Dal Grand Tour a Rimini: i turisti russi in Italia

A spasso nel tempo per il Belpaese

Ai tempi del Grand Tour, tra Sette e Ottocento, c’erano anche loro, non c’è dubbio, i turisti russi. Certo, non molti, rispetto agli inglesi che vedevano nel Grand Tour un vero e proprio rito di passaggio dalla giovinezza all’età adulta (anche sessuale, e sugli aspetti erotici di questi viaggi di iniziazione si preferisce spesso glissare). L’Italia era comunque una meta ambita: sole, buon cibo e arte. Le persone più colte andavano a vedere le opere degli architetti che avevano preceduto i costruttori di San Pietroburgo (dove la mano degli italiani è più che evidente) e le altre opere d’arte di pittori e scultori esposti all’Hermitage. Altri preferivano passare lunghi periodi nel tiepido clima delle riviere liguri.

A testimoniare la presenza russa rimane l’elegantissima chiesa ortodossa di Firenze. Ci hanno messo un po’ di tempo a realizzarla, ma non si sono certo tirati indietro quanto a spese per abbellirla (al tempo si disputava una sorta di gara tra greci e russi per la supremazia all’interno della chiesa ortodossa, i russi erano quelli che avevano i soldi e non si facevano problemi a spenderli per dimostrarsi superiori). Inizialmente si trattava della chiesetta annessa all’ambasciata russa, nel periodo in cui Firenze è stata capitale d’Italia, ma poi è stata trasferita ed è diventata un tempio di tutto rispetto. I lavori erano cominciati nel giugno 1899 e sono finiti attorno al 1905. Dopo un lungo periodo di decadenza, è stata restaurata in epoca post sovietica.

Altra città d’arte, altra visibile presenza di russi. A Venezia, per la precisione nell’hotel Londra, affacciato sul bacino di San Marco, Pëtr Ilič Čajkovskij compone un movimento della sua quinta sinfonia. Il musicista viene in Italia nove volte, tra il 1872 e il 1890, andando a Roma, Napoli, Firenze e Milano e ogni volta componendo brani più o meno importanti.
Il ballerino e coreografo Sergej Djagilev, detto Serge, soggiorna spesso in Italia e a Venezia in particolare, e proprio qui muore, il 19 agosto 1929, a 57 anni, mentre soggiorna all’hotel Des Bains del Lido, ovvero stesso albergo, il Des Bains, dove Thomas Mann nel 1912 aveva fatto morire il professor Gustav von Aschenbach, il protagonista di Morte a Venezia.
Djagilev chiede di essere sepolto nel cimitero di San Michele, un’isola della laguna veneziana, dove tutt’ora si trova. Non era un coreografo qualsiasi, è stato il creatore del balletto russo ed era talmente famoso da commissionare ai compositori brani musicali che poi gli sarebbero serviti per le sue coreografie. Igor Stravinskij compose per lui L’uccello di fuoco, Petrushka e La sagra della primavera. Anche Stravinskij ha voluto esser sepolto a Venezia e le due tombe di questi illustri personaggi sono abbastanza esemplificative del cambiamento occorso al turismo russo in Italia. Semi abbandonate e scurite dal tempo (soprattutto quella di Djagilev) ai tempi dell’Urss, ora sono tirate a lustro e meta di continui pellegrinaggi, come testimiano i tantissimi oggetti che i turisti russi lasciano in segno di omaggio (bottiglie di vodka incluse). Lo scrittore Maksim Gorkij, invece, soggiornerà per alcuni anni a Capri, fino al 1913, e ospiterà per qualche tempo anche un promettente ricoluzionario di nome Lenin. 

In epoca sovietica le cose cambiano assai. Viaggiare in Occidente era difficilissimo, i visti d’uscita erano rilasciati col contagocce e solo a persone fidate, gente che non si sognasse di chiedere asilo politico non appena messo piede al di là della Cortina di ferro. Per questo suona un po’ sospetto l’incontro «casuale» del ministro degli Esteri dell’Urss, Andrej Gromyko, in visita in Italia nell’aprile 1966. Il ministro e la moglie si prendono una pausa di relax a Firenze. Scrive Stampa Sera del 25 aprile: «Poco dopo le dieci, salutato dagli applausi della numerosa folla che si era riunita all’esterno sulla piazza Ognissanti, il ministro Gromyko ha iniziato a bordo della sua “Tatra” cecoslovacca il giro turistico di Firenze compiendo la prima sosta in piazza della Signoria affollata, oltre che per la giornata festiva, per la mostra dei fiori, che occupa tutti i loggiati degli Uffizi». Dopo aver visitato le gallerie degli Uffizi, il ministro va in quelle dell’Accademia per vedere il David di Michelangelo e lì, ma che combinazione «Gromyko si è incontrato con un gruppo di ventiquattro turisti sovietici, i quali dopo una sosta a Venezia ed a Firenze, raggiungeranno Assisi e Roma. La comitiva, proveniente da Kemerovo (Siberia), si è fatta attorno, al ministro e alla signora Lidia».
Certo, è assolutamente possibile che i siberiani fossero davvero lì per caso. Ma qualche sospetto viene leggendo una lettera che la medesima Stampa Sera pubblica parecchi anni dopo, l’11 novembre 1981, a firma di tale Floriana Rubbi. «Durante la conferenza mondiale del turismo, tenutasi a Roma alla fine del mese di settembre, il delegato dell’Urss ha auspicato un aumento del traffico di turisti dall’Italia verso il suo paese. Nel 1980 si sono avuti 58.000 (cinquantottomila) turisti italiani in Urss e 46 (quarantasei) turisti sovietici in Italia. Il governo sovietico e i suoi emissari hanno le idee poco chiare, oppure temono di rimanere soli se concedono il passaporto ai loro concittadini?».

Quindi, se gli ordini di grandezza dei turisti russi in Italia erano quelli, è possibile che su qualche decina di visitatori, una ventina si sia incontrata per caso col ministro? Oppure l’incontro era stato combinato, in modo che i giornalisti italiani ne scrivessero e dimostrassero così agli increduli che dal “paradiso dei lavoratori” era possibile uscire e rientrare dopo essersi goduti le bellezze dell’Occidente capitalistico corrotto? Chissà. I sovietici erano maestri di disinformazija, e questo è un dato certo, non un mito.
Oggi, quando si apprende la notizia che i turisti russi hanno sorpassato i tedeschi a Rimini, quei 46 sovietici che visitarono l’Italia nel 1980 fanno davvero tenerezza.

Twitter: @marzomagno
 

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