Italia, per salvare la cultura diamo fiducia ai privati

Italia, per salvare la cultura diamo fiducia ai privati

 Il British Museum già nei primi tre mesi della mostra “Life and Death in Pompeii and Herculaneum”, che terminerà il 29 settembre, ha raggiunto il target di 250.000 visitatori. Con questi numeri la mostra su Pompei diventerà probabilmente la terza mostra a pagamento più visitata della storia del museo. Nel frattempo il nostro paese, che di Pompei ha quella vera, riceve imbarazzanti reprimende dall’Unesco sullo stato di degrado degli scavi. Per inciso, il costo di un ingresso alla mostra su Pompei del museo londinese costa la bellezza di 15 sterline, fate voi i calcoli.

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Insomma l’arte tira, ma non tutti sono in grado di trarne i benefici. Il Louvre nel 2011, con i suoi 9,7 milioni di visitatori ha avuto ricavi propri per 94 milioni di euro (quasi pari alla cifra – 116 milioni di euro – che ha ricevuto in sussidi). Anche le Tate Galleries (Modern e Britain) hanno raccolto fra biglietteria, fundraising e altri ricavi propri, circa 67 milioni di euro. Neanche a dirlo, questi numeri sono fantascienza pura per il nostro paese; nello stesso anno tutto il circuito culturale italiano, dai suoi 40 milioni di visitatori è riuscito a ricavare appena 10 milioni in più di introiti del celebre museo parigino. 

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Se guardiamo ai dati sulle visite, la storia si ripete. Nel 2012 il Louvre ha staccato gli stessi biglietti di tutti i musei italiani (esclusi i siti archeologici e circuiti museali) messi assieme; se allarghiamo il raggio considerando anche tutti monumenti ed aree archeologiche statali la situazione non migliora, tutto il patrimonio culturale italiano (che ricordiamoci rappresenta il 50% di quello mondiale) ha avuto poco più di tre volte i visitatori del Louvre. Non a caso, nell’ultima classifica di The Art Newspaper sui musei più visitati del mondo, per trovare il primo museo italiano, gli Uffizi, bisogna scendere oltre la ventesima posizione. I capolavori di Giotto, Leonardo e Botticelli sono superati anche dal National Folk Museum of Korea e dal National Museum of Scotland.

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Senza dover nuovamente citare quegli episodi di degrado che finiscono su tutti i giornali e che ci fanno rabbia e vergogna, basta molto meno per avere un esempio lampante della scarsa capacità di attrarre turisti del nostro paese: viaggiando su molte autostrade italiane il guidatore passa indisturbato incantevoli meraviglie culturali di cui (ahi lui) non conoscerà mai l’esistenza. Viceversa, guidando sulle strade dell’Hexagone vengono segnalati anche gli allevamenti di polli di Bresse e delle mucche della Bretagna. Senza arrivare a tali livelli di sciovinismo, per rilanciare la cultura italiana si potrebbe partire dalle piccole cose: ad esempio dalla cartellonistica.

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Sarebbe un inizio, ma non basta. Questi piccoli miglioramenti dovrebbero essere accompagnati, come suggerito da Guido Guerzoni nel recente libro “Undici Idee per l’Italia”, da un aggiornamento normativo sulla linea di quanto adottato con successo in altri paesi. In particolare si sottolinea l’importanza dell’autonomia amministrativa, da tempo richiesta dalle nostre istituzioni e dell’internazionalizzazione. Non solo, la chiusura di alcune istituzioni non deve essere più un tabù e i privati non devono “essere temuti come potenziali criminali”. Infine, secondo Guerzoni, è necessario uno svecchiamento degli organici (in Italia il personale nel settore culturale ha l’età media più alta d’Europa): “A parità di costo, non è forse meglio assumere mille giovani capaci che tenere aperti dieci musei deserti?”

Twitter: @Is_RB

Scena di erotismo dell’Antica Roma nella sala del Lupanare di Pompei (Mario Laporta/Afp)

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