Che spettacolo decadente Silvio che firma da Pannella

Con il video e le foto

Si rubano la scena, anche fisicamente, due vecchie glorie del cinema politico, l’una accanto all’altra, un po’ spelacchiati, ma ancora ingombranti, ciascuno convinto di aver fregato l’altro, di essere più furbo dell’altro, ciascuno con in volto l’espressione felice e un po’ ribalda che doveva avere Totò dopo aver venduto la Fontana di Trevi al gonzo di turno. E chissà se davvero, come dice Marco Travaglio, è Marco Pannella l’utile idiota di Silvio Berlusconi, o se invece, anche stavolta, com’è sempre successo, chi voleva mettere nel sacco Pannella s’è invece fatto mettere nel sacco da Pannella. E dunque il Cavaliere firma i referendum dei radicali per la giustizia, a Largo di Torre Argentina, assieme al vecchio Marco, si concede alla folla dei giornalisti a fianco del leader radicale, e ovviamente parla di se stesso, dei suoi guai giudiziari, s’infila da protagonista nella tragedia delle carceri italiane come di solito fa con le barzellette che racconta ad amici e cortigiani, è sempre lui l’interprete principale, della tragedia e della commedia: «Hanno cambiato le leggi per farmi andare in prigione. E mi dicono che cinquecentonovantotto vecchietti hanno dovuto passare l’agosto in carcere, mi trovo ad essere causa anche di questo», dice.

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Ma Pannella, gongolante, con l’aria soddisfatta del gatto che sta per acchiappare il suo inconsapevole sorcio, prova a interromperlo, se ne frega dei problemi ad personam del Cavaliere, lui vuole soltanto che Berlusconi canti la musica radicale, cosa non facile, tuttavia. Il condannato in difficoltà, l’anziano uomo delle televisioni, non è infatti un mansueto esecutore ma un direttore d’orchestra abituato a comandare, per lui i referendum radicali, e l’amnistia, sono soltanto una dolce vendetta contro le toghe rosse, irretirlo è difficile. E dunque va in scena una sorridente battaglia, uno sgomitare frenetico di questi due giganteschi vecchi che si sovrappongono l’uno sull’altro, affettano giovanilismo, offrono uno spettacolo a tratti decadente per chi li ricorda al massimo del loro splendore, l’uno con la coda di cavallo imbiancata dall’età, l’altro con la chioma posticcia di un trentenne, ciascuno interessato soltanto ai fatti suoi, due galli un tempo fierissimi e oggi un po’ spennati. Pannella vuole massima pubblicità per la sua battaglia civile, e ha finalmente una tribuna illuminata, mentre il Cavaliere cerca soltanto un’arma, uno strumento di pressione politica, un altro spadone da puntare alla gola di Giorgio Napolitano e dell’Italia intera.

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E quindi Pannella tenta faticosamente di suggerire le parole a Berlusconi, cerca di imboccarlo, vuole tirare i fili del Cavaliere come se il Cavaliere fosse una marionetta nelle sue mani, così come Berlusconi, da impresario di spettacoli qual è, è andato a firmare quei referendum proprio per trasformare Pannella in un presentabile paravento dietro il quale occultare le sue ultime e drammatiche manovre di Palazzo. L’uno vuole manipolare l’altro, ed entrambi appaiono intimamente convinti di esserci riusciti. Così, a un certo punto, tra i due, è davvero una gara, non si sa più chi sta utilizzando chi. Berlusconi, rettangolare come un armadio, fasciato in un doppio petto nero che dovrebbe occultarne la pinguedine, resiste, tiene la scena, blocca il braccio di Pannella poco sopra il gomito e gli impedisce di farsi interrompere, trattiene dunque la parola, continua il suo spettacolo, per un po’. Ma poi la vecchia coda di cavallo radicale, in camicia nera e colletto bianco, con un’improbabile cravattona a fiori, vestito come un ragazzino hippie, vince la resistenza, e senza dismettere un sorriso di festa gli va sopra con la voce. «Quindi, se ho capito bene, resti, com’eri, a favore dell’amnistia non soltanto come clemenza, ma come riforma», gli suggerisce Pannella, spingendo il Cavaliere a completare la frase. «Riforma che consente di…». E Berlusconi incredibilmente completa la frase radicale: «…di rendere più civili le nostre carceri». Ed è un’apoteosi pannelliana. Ma il vecchio radicale non è ancora soddisfatto, insiste: «Sì, no, ma anche di far sì che i dieci milioni di processi…». E Berlusconi, forse concede, o forse s’arrende: «…diminuiscano di una bella percentuale».

Twitter: @SalvatoreMerlo

La firma di Berlusconi sul registro della raccolta firma per i referendum radicali (Alberto Lingria/Afp)

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