Trentasei anni senza Vladimir Vladimirovič Nabokov

Se ne andava il 2 luglio del 1977

Scritto nel 1955, Lolita è il romanzo più noto dello scrittore russo Vladimir Vladimirovič Nabokov, nato a San Pietroburgo nel 1899 e morto il 2 luglio 1977 a Montreux in Svizzera. Dopo essere stato in Crimea e in Gran Bretagna, Nabokov si trasferì negli Stati Uniti nel 1940, dove scrisse Lolita. Furono molte le case editrici che rifiutarono di pubblicare il romanzo incentrato sul rapporto tra un insegnante quarantenne di Letteratura francese e una dodicenne. Venne pubblicato per la prima volta a Parigi, dall’Olympia Press, casa editrice erotica, nel 1955. La prima edizione americana ci fu solo nel 1958 per la G.P. Putnam’s Sons, con cui Lolita divenne bestseller. In Italia è stato pubblicato nel 1959 da Mondadori.

Sue Lyon in Lolita di Stanley Kubrick (1962)

L’incipit di Lolita

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita. 

Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate.
Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine. 

Sono nato nel 1910, a Parigi. Mio padre era un uomo amabile e indulgente, una macedonia di geni razziali: cittadino svizzero, aveva antenati francesi ed austriaci, con un tocco di Danubio nelle vene. Tra un momento farò girare alcune splendide cartoline di un azzurro smaltato. Era proprietario di un lussuoso albergo sulla Costa Azzurra. Suo padre e i suoi due nonni commerciavano rispettivamente in vino, gioielli e seterie. A trent’anni aveva sposato una ragazza inglese, figlia di Jerome Dunn, l’alpinista, e nipote di due parroci del Dorset, entrambi esperti di materie astruse: la paleopedologia l’uno, le arpe eolie l’altro. La mia fotogenicissima madre morì in un bizzarro incidente (picnic, fulmine) quando avevo tre anni, e, se si eccettua un tiepido recesso nel passato più enebroso, nulla di lei persiste negli anfratti della memoria, sui quali, se riuscite ancora a sopportare il mio stile (sono guardato a vista, mentre scrivo), era tramontato il sole della mia infanzia: certo voi tutti conoscete gli odorosi residui del giorno che restano sospesi con i moscerini su una siepe in fiore, o vengono improvvisamente penetrati da un gitante, ai piedi di un colle, nel crepuscolo estivo; un tepore di pelliccia, moscerini dorati.

La sorella maggiore di mia madre, Sybil, sposata e poi trascurata da un cugino di papà, era nella mia ristretta cerchia familiare una sorta di governante e istitutrice non retribuita. Qualcuno mi raccontò poi che era innamorata di mio padre, e lui ne aveva spensieratamente approfittato in un giorno di pioggia per dimenticarsene al primo raggio di sole. Io le ero molto affezionato, nonostante il rigore – il fatale rigore – di certe sue norme. Forse voleva fare di me, a tempo debito, un vedovo migliore di mio padre. Zia Sybil aveva un colorito cereo, e occhi azzurrini bordati di rosa. Scriveva poesie e nutriva poetiche superstizioni. Diceva di sapere che sarebbe morta subito dopo il mio sedicesimo compleanno, e così accadde. Suo marito, grande viaggiatore nel ramo dei profumi, trascorreva la maggior parte del tempo in America, dove alla fine aprì un’azienda e comprò qualche immobile.

Io crescevo, sano e felice, in un mondo luccicante di libri illustrati, sabbia pulita, aranceti, cani amichevoli, panorami marini e visi sorridenti. Intorno a me il magnifico Hôtel Mirana ruotava come una sorta di universo personale, un cosmo patinato dentro quello turchino, più grande, che sfolgorava tutt’intorno. Dagli sguatteri in grembiule ai magnati in completo di flanella tutti mi trovavano simpatico, tutti mi vezzeggiavano. Le anziane signore americane, appoggiandosi al bastone, s’inclinavano verso di me come tante torri di Pisa. Le principesse russe decadute, che non avevano di che pagare mio padre, mi regalavano dispendiosi bonbon. E lui, mon cher petit papa, mi portava in barca e in bicicletta, mi insegnava il nuoto, i tuffi e lo sci d’acqua, mi leggeva Don Chisciotte e I miserabili; io l’adoravo, l’ammiravo ed ero felice per lui quando sentivo la servitù che chiacchierava delle sue varie amiche, creature bellissime e gentili che mi tenevano in gran conto, e tubando spargevano lacrime preziose sulla mia allegra orfanità.

Frequentavo una scuola inglese a pochi chilometri da casa, dove giocavo a pallamuro, prendevo voti eccellenti e andavo perfettamente d’accordo con professori e compagni. Gli unici, distinti eventi sessuali di cui abbia ricordo prima dei tredici anni (prima, cioè, di aver incontrato la mia piccola Annabel) sono: una conversazione solenne, costumatissima e puramente teorica sulle sorprese della pubertà, sostenuta nel roseto della scuola con un ragazzo americano figlio di un’attrice allora assai famosa, che nel mondo tridimensionale egli vedeva molto di rado; e qualche interessante reazione, da parte del mio organismo, a certe fotografie, tutte ombre e madreperla e infinite morbide fessure, del sontuoso La Beauté humaine di Pichon, sgraffignato nella biblioteca dell’albergo da sotto una montagna di «Graphics» dalle rilegature marmoree. Più tardi, con quella sua incantevole bonomia, mio padre mi diede tutte le informazioni che riteneva potessero essermi necessarie a proposito del sesso. Fu subito prima di iscrivermi, nell’autunno del 1923, a un lycée di Lione (dove avremmo trascorso tre inverni); ma ahimè, l’estate di quell’anno egli viaggiava per l’Italia con Mme de R. e sua figlia, e io non avevo nessuno con cui sfogarmi, nessuno a cui chiedere consiglio. 

(Da recensionieincipit.com)

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