Vincenzo Cerami, la penna del mestiere del cinema

Allievo di Pier Paolo Pasolini

A volte una bocciatura è santa e benedetta. Lo è stata certamente per Vincenzo Cerami, il più popolare dei nostri sceneggiatori, che ci ha lasciato a 72 anni dopo una lunga malattia. La bocciatura in questione è quella che gli fu inflitta alle medie, scuola “Francesco Petrarca” di Ciampino. L’anno seguente ebbe come professore un giovane friulano da poco giunto nella Capitale, Pier Paolo Pasolini, e lì cambiò la sua vita. Non solo perché incontrò la letteratura e il gusto di studiarla e di praticarla. Ma perché con Pasolini si aprì la carriera che gli diede maggior successo: quella del cinema.

Fu aiuto regista di PPP in “Comizi d’amore” e poi in “Uccellacci e uccellini” e lì avvenne la folgorazione per la cinepresa e anche per i comici. Non è un caso che Cerami abbia incrociato molti dei più importanti: dopo Totò, Alberto Sordi, Francesco Nuti, Massimo Troisi (in un film di Scola), Antonio Albanese, e soprattutto Roberto Benigni, il folletto toscano con cui ha realizzato successi strepitosi, a partire dal “Piccolo Diavolo”, fino al più strepitoso di tutti, “La vita è bella”, un film talmente baciato dalla fortuna in ogni parte del mondo che sia Benigni che Cerami sono unanimemente considerati quelli della “Vita è bella”.

Aveva grande versatilità, Cerami, ed era incline a scelte anche sorprendenti ma compiute per cercare sempre nuovi stimoli. Per dire, dopo la maturità, lui che amava la poesia e conosceva Pasolini (di cui sposerà una cugina), si iscrisse a Fisica. Poi se ne partì per l’America per fare il gagman nelle pellicole comiche. Poi tornò a Roma e cominciò a scrivere. Da un suo romanzo, forse il migliore di tutti, Mario Monicelli trasse “Un borghese piccolo piccolo” che rilanciò alla grande la carriera di uno mostro sacro come Sordi. Cerami faceva intanto il “negro” per il grande Ugo Pirro e altri sceneggiatori, cominciando a firmare qualche copione, e incrociando due autori impegnati come Marco Bellocchio e Gianni Amelio. A 46 anni si mise a fare il giornalista per Il Messaggero, cronaca nera. Poi con Benigni, conosciuto grazie a Giuseppe Bertolucci col quale aveva collaborato, fece il botto. Nel 1990 ritornò a lavorare con Amelio, per un film assai importante, forse il vertice creativo della sua carriera, “Porte aperte” da un romanzo di Leonardo Sciascia, con Gianmaria Volonté, nominato agli Oscar come miglior film straniero. Da lì in poi la carriera di Cerami sceneggiatore divenne solidissima attraverso numerosi successi domestici e internazionali.

Sapeva di essere uomo di mestiere, una penna per la quale – come nella migliore nostra tradizione, soprattutto cinematografica – conta più l’estro che il metodo (per quanto lui ne avesse da vendere, di metodo, grazie al quale si spiega la impressionante quantità di lavori che è riuscito a firmare). E sempre con generosità si prestava a raccontare di sé, del suo lavoro, comunicandone l’entusiasmo ma anche la seria applicazione che impone. Senza mai prendersi troppo sul serio. Valga per esempio l’incipit di un suo libro di successo, in cui c’è tantissimo della sua personalità, un manuale pieno di spirito e tecnica intitolato “Consigli a un giovane scrittore” e pubblicato da Mondadori.

«Se non fosse troppo ovvio comincerei così: una volta nelle scuole di calcio era vietato tirare di punta e nelle scuole di tennis cacciavano via gli allievi che rinviano la palla piegavano il polso. In realtà i grandi calciatori fanno gol con la punta del piede e solo tennisti di qualità piazzano un colpo micidiale con una svirgolata del polso. Questo per dire che l’artista fa come gli pare», scriveva. Il gusto della realtà, che lo portava a mantenere una produzione giornalistica continua, pervade uno dei suoi libri più belli, “Fattacci”, fatti di cronaca nera riscritti dalla sua sensibilità precisa e insieme poetica. Da una di queste storie, “Il nano di Termini”, Matteo Garrone ha preso ispirazione per il suo capolavoro “L’imbalsamatore”.

Rugbista, tifoso della Roma e più ancora di Zeman, aveva molte passioni, tra cui la politica. Socialista lombardiano in gioventù, era vicino alla cinefila sinistra comunista romana dei Bettini e dei Veltroni. Proprio di Veltroni è stato ministro della Cultura nel governo ombra costituito dopo la sconfitta elettorale del 2008. Omaggiato agli ultimi David di Donatello (cui la malattia gli impedì di partecipare), oltre che libri e sceneggiature, ha scritto canzoni e opere il teatro, stabilendo spesso una collaborazione con l’amico Nicola Piovani: un altro del felice gruppo della “Vita è bella”.

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