziano a sperimentare un rallentamento più significativo delle aspettative.

A distanza di sei anni dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense, l’economia globale è ancora fragile. E per la prima volta in modo netto e deciso, il Fmi ha evidenziato che questa volta i Paesi emergenti potrebbero essere un problema. Colpa della debolezza strutturale di Usa ed eurozona, ma non solo. La situazione più instabile rimane quella dell’area euro. In ogni caso, come spiega il Fmi, è un problema comune. «Le principali economie avanzate dovrebbero mantenere un mix di politiche macroeconomiche a sostegno della crescita, unito a credibili programmi per garantire una sostenibilità del debito di medio termine», dice l’istituzione di Washington. Non solo. I Paesi sviluppati devono continuare il percorso intrapreso sul versante meramente finanziario, cioè «riforme che risanino i bilanci e i canali del credito». Non sarà facile, date tutte le variabili, comprese quelle politiche, in corso.

L’ultima versione del World economic outlook ha tagliato le stime di crescita in tutte le macroaree. Le economie avanzate avranno un Pil in incremento dell’1,2% nell’anno in corso e del 2,1% nel prossimo, rispettivamente lo 0,1% e lo 0,2% della precedente stima. Il Giappone, dopo il lancio dell’Abenomics, crescerà del 2% nel 2013 e dell’1,2% nel prossimo anno. In quest’area saranno gli Stati Uniti, che cresceranno dell’1,7% nel 2013 e del 2,7% nel 2014, a farla da padroni. Anche nel caso degli Usa, tuttavia, c’è stata una revisione al ribasso di due decimali per ogni anno. E proprio a seguito della situazione statunitense, ma non solo, è arrivato il monito più pesante del Fmi. «Gli stimoli di politica monetaria dovrebbero continuare fino a quando la ripresa non sarà pienamente completata», dice l’istituzione guidata da Christine Lagarde. Un messaggio diretto alla Federal Reserve di Ben Bernanke, che durante l’ultima riunione del Federal open monetary committe (Fomc) ha apertamente parlato di inizio di ritiro delle misure di Quantitative easing (Qe) iniziate negli anni passati. Una mossa da evitare, almeno per ora. Troppo incerta è la direzione che potrebbe prendere l’economia globale nei prossimi 6-12 mesi. E dato che le aspettative relative all’inflazione restano stabili fra i Paesi avanzati, meglio ponderare al meglio quando iniziare l’exit strategy.

I motivi della cautela del Fmi sono soprattutto due. Oltre all’eurozona, che è ancora nel pieno del suo percorso di riforma strutturale, negli ultimi mesi è emerso un nuovo rischio. Ora a far paura sono anche le economie emergenti. Il tasso di crescita di quest’area si attesterà sul 5% per il 2013 e sul 5,4% per il successivo, valori rivisti al ribasso di 3 decimali rispetto alle ultime previsioni. In particolare, sono i Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a subire il maggiore taglio delle stime del Pil. La Russia crescerà del 2,5% nel 2013 e del 3,3% nel 2014 (meno 0,9% e meno 0,5% rispetto al Weo precedente), il Brasile del 2,5% e del 3,2% (meno 0,5% e meno 0,8%), mentre il Sudafrica del 2% e del 2,9% (meno 0,8% e meno 0,4%). Ancora vigorosa è invece l’espansione dell’India, che ha subito una sforbiciata delle previsioni di pochi decimali, lo 0,2% per il 2013 e lo 0,1% per il 2014. L’economia indiana è quindi data in crescita del 5,6% nell’anno in corso e del 6,3% nel prossimo.

Chi intimorisce di più il Fmi è però un altro Paese, cioè la Cina. Il Pil cinese crescerà ancora a ritmi impensabili per l’eurozona, più 7,8% nel 2013 e più 7,7% nel 2014, ma il rallentamento è evidente. Complice un calo della domanda aggregata su scala globale, il Fmi ha dovuto tagliare le stime cinesi di tre decimali per l’anno in corso e di sei per il successivo. L’obiettivo della Cina dovrebbe essere solo uno: un ribilanciamento dei fattori di crescita, soprattutto in vista dell’inizio dell’exit strategy dall’abnorme liquidità che continua a inondare i mercati finanziari. Per fare ciò occorre, oltre a una ridefinizione dei punti forti delle singole economie alla luce del nuovo mondo in cui operano, un passo in avanti verso una vigilanza macroprudenziale che ancora non esiste nei mercati emergenti.

A notare che gli squilibri globali stanno aumentando mese dopo mese sono anche le banche d’investimento e i fondi d’investimento. Una delle prime entità a capirlo è stata Pimco, che già nel 2009, appena dopo il collasso di Lehman Brothers, aveva parlato della prossima bolla, quella delle economie emergenti. «Ci sono modelli di sviluppo che hanno immense lacune e sono troppo sbilanciati, chi troppo sulla manifattura chi troppo sui servizi: in entrambi i casi sono insostenibili nel lungo termine», scriveva Mohamed El-Erian, ceo di Pimco quattro anni fa. Un concetto ripreso anche da George Magnus, economista di UBS, che ha preconizzato nello stesso periodo il declino dei Brics nei prossimi anni. Nel caso di UBS, tuttavia, non c’era solo un problema di squilibrio produttivo ma anche demografico e culturale. Più un’economia emergente cresce, più cresce il tenore di vita media, più aumentano le risorse da bruciare, più si amplificano i punti di debolezza del singolo sistema. In pratica, ciò che oggi sta succedendo ai Brics, che devono già pensare a un rinnovamento. Va da sé che, con la deflagrazione dei subprime statunitensi e l’emergere dei problemi strutturali della zona euro, è avvenuto il contagio verso Paesi emergenti e in via di sviluppo, creando un’economia globale con tre diverse velocità. Non proprio lo scenario migliore per una ripresa robusta e duratura nel lungo periodo. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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