I 20 anni di Silvio proseguono in via del Plebiscito

«Popolo, sono innocente»

«Sono innocente!». Così Silvio Berlusconi ha arringato la folla riunita davanti a Palazzo Grazioli nel corso della manifestazione organizzata in suo sostegno alle 18 di questa calda domenica 4 agosto. Tante le bandiere di Forza Italia (simbolo stampigliato anche sul palco). «Dopo essere disceso in campo nel ’94 ho sopportato vent’anni di tentativi della magistratura di buttarmi fuori dalla politica» ha detto Berlusconi, insistendo sui «41 processi» che ha dovuto sopportare senza che nemmeno uno, tranne l’ultimo, abbia portato a una sentenza di condanna. Durissime le parole contro la magistratura: «Un ordine dello Stato fatto da impiegati statali che hanno fatto un compitino vincendo un concorso», ma la sovranità «appartiene al popolo», come recita la Costituzione, ha proseguito il leader del Pdl. Duro anche con il Pd, «nessuno può venirci a dire che questa è una manifestazione eversiva» mentre ha ribadito il suo sostegno all’esecutivo Letta: «Non siamo degli irresponsabili perché abbiamo detto che il governo deve andare avanti». E al suo popolo ha promesso: «Io resto qui, io resto qui, io non mollo. Anche se questi sono stati i giorni più angosciosi e dolorosi della mia vita».

Si usa dire, e scrivere, che “comunque ha vinto”. Si constata la sua terza età (77 anni il prossimo 29 settembre) ma anche il fatto di restare in gioco. Politico e determinante. Al neocondannato in Cassazione per frode fiscale non mancano neanche oggi le gratificazioni contingenti, e la reiterazione che, in qualche modo, il suo tempo non è ancora passato. Chi sia, è inutile ripeterlo: per decongestionare, una volta tanto, il terreno pubblicitario dal suo nome, ma anche per sottolineare come, ogni tanto e nonostante un nome, la legge funzioni uguale per tutti. Che cosa sia stata la sua epoca (uno specifico made in Italy politico) è utile ripassarlo, almeno sotto qualche aspetto. Immaginando che “l’angelo della Storia” fra qualche tempo sorvoli anche il nostro Paese, e, voltandosi, prenda nota di quello che è successo e dei suoi resti. Raccontandone, eventualmente, ai contemporanei.

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Per vent’anni – ancora in corso – due termini hanno tenuto banco come due novità sacrali: “liberale” e “maggioranza”. Il primo, coscientemente fuorviato dalle sue sostanze (storica, morale, costituzionale), il secondo, usato per propagandare, nella sostanza, quello svuotamento. Mentre una maggioranza di governo urlava il suo personale liberalismo (la persona era il capo del governo), vari commentatori “liberali” affiancavano perifrasi parallele. In quell’epoca – poco tempo fa – si è letto anche come “le dure repliche del senso comune” avessero messo “a posto il giacobinismo egemonico della sinistra italiana”. Oppure, come fosse giusto lamentarsi di “rispettabili pensatori di altri Paesi” aizzati contro “la legittimità del governo in carica”. O come una linea “realistica e non prevenuta” dovesse coincidere anche con “la difesa della volontà della maggioranza degli italiani”. Mica male: un’epoca (tutta italiana) dove il pensiero, e la pratica, liberali, diventavano senso comune a muso duro contro un’opposizione “egemonica”, o la volontà della maggioranza da “difendere”.

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Quello è stato anche il tempo degli argini quotidiani (a quella maggioranza in costante straripamento extraliberale) e di un equivoco-base che riguardava il capo, ora neocondannato. Gli argini hanno coinciso con tre diversi presidenti della Repubblica – variamenti irritati, e necessariamente mediatori – con le istituzioni dello Stato, con la magistratura, e con le piazze che, spontanee, non ci stavano (girotondi, eccetera). Vent’anni, tutti italiani, e irripetibili da altre parti: i vertici dello Stato e una parte dei cittadini, insieme ma non sincroni, a far da guardia alla democrazia “liberale” in mano alla “maggioranza”. L’equivoco del capo (uno dei tanti) stava in qualcosa che lui diceva di non essere (“un politico”), ma che altri notavano, e dicevano di lui. Come Mario Vargas Llosa: «È un istrione che a volte si presenta come un clown. Ma gli va riconosciuto uno straordinario olfatto politico. Pare impossibile che un personaggio superficiale, poco colto, che offre poche credenziali sul piano etico, abbia governato per tre volte su un Paese sofisticato come l’Italia. La cosa più grave non è il conflitto di interessi, ma il fatto che agli italiani palesemente non importi nulla. Lui stesso è lo spettacolo. Perciò non venderà mai le sue tv» (da un’intervista ad Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera del 20 marzo 2009). Puntuale, Vargas Llosa: gli italiani (e, a specchio, il largo governo in carica) restano platealmente indifferenti al conflitto di interessi. Di chiunque, probabilmente.

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In quell’epoca – quando il comunismo mondiale crollava – il termine “comunista” rinasceva, in Italia (e sostanzialmente solo qui) sotto forma di pericolo reale. Una sorta di vecchia tesi rinverdita in una parola sola, a cui rispondere, come antitesi d’emergenza, con l’urlo “liberale” della “maggioranza”. Da difendere, naturalmente. E così quegli anni sono stati anche gli stessi in cui ex comunisti, ex socialisti, ex di sinistra varia (anche ex extraparlamentare) sono diventati minoranza di primo piano e ruolo di quella maggioranza. Un po’ prima della difficile mezza età, quel passaggio ha letteralmente cambiato la vita a tutti loro. In ogni senso. L’omaggio allo spirito del presente, in Italia, non ha mai smesso di invecchiare: nel 1922, nell’aula di Palazzo Madama, un senatore liberale votava, fra i molti altri, a favore del primo governo Mussolini, sintetizzando così: «Il fascismo è figlio del nostro tempo».

Concludendo con l’angelo della storia che si volta, fra qualche tempo, a guardare i resti qui sintetizzati, potrebbe fare la stessa panoramica del conte Harry Kessler. Era un gentiluomo anglo-tedesco, colto, mecenate dell’arte moderna, scrittore, liberale (vero), e democratico. Nel 1918, visitando l’ex Palazzo imperiale a Berlino, notava: «Si riesce solo a provare meraviglia che le creature spaventate che amavano questo ciarpame abbiano potuto in maniera vana, fra spettrali cortigiani, operare su un piano storico. Adesso questo spirito vuoto è sparpagliato qui intorno come delle anticaglie senza senso. Non provo alcuna compassione ma solo orrore e un senso di colpa per il fatto che questo mondo non fosse già da tempo distrutto, ma che, al contrario, in qualche altra forma, continui ovunque a vivere».

L’Angelus Novus di Paul Klee, opera del 1920, oggi conservata all’Israel Museum di Gerusalemme

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