Il motore di ricerca di Facebook è una sfida già persa

Le prime recensioni di Graph Search

“Persone che supportano Silvio Berlusconi e che vivono a Matera” o “Tifosi della Roma che amano il gelato al pistacchio”. Ancora un po’ di pazienza, e finalmente (mah…) potremmo utilizzare Facebook per ricerche di questo tipo. Se non siete particolarmente eccitati dalla prospettiva, non temete: il progetto potrebbe anche non decollare mai.

Di che si tratta? Il nuovo servizio di ricerca basato sull’Open Graph, lanciato lunedì solo sulla versione inglese del social network dopo sei mesi di test, permette di esplorare trasversalmente le informazioni e i dati dei vari profili, attraverso un sistema in grado di tracciare collegamenti di senso tra un risultato e l’altro. Database che si incrociano ad altissima velocità, sfruttando un algoritmo creato ad hoc, per facilitare e migliorare sempre di più la qualità delle connessioni “interpersonali” sul social network.

Eppure, qualcosa non sembra andare nel verso giusto. I primi riscontri arrivati dagli Stati Uniti, dove il servizio è già disponibile, appaiono dubbiosi sul suo funzionamento. Sia Vindu Goel del New York Times che Sarah Perez di Techcrunch, infatti, dopo aver testato Open Graph, hanno rilasciato giudizi tutt’altro che positivi. Ecco, secondo loro, che cosa non va.

a) Troppi limiti. Dal momento che Graph Search scansiona soltanto i “mi piace” degli utenti alle pagine, non offre un quadro completo e attendibile dei loro gusti. Chi ama il cappuccino non ha necessariamente cliccato il “like box” sulla pagina relativa. Dunque, se io cerco tra i miei amici “Persone che amano il cappuccino” non avrò un resoconto affidabile dei loro gusti in termini di caffetteria: i risultati evidenzieranno soltanto quei pochi che hanno espresso il loro gradimento sulla pagina, ma non la stragrande maggioranza che, nonostante adori il cappuccino, non ha sentito l’esigenza di dirlo a Facebook. Senza contare che solo i “mi piace” pubblici rientrano nei radar del motore di ricerca.

b) Scarsa intuitività. Dimenticatevi Google e il suo utilissimo “forse cercavi”. Dimenticatevi Instant, che completa automaticamente le nostre ricerche con accuratezza e precisione talvolta inquietanti. Graph Search, per funzionare, ha bisogno di ricerche letterali. Vindu Goel del New York Times ha digitato “Amici che lavorano nei quotidiani” e ha ottenuto zero risultati, pur avendo, nella sua rete di contatti, centinaia di giornalisti impiegati nelle redazioni dei quotidiani. Ormai ci aspettiamo un livello di intuitività sempre maggiore, supponendo che anche una ricerca con termini approssimativi vada a buon fine. Scordiamocelo: per il momento, Facebook ha un approccio molto meno flessibile.

c) Poca precisione. Facebook sta cercando, anche attraverso il Graph Search, di implementare un modello a là Tripadvisor, dove i locali, gli hotel e i ristoranti più amati di un determinato luogo balzano in cima alle classifiche, diventando automaticamente suggerimenti. Per il momento, però, “vince” chi ha più “lice”. Un approccio poco credibile per diverse ragioni: in primis, perché spesso le pagine sono gonfiate dai cosiddetti dirty lise, ottenuti attraverso campagne di marketing mirate più che da un reale apprezzamento (concorsi, coupon ottenibili attraverso “mi piace”, eccetera); in secondo luogo, perché spesso i “mi piace” non rispecchiano gli effettivi gusti o giudizi dell’utente – ad esempio, posso mettere un “lice” ad un ristorante che mi ispira, o da cui voglio ricevere aggiornamenti, ma che non ho mai provato di persona.

Per ovviare a questi problemi, Facebook ha bisogno di una sola cosa: più dati. E ci sta già lavorando, al punto che in autunno implementerà la possibilità di cercare anche negli status delle pagine e degli utenti che hanno la privacy pubblica. Anche le informazioni rilasciate dalle applicazioni di terze parti, ad esempio siti di comparazione e di recensione di hotel ristoranti, entreranno a far parte dei risultati. Nel medio termine, il social network vorrebbe costruire un motore di ricerca più simile a Google, in cui le persone possano effettivamente trovare risposte alle loro domande, includendo – forse – anche risultati dal web. La sfida è lanciata, insomma, ma la strada è ancora lunga. E le insidie sono tante. Talvolta, nemmeno un miliardo di utenti basta a renderti la vita facile.

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