Il Paese degli Ayatollah cambia “ma gli Usa non vedono”

Parla l’ex ambasciatore a Teheran

«Le elezioni iraniane hanno dimostrato che, nonostante i limiti imposti dal sistema, gli ayatollah fanno politica. È forse una democrazia ristretta ma con uno spazio per la politica», inizia così il racconto del nuovo Iran moderato Roberto Toscano, ex ambasciatore a Teheran ed editorialista de La Stampa e El País. «Certo gli americani non vogliono vederlo. Ma non si può rimanere sempre legati alla prima fase rivoluzionaria. I dirigenti iraniani non fanno riferimento ai fratelli sciiti in Pakistan, per esempio. E i dari (afghani di lingua persiana, ndr) sono attratti dalla cultura iraniana più che dalla religione», prosegue Toscano ricordando i cinque anni, tra il 2003 e il 2008, in cui è stato ambasciatore a Teheran. «Nello scontro tra sciiti e sunniti sono i sunniti all’offensiva e non vice versa anche se fa comodo ad Arabia Saudita e Qatar raccontare gli avvenimenti in Bahrain come responsabilità degli iraniani», prosegue.

Ma la presidenza moderata di Rohani può cambiare qualcosa per i progetti nucleari di Teheran. «Rohani difenderà il diritto iraniano ad avere il nucleare, accettando nuovi controlli. Ma è l’Occidente ora a dover cogliere quest’occasione». L’ambasciatore Toscano ripercorre i suoi ultimi incontri con le autorità russe. «I russi faranno la loro parte, hanno già fatto sapere che l’Iran è pronto ad accettare la sospensione dell’arricchimento dell’uranio al 20%», rivela il diplomatico. Eppure sembra che Teheran sia pronto ad un cambiamento di stile più che nei contenuti. «Velayati (ex ministro degli Esteri, ndr) ha duramente criticato Jalili (candidato conservatore alle presidenziali, ndr) perché nei negoziati per il nucleare chiedeva cento e concedeva tre. – prosegue Toscano – Sarebbe un errore accrescere l’anomalia e il timore verso i mullah. Lo stile politico di Khatami era della razionalità, senza messaggi provocatori, con un tono tranquillizzante».

Per questo l’ambasciatore richiama il modello di relazioni dell’Occidente con l’Unione sovietica. «Con l’Iran è necessario evitare le demonizzazioni, come con Mosca, il costo dell’esclusione è più alto dell’inclusione: il vero obiettivo è riconoscere e accettare gli interessi iraniani. Gli Usa potrebbero fare con l’Iran quello che Nixon ha fatto con la Cina». Soprattutto sulla questione nucleare è necessario rivedere l’approccio dei P5+1 (Consiglio di sicurezza e Germania). «Il contenimento non porta più frutti sulla questione nucleare. Avrebbe senso se si credesse che gli iraniani volessero lanciare una bomba nucleare domani. E questo creerebbe un effetto deterrenza con Israele. Ma il deterrente Israele ce l’ha già». Per questo il modello russo è appropriato. «Con Mosca, l’Occidente non ha mai rinunciato a raggiungere accordi sugli armamenti e neppure a sollevare questioni di diritti umani, come a Helsinki nel 1975».

Partendo dal nodo cruciale del passaggio di poteri in Afghanistan. «Si inizia dal nuovo coinvolgimento iraniano per la stabilizzazione dell’Afghanistan. Nel 2001, l’Iran è stato determinante per la sconfitta dei Taliban. In questo gli Stati Uniti hanno fallito completamente: non hanno sconfitto i Taliban e neppure hanno lasciato il Paese stabilendo una presenza permanente in Asia centrale». E così la stabilità di Kabul entra in gioco anche per risolvere la questione nucleare. «Bisogna allargare i temi sul tavolo negoziale e l’Afghanistan è il punto più facile su cui negoziare perché né iraniani né americani vogliono i Taliban ma neppure la guerra civile».

Mentre per ora a soffrire delle sanzioni è principalmente la classe media iraniana. «I provvedimenti colpiscono attività commerciali e finanziarie in Iran. Con Rohani, la comunità internazionale si aspetta più flessibilità, ma deve essere pronta ad accettare che nel Paese esiste un consenso nazionale al diritto ad avere un nucleare pacifico. Ma appare chiaro agli iraniani che per arrivarci è necessario un percorso più razionale di quello fino a questo momento messo in atto dalla leadership conservatrice». Può riuscirci Rohani, una figura molto complessa per la sua storia politica. «Sull’anticlericalismo in Iran è prevalsa la volontà di avere una leadership alternativa. La classe dirigente di un Paese che si fonda su un capitalismo corporativo non poteva accettare nuove manifestazioni, come nel 2009. E i riformisti hanno riproposto il loro assioma: il regime può esaurirsi anche senza cambiarlo».

Anche sulla Siria sembra sempre più necessario un coinvolgimento iraniano. «E di sauditi e qatarini. Vogliono che Assad si arrenda prima di avviare i negoziati e mentre sta guadagnando posizioni. È molto semplice, chi non vince deve trattare, per ora gli Stati Uniti non sanno che pesci pigliare. E i russi non accetteranno mai una no-fly zone umanitaria che poi serve ad attaccare, come è successo in Libia. Per questo, una risoluzione che legittimi un intervento militare in Siria non passerà». Accantonando le sanzioni, Obama potrebbe esercitare una moral suasion sul Congresso per favorire una distensione con L’Iran. «Obama ha provato a favorire un nuovo approccio anche con l’Iran di Ahmadinejad, ma ha avuto Israele, il Congresso, Francia e Gran Bretagna ostili. Questo atteggiamento ha portato il Congresso su posizioni estreme dando ad Israele il war making power».

Infine, Italia e Unione europea sembrano al palo nei negoziati. «L’Italia è arenata, ma il problema è la politica estera dell’Unione europea. Con l’“impresentabile” Ahmadinejad, si è fatto qualcosa dietro le quinte. Il nuovo ministro degli Esteri italiano, Bonino, potrebbe riprendere la creatività italiana in politica estera, anche se il nostro Paese si è dimostrato incapace di tenere posizioni conflittuali con gli Stati Uniti. Prepariamoci almeno ad alleggerire le sanzioni e a favorire i contatti con attori non governativi», conclude Toscano. 

Twitter: @stradedellest

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