Il Cairo, il piano militare per isolare gli islamisti

L’exit strategy egiziana

IL CAIRO – I politici dei Fratelli musulmani Amr Darrag e Mohamed Ali Bishr sono impegnati in nuovi negoziati con l’esercito, con la benedizione di Ahmed Tayeb, gran imam della massima istituzione sunnita, la moschea di Al Azhar. Secondo fonti vicine alla Fratellanza, le richieste degli islamisti sono il rilascio di alcuni leader del movimento ed elezioni anticipate. Questo tentativo negoziale dei leader del movimento avrebbe trovato una dura opposizione dei movimenti giovanili all’interno della Fratellanza che hanno formato il gruppo «Fratelli non-violenti». In particolare Selim Al-Awa ha osteggiato ogni contatto con i militari in questo contesto di polarizzazione politica. Da ieri è nato un nuovo sit-in dei sostenitori dei Fratelli musulmani nei pressi dell’aeroporto del Cairo. I seguaci dell’ex presidente Morsi occupano da oltre un mese principalmente due piazze Nahda e Rabaa al Adaweya.

Tra cortei e scontri

Trentatré distinti cortei hanno raggiunto Medinat Nassr nella giornata di venerdì, alcuni sono partiti da Shubra e Ramsis, altri dal centro della città, attraversando vie e ponti. Abbiamo incontrato nei locali che ospitano decine di giornalisti, molti di loro senza più lavoro dopo la chiusura dei loro canali televisivi, uno dei leader più ironici, conosciuti e apprezzati dei Fratelli musulmani, il medico Essam El-Arian. «Scenderemo in piazza in tutto l’Egitto, secondo le regole democratiche, le persone devono poter circolare liberamente e per questo continueremo nelle nostre marce pacifiche», dichiara a Linkiesta. «La democrazia è il rispetto della scelta del popolo e della Costituzione, questa non è democrazia, d’un colpo sono stati cancellati parlamento, costituzione e presidenza della Repubblica. Se ci sono i carri armati in strada non si può parlare di democrazia», prosegue El Arian.

E così il muro contro muro tra militari e islamisti non si placa. Scontri si sono registrati venerdì 2 agosto nella città satellite di 6 ottobre dove alcuni manifestanti hanno gridato slogan contro la censura televisiva all’esterno del Centro di produzione televisivo. I militari hanno promesso che entro 48 ore i sit-in saranno sgomberati. Inoltre, il governo ha dato pieni poteri al ministero dell’Interno per risolvere una crisi che colpisce la «sicurezza nazionale».

Il programma del ministero prevede l’isolamento graduale della piazza con i mezzi in dotazione ai militari e successivamente il divieto di rientrare per chiunque esca da Rabaa. In risposta, gli islamisti hanno rinforzato le rudimentali barriere di sicurezza fatte di mattoni divelti dai marciapiedi con sacchi di sabbia e materiale metallico. Sembra una vera guerra dei materiali e anche in questo si conferma quanto gli islamisti usino tecniche alternative a quelle dello stato. Se per bloccare e disattivare i manifestanti di piazza Tahrir l’esercito ha costruito mura di cemento intorno ai palazzi delle istituzioni, gli islamisti per difendersi dagli attacchi dello Stato stanno usando materiali del tutto sostitutivi rispetto alle normali barriere difensive. Mentre i controlli si intensificano in entrata e in uscita, e il sistema con cui si mantiene fresca la gente che cammina per le vie della «Repubblica islamica di Rabaa el Adaweya» diventa sempre più essenziale per mantenere alto l’umore dei manifestanti.

Essam El Arian, che ha passato anni in prigione, anche insieme all’ex presidente Morsi, non ha dubbi: «Gli attacchi continui della polizia non possono fare altro che rafforzarci. Si comportano come Nasser, Mubarak e Sadat: nella storia questo non ha fatto altro che accrescere il nostro sostegno. – prosegue Arian – Vogliamo creare un Paese democratico: il presidente eletto dagli egiziani deve tornare al suo posto. In Egitto, una parte dell’esercito, in accordo con una parte dei politici e con le monarchie del Golfo ha messo in atto questo golpe ingiustificabile».

Gli Stati Uniti non hanno più dubbi: non è un colpo di stato

Il Segretario di Stato John Kerry ha rotto gli indugi e ha dato il via libera definitivo alla giustificazione del golpe militare parlando della destituzione di Morsi come effetto della «volontà del popolo». In realtà, nei giorni scorsi, il presidente Barack Obama aveva subito gravi critiche da parte della stampa per non aver preso una posizione forte contro il colpo di stato in Egitto. Per discutere dell’exit strategy, è in arrivo per la seconda volta al Cairo il vice segretario di Stato William Burns. Mentre l’ambasciata degli Stati Uniti resterà chiusa oggi e l’ambasciatore Patterson, criticata per i suoi incontri con la Fratellanza, sarà probabilmente richiamata a Washington.

A Giza i Fratelli musulmani non mollano. «Siamo qui da 35 giorni, veniamo dalle province e non ci conoscevamo prima», ci spiegano Eman, Abdel Amid e Mona, tre donne sedute sotto una tenda dell’accampamento. «Le forze di sicurezza hanno sparato su ragazzini di 15 anni, dai tetti della facoltà di Ingegneria, sono tiratori scelti», aggiungono. «Ci chiamano terroristi, ma qui c’è il meglio dell’Egitto. Non potranno cancellarci», ci dice Magdi, ingegnere di 50 anni, vive in Arabia Saudita e ha passato le sue vacanze estive nel sit-in di Nahda. «Non ci attaccheranno (i militari, ndr), dovrebbero entrare nella folla, perderebbero il seguito che hanno tra il popolo egiziano», aggiunge Magdi. «La gente non ha paura e nonostante le morti continuano a venire in piazza», conclude il manager.

Si avvicina un insegnante di matematica che accusa direttamente l’esercito: «I militari controllano il 40% del budget pubblico, i giudici e la polizia rispettivamente il 20%, resta poco per il popolo. Morsi non ha potuto fare niente, gli ha chiesto di ridurlo ma si sono rifiutate (le forze armate, ndr)», ammette Sameh. «Sta tornando l’era di Mubarak, Sisi (ministro della difesa, ndr) ha diviso il Paese in due e per motivare i militari, nell’ultimo mese ha aumentato del 25% i salari dei soldati», continua. Iniziano a circondarci decine di persone. «Se Hollande ha una scarsa popolarità, nessuno si sogna di fare un colpo di stato militare in Francia. E in ogni caso quei 30 milioni di persone che dicono essere scese in piazza, perché non sono andate a votare?», si chiedono alcuni degli uomini, alcuni anziani, nella folla di Giza.

Sembra che la parola «democrazia» sia sparita dalle rivendicazioni degli egiziani. Il voto ha mostrato la forza degli islamisti, che non piace a liberali e moderati. Famiglie e amici, che hanno partecipato insieme alle manifestazioni di piazza Tahrir contro Mubarak nel gennaio 2011, si trovano ora divisi gli uni dagli altri perché sostengono Morsi o Sisi. Questo scontro è destinato a durare.

Twitter: @stradedellest

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