Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenza“Ma il controllo azionario significa democrazia”

È colpa degli azionisti/seconda parte

Shareholder o stakeholder? Il dibattito è lungo quanto la storia dell’economia e del capitalismo, ma non mi risulta che esista una dottrina diversa da quella dello shareholder. Lo shareholder è il simbolo della proprietà privata, il simbolo di chi rischia in proprio, il simbolo di chi vota con il proprio denaro sulle scelte di un’azienda. In altri termini, il controllo azionario significa impresa e democrazia.

Niente garantisce che questo significhi responsabilità sociale e che la mano invisibile generi il migliore dei mondi possibili. E del resto, neppure la democrazia è di per sé sufficiente a garantire un comportamento responsabile verso la società. È una regola che non costituisce la società migliore, ma assicura soltanto la migliore gestione delle singole società private. E non c’è un’altra regola. La teoria della “economia sociale di mercato” di cui anni fa discettavano Bazoli e Monti tra il Corriere e il Sole era una questione di parole e di buone intenzioni. Mai visto una banca, di finanza laica o cattolica, stabilire i bonus in funzione delle “buone azioni” dei manager.

Questa è teoria. L’unica alternativa pratica che abbiamo visto al potere dello shareholder è il salotto buono del capitalismo nostrano: quanto di più antidemocratico e antisociale si possa immaginare, e non lo rimpiangiamo. Per il resto, il potere degli azionisti che non può essere sostituito in maniera credibile, deve essere limitato dalla presenza di regole. Sono le regole che rappresentano gli stakeholders, e che pongono dei limiti all’esercizio del potere degli shareholders.

Un esempio sotto gli occhi di tutti è la regolamentazione bancaria, che impone limiti diretti alla capacità dei manager di prendere rischi in favore degli azionisti, perché questi rischi ricadrebbero sulla società. In altri casi, le norme stabiliscono sanzioni che hanno il fine di cambiare le scelte degli shareholders in maniera indiretta, facendo diventare privati dei costi che sono pubblici (si pensi alle normative sull’ambiente). Il problema del primato dello shareholder, poi, non deve essere confuso, come emerge nell’articolo su The Atlantic, con un problema diverso, che è quello dello short-termism: la distorsione delle scelte verso orizzonti di breve termine, a scapito di strategie più stabili e redditizie nel lungo periodo.

Questo non è un problema connesso alla preminenza del controllo azionario, quanto alle modalità e alle istituzioni con cui questo controllo si realizza. Il problema non è quindi: potere agli azionisti sì o no; bensì: quali azionisti. Qui addirittura la dottrina dello shareholder value è più avanti di quella delle istituzioni della società e della politica. Da un lato infatti il tentativo di favorire scelte di lungo periodo nel mondo dell’economia ha prodotto categorie particolari di investitori (come i fondi chiusi o il private equity) insieme a regole e schemi di remunerazione che incentivano una visione di lungo periodo. Dall’altro, niente di simile è presente nel mondo dell’amministrazione e della politica: qui addirittura lo strapotere della visione di breve periodo ha suggerito una norma che impedisce, per le nostre amministrazioni locali, l’emissione di titoli con rimborso unico alla scadenza. È il segnale che lo short-termism può essere più forte in un modello economico controllato dalla società e dagli stakeholder che non in un modello basato sul controllo dell’azionista.

Leggi anche:

Perché gli azionisti stanno rovinando l’economia, scelto per voi da The Atlantic

“Pompare” le azioni funziona se il mercato ci crede, di Giorgio Arfaras

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter