Carrozza: «Rovesceremo la piramide dell’università»

Intervista al ministro dell’Istruzione

RIMINI – «Vogliamo cambiare la struttura del mondo accademico italiano e il 2014 sarà l’anno dei ricercatori». Dal Meeting di CL, dove partecipa ad un convegno sull’educazione, il ministro dell’istruzione Maria Chiara Carrozza detta l’agenda per i mesi a venire, governo permettendo. Davanti alle scosse dell’esecutivo l’ex rettrice della scuola superiore Sant’Anna non sembra scomporsi: «Fare il ministro – dichiara a Linkiesta – è una straordinaria opportunità e in questo momento c’è bisogno di buona politica, ragion per cui insieme agli altri ministri ci impegniamo a dare l’esempio».

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Libertà di educazione e sussidiarietà sono temi cari al Meeting e a Cl. Su questo versante come si declina, se si declina, l’azione governativa?
Attualmente esiste un problema legato alle scuole paritarie cui sono stati abbassati i fondi. Dovremo lavorare su questo punto per dare un’ottica pluriennale e garantire il sostentamento del sistema, di cui non vogliamo fare a meno. In tema libertà di educazione, occorre il monitoraggio di quello che si fa nelle scuole paritarie e nelle università. Sono temi attuali che spesso, a causa di contrapposizioni ideologiche, non vengono affrontati.

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In ambito universitario ha annunciato il piano nazionale della Ricerca. In cosa consiste?
Vogliamo fare uno sforzo straordinario per i ricercatori. Il 2014 sarà l’anno dei giovani ricercatori e sfruttiamo il fatto che, avendo portato il turnover al 50%, potranno essere maggiori immissioni in ruolo. Dopodiché lavoriamo sull’etica delle pubblicazioni e sull’indipendenza dei ricercatori in un momento in cui le pubblicazioni sono utilizzate per la valutazione della ricerca. Bisogna dire quali siano le regole di etica pubblica da adottare in questo campo. Per dimostrare la sua indipendenza, un giovane ricercatore dovrà pubblicare senza il proprio supervisore di dottorato.

Un modo per arginare le baronie e far prevalere il merito?
Il termine barone non mi piace. Vogliamo cambiare la struttura del sistema accademico che è molto piramidale, con poco ricambio e molto lento ad adattarsi. Rendere i ricercatori indipendenti è un’opportunità anche per la competitività europea del nostro sistema.

Per finanziare il piano ricerca lei ha parlato di «risorse già disponibili». Si andrà a toccare il finanziamento ordinario alle università?
No, non toccheremo il finanziamento ordinario. Si tratta di fondi per la ricerca e pensiamo di concentrare tutte le risorse disponibili sul programma destinato ai giovani ricercatori.

Il ranking ARWU è impietoso: solo 22 università italiane figurano tra le prime 500 del mondo, zero nelle prime cento. Come migliorare questi risultati?
Se non investiamo adeguatamente nel nostro sistema universitario, sicuramente non progrediremo. Sbaglia chi dice «concentriamo tutto e facciamo morire il resto», così come negli Usa non esiste solo Harvard. Per essere primi nelle classifiche bisogna avere un’università complessivamente più robusta a tutti i livelli e poi fare andare più forte chi lo può fare.

Lei ha detto che l’esecutivo «ha come obiettivo il rilancio di istruzione e ricerca, anche per il sostegno all’occupazione giovanile». Come?
Ripensando all’orientamento in itinere. Partendo da un unico sistema di istruzione, così dobbiamo pensare ad un orientamento che offra strumenti a chi deve prendere decisioni su studio e lavoro. Gli studenti devono abituarsi a scegliere e ad essere artefici del proprio destino. Poi è importante valorizzare l’orientamento post-studio: placement non significa “piazzare qualcuno”, ma dare gli strumenti a chi cerca lavoro.

Per lungo tempo gli istituti tecnici sono stati bistrattati parallelamente ad una “liceizzazione dell’università”. A che punto è il percorso degli istituti tecnici superiori, serbatoio necessario per la formazione di tecnici specializzati?
Stiamo procedendo con la valutazione dei primi anni di Its, dato che siamo arrivati alla fine di un ciclo e faremo un bilancio. Coinvolgeremo anche un ente terzo prima di discutere sul come ripartire. Si tratta di capire dove questo sistema ha funzionato e predisporre un rilancio adeguato.

Lei è una tecnica che si muove in un governo politico dai continui smottamenti. Come vive questa situazione?
Per una persona come me, con la mia carriera, fare il ministro è una straordinaria opportunità di dare tutto per il bene dell’università, della scuola e della ricerca e fino all’ultimo minuto darò tutto quello che posso per il bene del sistema per cui ho lavorato vent’anni della mia vita. Non mi sento una tecnica, nel senso che da ministro sto adottando una politica. Ora c’è bisogno di buona politica e con gli altri ministri cerchiamo di dare il buon esempio.

Twitter: @MarcoFattorini
 

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