Se privatizzi sopravvivi: l’Italia lo sa ma non lo fa

Serve ridurre l’azione della politica

Neppure la rivoluzione thatcheriana aveva scalfito il colosso pubblico Royal Mail, che dal 1516 opera i servizi postali per conto di sua maestà. Ma la crisi economica è una dura maestra e il governo di David Cameron si è trovato con poche alternative alla privatizzazione, di fronte a un debito pubblico esploso dal 44,2% del Pil nel 2007 al 90% nel 2012 e un deficit del 6,3% del Pil l’anno scorso. La quota di maggioranza di Royal Mail, che il ministro Vince Cable si è impegnato a cedere, viene valutata in 3 miliardi di sterline. È probabile che con la riduzione della partecipazione pubblica vengano messi in discussione anche almeno alcuni dei privilegi di cui Royal Mail gode, che sono incompatibili con un assetto più concorrenziale. Come spesso accade, privatizzazioni e liberalizzazioni si rafforzano a vicenda.

La principale perplessità sull’operazione riguarda la sua natura parziale: la cessione di una frazione, per quanto maggioritaria, dell’azienda implica il permanere di un legame molto forte tra il gruppo e la politica.

Non sappiamo ancora fino a che punto si spingerà Downing Street. I sindacati e l’opposizione sono sul piede di guerra. Ma le battaglie politiche a volte si vincono, a volte si perdono; a volte conducono a un successo, come nel caso della maggior parte delle privatizzazioni britanniche degli anni Ottanta e Novanta, altre volte risultano insoddisfacenti o fallimentari.

Quello che conta è combatterle: se non si affrontano i problemi, non li si può risolvere. La determinazione con cui il governo a trazione tory si sta muovendo fa risaltare l’apatia dell’esecutivo italiano (lo ha notato pochi giorni fa “Il Foglio” ). Il nostro paese si trova in una situazione migliore, rispetto alla Gran Bretagna, sul fronte del deficit, ma rispetto a ogni altra variabile macroeconomica – in particolare la crescita economica e il debito – sta incomparabilmente meglio. Inoltre l’Italia ha molti più asset da privatizzare, come l’Istituto Bruno Leoni chiede di fare da anni fornendo anche indicazioni specifiche sulla metodologia da adottare e gli errori da evitare. Ancora una volta, la “Perfida Albione” ci offre un esempio da seguire.

Ancora una volta, l’Italia si gira dall’altra parte pur di evitare quelle manovre strutturali che sono necessarie a salvare il paese, ma che implicano una severa restrizione dell’interventismo politico nell’economia.

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